Daesh e Vatileaks: cosa ne pensa un prete ‘alternativo’

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24/11/2015 Attilio De Alberi 1528

Intervista a Don Luca Favarin, il Don Gallo veneto che lavora per gli immigrati nella Vandea leghista.

Don Luca Favarin, padovano, è un 42enne che non veste da prete, che ama portare una sciarpa con i colori della pace, e che potrebbe ricordarci più un John Lennon che un sacerdote.

Dopo aver lavorato come cappellano nel carcere di Padova, avendo a che fare con serial killer, satanisti e mafiosi (queste due ultime categorie non mostravano alcun pentimento, racconta), questo vero uomo di religione si è girato mezza Africa lavorando nel volontariato.

Rientrato in patria, ha cominciato a salvare le schiave del sesso nigeriane dalla strada. Oggigiorno, sotto l’egida della sua onlus Percorso Vita, è giunto a gestire ben 9 centri di accoglienza per profughi (8 per uomini e 1 per donne) a Padova e nella vicina zona dei Colli Euganei.

L’abbiamo scoperto questa primavera grazie a Servizio Pubblico e a Gazebo che l’ha intervistato dopo la sua diatriba con il sindaco leghista Bitonci, quello che era andato a rompere le scatole, in compagnia di una troupe televisiva, a una pia signora, “colpevole” di aver ospitato in casa 6 profughi africani. Più recente il suo caso, come il suo credo, fatto di una compassionevole umanità operativa e tutto fuorché buonista, ha attratto l’attenzione della CNN che gli ha dedicato un intero servizio.

Qual è stata la tua reazione all’attacco di Parigi?

Umanamente parlando, una reazione immediata di desolazione, un senso di smarrimento di fronte a un atto di violenza, anche perché vedendo i fatti di Parigi, siamo riusciti a decodificare esattamente quello che i ragazzi provenienti dalle zone di guerra, ad esempio in Nigeria con Boko Haram, o in altre parti dell’Africa, ci raccontano. Quello che loro ci descrivono è proprio quello a cui noi abbiamo assistito nei giorni scorsi.

Qual è stata la reazione dei ragazzi che tu ospiti nei tuoi centri?

Quello che i profughi di religione musulmana temono di più è la generalizzazione. E’ la paura di essere associati automaticamente coi terroristi.

Quindi il loro nemico è l’islamofobia?

Esattamente.

Qual è stata la reazione nel Veneto leghista?

Purtroppo la reazione di fronte a fatti del genere è sfruttarli per portare avanti la propria battaglia politica. Dare la caccia all’untore non è la risposta giusta di fronte a un problema molto serio come il terrorismo. Collegarlo ipso facto al problema dell’immigrazione è una risposta un po’ sempliciotta.

Al di là delle tipiche strumentalizzazioni politiche del caso, certi sondaggi ci dicono che una buona fetta della popolazione sembra favorevole ad azioni come la chiusura delle moschee o come la guerra.

Questi dati ci mandano un segnale: c’è un ovvio fallimento dell’integrazione. L’elemento sconvolgente è che i terroristi di Parigi non vengono da fuori, ma sono cittadini francesi. Quindi noi europei sembriamo avere un problema con i “diversi”, siano essi mussulmani, neri o semplicemente stranieri. A loro volta questi “diversi” considerano noi dei “diversi”. Se ci fosse una vera integrazione questo non accadrebbe.

Al di là dell’integrazione forse ci si deve avviare verso un discorso di convivenza con realtà non necessariamente assimilabili. Dobbiamo accettare che un mussulmano non beva alcolici o mangi carne di maiale e che una donna mussulmana porti un velo. Al tempo stesso realtà diverse dalle nostre possono essere fonte di arricchimento.

Sono assolutamente d’accordo con l’idea di convivenza e sull’arricchimento che ne consegue. Il fatto è che quando tu profugo o immigrato vieni in Italia ti devi adattare, devi cambiare per adeguarti alla nostra realtà. Ora, quando io vado in un paese africano, non mi adatto a quella realtà, ma convivo con essa. Naturalmente è importante, nell’ambito di questa convivenza, accettare certe regole.

E quindi anche loro, i musulmani, devono accettare una realtà in cui noi andiamo in un bar a bere un bel drink in compagnia di una ragazza senza velo e con la minigonna.

Esatto. Ma perché questa convivenza sia possibile ci vuole una chiara volontà da entrambe le parti. E ancora più a monte ci deve essere appunto l’accettazione del “diverso”. Solo così potremo sviluppare e promuovere una società veramente libera e al tempo stesso multiculturale.

Bisogna anche tener conto che DAESH non rappresenta di per sé l’Islam.

Certo. Il fatto è che diversamente da quanto avviene nell’ambito del Cattolicesimo, nell’Islam ci può essere una lettura molto più libera e individualista dei testi antichi. E’ chiaro che l’interpretazione del Corano da parte dei membri di DAESH è decisamente sia politica che soggettiva.

D’altra parte dobbiamo riconoscere che anche i Cristiani ne hanno combinate delle belle in nome di Dio a cominciare dai Crociati per arrivare al Klu Klux Klan passando per l’Inquisizione.

Non è concepibile compiere atti di violenza in nome di Dio. Dire Allah ak-bar, cioè Dio è grande, vale anche per noi, aggiungendo che Dio è grande nella creazione, non nella distruzione. Non possiamo andare a distruggere quello che Dio ha creato. E’ una letale contraddizione. Se Dio è amore dobbiamo semplicemente compiere, come sue creature, atti di amore.

Di fronte a questa nuova guerra in corso sul nostro territorio s’impone più un approccio organizzato verso il fenomeno dell’immigrazione.

Inevitabilmente. Innanzitutto dobbiamo cercare di non cadere nelle generalizzazioni, per cui un immigrato è automaticamente un potenziale terrorista. Poi dobbiamo cominciare a studiare una seria politica dell’accoglienza. Di fronte a questi atti di violenza dobbiamo dimostrare che siamo diversi e che non opponiamo a questa violenza altra violenza. Come possiamo distruggere l’odio praticando l’odio?

Non bisogna dimenticare che, come certi fanno notare, è in atto da tempo una proletarizzazione dell’Islam e che nelle stesse banlieu parigine tra i ragazzi mussulmani c’è un alto tasso di disoccupazione. Un’altra arma contro l’estremismo islamico non potrebbe essere una maggiore giustizia sociale?

Senz’altro la giustizia sociale è la strada privilegiata. Una giustizia che tratti tutti allo stesso modo, offra a tutti le stesse opportunità e occasioni. Una giustizia che coniughi non gli aggettivi immigrato clandestino barbone prostituta, ma declini le dignità delle persone.
Giustizia sociale senz’altro, ma per tutti non solo per quelli che consideriamo i “nostri ” in una sorta di apartheid non dichiarato.

Cosa ne pensi del recente incontro dei leader europei a Valletta per cercare di dare una risposta al fenomeno immigrazione?

E’ stato un incontro principalmente politico nel quale, come in altri casi, si è parlato molto, ma in realtà la montagna ha finito per partorire un topolino. Continuo a non vedere una chiara volontà di affrontare in maniera razionale questo fenomeno.

Visto che anche i cattolici, come tutti gli altri, devono dare il buon esempio, come vedi la lotta, che in altra sede, tu hai descritto come “feroce” tra Papa Francesco e il vecchio establishment nel Vaticano?

Quello che sta facendo Papa Francesco è chiaramente un primo step verso un modo diverso di concepire la Chiesa. E’ comprensibile che non possa essere facile introdurre questo nuovo atteggiamento in un mondo che è andato avanti per secoli seguendo regole radicalmente diverse. Detto questo, Papa Francesco è veramente un essere straordinario che sta cercando di riavvicinare la Chiesa alla parola originaria del Vangelo, al di là di tutti i giochi di potere.

Daesh-Vatileaks-2

Ce la farà a mettere in pratica questo progetto durante il suo papato, o il lavoro dovrà essere portato a termine dal suo successore?

Realisticamente parlando non credo che un solo papato sarà sufficiente per attuare questo capovolgimento. Però quello che mi rincuora è un fatto molto concreto: la nomina di nuovi vescovi, di nuovi cardinali, più in sintonia col nuovo corso, da parte di Papa Bergoglio. Questo significa porre le basi per un mutamento più duraturo.

Ma nel breve termine non potrebbe il papa ordinare a certi suoi cardinali di adeguarsi nei fatti a uno stile di vita più frugale?

Potrebbe farlo, ma nel lungo termine non cambierebbe necessariamente le cose. I cardinali potrebbero far finta di essere d’accordo, per poi tornare alle vecchie abitudine appena lui se ne va. Quello che veramente conta è un cambiamento delle menti, e, naturalmente, una nuova classe dirigente in sintonia con una Chiesa, appunto, delle origini.

Il più grande appoggio a questo radicale programma di riforma viene, dopo tutto, dalla gente, credenti e non credenti.

Certo, questo appoggio è molto importante. Alla gente piace vedere leader che agiscono come parlano. Per ottenere credibilità non può esserci nel 2015 una discrepanza tra le parole di qualsiasi leader e la vita di ogni giorno.

Qual è la tua posizione sui libri Avarizia di Fittipaldi e Via Crucis di Nuzzi sui segreti del Vaticano, che tanto scalpore hanno suscitato?

Credo che questi giornalisti abbiano fatto il loro lavoro perseguendo i loro interessi professionali in modi non necessariamente ortodossi. Ma al di là di tutta la diatriba sulle fonti e sulla legalità circa il modo di acquisire i fatti, la cosa che veramente conta è che questi libri rivelano una realtà assai grave e che deve cambiare. E probabilmente questo non è che l’inizio.

 

 

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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