Elezioni USA 2016: il problema di scegliere tra Hillary e Donald

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31/07/2016 Attilio De Alberi 4367

Per le elezioni Usa 2016 i giochi son fatti: Hillary Rodham Clinton e Donald Trump sono ufficialmente in gara per la Casa Bianca. La scelta tra la padella e la brace.

Terminate le Convention del Partito Repubblicano e di quello Democratico, il popolo USA si trova di fronte a due candidati ufficiali: Trump e la Clinton. Si aggiunge poi, come terza forza, Jill Stein, candidata per i Verdi.

Retrospettivamente, delle due Convention quella dem rimane la più controversa, grazie alla presenza, dentro e fuori la kermesse, dei sanderisti più appassionati, delusi per la sconfitta del loro amato leader Bernie alle primarie contro Hillary.

Ma proprio queste primarie hanno messo in luce la perversione di un sistema, in casa dem, che ha senz’altro favorito Hillary: grossolane irregolarità nelle votazioni, soprattutto in California, palesi trame ordite in sordina dall’establishment di partito contro Sanders, che hanno portato alle dimissioni della presidente Deborah Wasserman Schultz, richieste e ottenute da Bernie. Notare che subito Hillary ha accolto la Schultz nelle sue schiere per la campagna da qui a novembre.

A questo si aggiunge un riconosciuto pregiudizio dei media mainstream a favore della Clinton.

Ma a monte di tutto questo esiste un preciso sviluppo storico: a partire dagli anni ’90, e grazie anche Bill Clinton, il Partito Democratico ha subito una sorta di mutazione genetica, e ha gradualmente abbandonato la sua tradizione progressista rooseveltiana, cominciando a rappresentare i poteri forti, a cominciare da Wall Street a scapito delle classi medie e lavoratrici. Hillary Clinton, con tutte le donazioni ottenute dalle varie lobby, ne è l’esemplificazione.

Ed ecco arrivare il “socialista” Bernie Sanders, vecchio attivista, indipendente, outsider, che con la sua Revolution ha scombinato le carte nel mazzo. Il suo impressionante successo in tutto il paese, soprattutto con i giovani millennial, è prova lampante dell’anelito al cambiamento, per un’America più giusta con tutti.

Alla fine, di fronte a un candidato repubblicano così bigotto e borderline fascista come Donald Trump, lo stesso Sanders, obtortu collo, ha deciso di dare il suo appoggio ufficiale alla sua rivale Hillary, rifiutando le ripetute seduzioni di Jill Stein dei Verdi. Non tutti i suoi seguaci, prevedibilmente, l’hanno presa poi troppo bene.

A questo punto la partita si fa complicata. Mentre i sondaggi hanno regolarmente mostrato Sanders davanti a Trump, per cui lui, al di là della cecità dell’establishment democratico, sarebbe il miglior candidato per sconfiggere il magnate incubo, la Clinton sembra essere in svantaggio, o perlomeno senza la vittoria in tasca.

Hillary non solo è antipatica a molti, a cominciare dai giovani e dai progressisti, ma non è troppo amata anche dalla classe lavoratrice bianca, che potrebbe addirittura farsi abbindolare dal populismo dell’altro outsider: Donald Trump.

Non dimentichiamo, per esempio, che sia Trump che Sanders si oppongono alla delocalizzazione, causa di una considerevole perdita di posti di lavoro nell’industria USA.

L’altra incognita è questa: cosa faranno i non pochi sanderisti più radical, quelli dell’hashtag virale  #bernieorbust (o bernie o vaffa’)? Si tapperanno il naso e voteranno per l’iper-disprezzata Hillary? Si tufferanno a testa in giù tra i Verdi di Jill Stein? O disgustati si asterranno en masse? Le due ultime opzioni potrebbero, obiettivamente, favorire Trump, soprattutto la seconda, rischiando che si ripeta lo scenario deja vu in cui il lo storico leader verde Nader, come terza forza minoritaria aiutò, George W. Bush a battere Al Gore – insieme alla famosa controversa votazione in Florida.

In positivo c’è da dire che la scaltra politica Clinton, forse più per opportunismo che per profonda convinzione, si è relativamente spostata a sinistra nel corso delle primarie. Poi la pressione di Sanders e del suo movimento che probabilmente, a differenza di Occupy Wall Street a breve termine non si scioglierà, continuerà la sua pressione per cambiare il programma del partito, e quindi quello della sua candidata presidenziale.

(Inciso domestica: sarebbe a dir poco affascinante vedere la sinistra dem italica sanderizzarsi in un serio tentativo di de-clintonizzare il partito renziano).

Dall’altro lato Hillary potrebbe cercare di sedurre l’elettorato repubblicano soft, disgustato dal neo-leader Trump, creando una certa schizofrenia programmatrica.

Al di là della filosofia domestica adottata dalla Clinton rimane un altro enorme problema: la politica estera.

Ok, Trump è un pazzo pericoloso, ma almeno a parole sembra tendenzialmente isolazionista. Al tempo stesso non dimentichiamoci di tenere ben d’occhio Hillary che nel campo esteri tira fuori i suoi testosteroni, anche se in maniera meno plateale di The Donald. Il suo curriculum come Segretario di Stato non è esattamente pacifista. A parte l’appoggio alla Guerra in Iraq, fu lei a convincere il ben più mansueto (droni a parte) Obama, a eliminare Gheddafi, e fece pressioni su di lui per l’imposizione di un’aggressiva no-fly zone in Siria. Non dimentichiamo che la Fondazione Clinton ha ricevuto non pochi soldi dall’Arabia Saudita. E poi per non parlare della grande amicizia di Hillary con il sionista Netanyahau, verso il quale l’ebreo radical di sinistra Bernie non è particolarmente caloroso.

Da un lato la Clinton è il classico minore dei due mali, dall’altro è forse un male diverso.

Chiunque vinca a novembre ne vedremo delle belle, ommeglio delle brutte, visto che come europei siamo tutt’altro liberi dall’egemonia gringa.

C’è solo da augurarsi che, come molti pensano, il movimento sanderista non si fermi dopo l’insediamento del  nuovo presidente, e magari al prossimo turno elettorale possa portare alla Casa Bianca una figura capace di cambiare radicalmente gli USA in una nazione più equa e democratica, ma anche meno fissata nel ruolo di supremazia planetaria. Una figura capace di sfatare il detto di un grande storico americano pronunciato proprio quando venne eletto Obama: “I presidenti cambiano, ma l’impero rimane”.

 

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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