Su questo giornale abbiamo sempre perculato e rettificato le scemenze dette in ambito di genere da esponenti del femminismo, il principale produttore di fuffa di genere. È però importante ricordare che la fuffa si trova da ogni lato. Quindi, visto che abbiamo parlato tante volte di patriarcato, oggi vediamo l’interpretazione che ne dà Roberto Vannacci, che è ridicola quanto, se non più, di quelle che abbiamo visto finora.
Vediamo quindi il programma di Futuro Nazionale, definito un progetto “radicato nella Tradizione romana e cristiana”. La pappardella è sempre solita: magnificare la storia italiana (inventando anche) trovandovi delle ragioni particolari per cui il Paese merita di essere celebrato e difeso.
Ci sono diversi punti di assoluto delirio sulla nazione italica, infarciti, come sempre, di citazioni letterarie e di parole come ardore, virtù, sacrificio, storia, patria e, soprattutto, la necessità di “scegliere adesso per che cosa vivere e morire”. La classica retorica fascista imbevuta di stronzate sulla storia romana e sulla letteratura italiana.
Ma come si arriva al patriarcato?
Il programma parla innanzitutto del femminicidio, reato che Futuro Nazionale vorrebbe abolire, e poi della fissazione della “sinistra” sulla lotta al patriarcato. Il testo tenta di dimostrare che questa è fallimentare, usando la seguente argomentazione: proprio nelle società in cui il patriarcato sarebbe scomparso si starebbe verificando un aumento della violenza contro le donne.
Testualmente:
“Il modello educativo della sinistra fondato sull’ideologia della costante ‘lotta al patriarcato’ è, evidentemente, fallimentare e dove scompare ogni traccia della ‘società patriarcale’ va diffondendosi un preoccupante aumento della violenza sulle donne. A riprova che dovremmo proteggere e non criminalizzare il nostro modello: quello del ‘patriarcato mediterraneo’, volto alla sottolineatura delle specificità e alla formazione di maschi forti, capaci di dominare le emozioni e le passioni, proteggendo le donne e offrendo se stessi per la costruzione e la difesa della società.”
Allora.
Che il modello educativo della sinistra sia fallimentare lo pensiamo anche noi, e lo abbiamo criticato diverse volte. Ma che aumenti la violenza sulle donne quando scompare il patriarcato è una palese cazzata.
L’argomentazione, in sostanza, è la solita, vincentissima: “Guardate i Paesi del Nord Europa”. Svezia, Finlandia, Danimarca e altri Paesi nordici hanno livelli elevati di uguaglianza di genere e, secondo alcune rilevazioni, anche livelli elevati di violenza da parte del partner. Quindi, evidentemente, lo smantellamento del patriarcato produce violenza. Peccato che questo ragionamento non stia minimamente in piedi.
Prima di tutto, il fenomeno a cui si fa riferimento esiste davvero ed è studiato. Si parla di “Nordic paradox”: in alcune indagini i Paesi nordici, in cui ci sarebbe maggiore uguaglianza di genere, presentano livelli sorprendentemente elevati di violenza da partner rispetto ad altri Paesi europei. Ma il fatto che due fenomeni siano presenti contemporaneamente non dimostra che uno provochi l’altro. Supponiamo pure di concedere a Vannacci tutto:
A: Svezia, Finlandia e Danimarca hanno livelli elevati di violenza da partner.
B: sono anche Paesi con elevata uguaglianza di genere.
Da A + B non segue che “l’uguaglianza di genere causa la violenza“; e ancora meno segue che “il patriarcato mediterraneo protegge le donne”. Per dimostrare una cosa del genere bisognerebbe mostrare che la presenza di un modello patriarcale produce causalmente meno violenza contro le donne, tenendo conto di una quantità enorme di altre variabili. E questo, naturalmente, Vannacci non lo fa.
Il cosiddetto Nordic paradox, infatti, non è una dimostrazione scientifica del fallimento dell’uguaglianza di genere: è un fenomeno studiato e discusso, per il quale sono state proposte diverse spiegazioni, di cui nessuna definitiva. I risultati cambiano a seconda degli indicatori utilizzati; e comunque una correlazione tra uguaglianza di genere e prevalenza dichiarata della violenza non dimostra che l’uguaglianza causi la violenza.
Infine, da tutto questo non segue in alcun modo che il patriarcato protegga le donne. Si stabilisce che il culto dell’uomo forte porti a una società protetta in cui chi è più debole ha il sostegno del forte, ma chi l’ha detto? Inoltre, cosa c’entra il dominio delle passioni con la protezione? Tra l’altro qui non manca anche la retorica del maschio sacrificabile, disposto a morire per salvare le donne, i bambini e la patria.
Ma c’è un problema ancora più grosso: che cosa cazzo è il “patriarcato mediterraneo”?
Niente, perché non esiste. Non è una categoria scientifica consolidata. Gli studiosi hanno ovviamente parlato di società mediterranee, di patriarcato o di rapporti di genere nell’area mediterranea; ma il concetto a cui fa riferimento Vannacci è un altro: in letteratura si parla di di “modello familiare mediterraneo” o di “modello familiare dell’Europa meridionale”. Con queste espressioni si indicano alcune caratteristiche storicamente più frequenti nelle società mediterranee, come la forte centralità della famiglia in termini di relazioni e di rete di welfare, la persistenza storica del modello dell’uomo come principale percettore di reddito, e la maggiore concentrazione sulle donne delle responsabilità familiari e di cura.
Non si parla certamente di uomo inscalfibile che controlla tutto e tiene in piedi la società. E, tra l’altro, nemmeno l’idea di un unico e compatto “modello familiare mediterraneo” è unanimemente accettata. Molti studi ne hanno evidenziato i limiti, mostrando quanto siano importanti le differenze tra Paesi, regioni e periodi storici.
Quindi che cosa fa Vannacci? Prende caratteristiche reali e studiate dei modelli familiari e dei rapporti di genere dell’Europa meridionale e le ricompone sotto l’etichetta di “patriarcato mediterraneo” inventandosi quindi una struttura sociale mai esistita a cui attribuisce caratteristiche che non è che sono solo inventate, non hanno proprio senso logico.
Ed è comunque molto grave che si proponga di tornare ai ruoli di genere definiti, parlando di patriarcato, cioè di una società in cui non c’è parità di genere: appunto, la donna è fragile e quindi si presume che stia a casa coi figli, l’uomo è forte e va a farsi ammazzare per il bene comune. Si può criticare tutto del femminismo attuale, lo facciamo appunto spesso; ma le conquiste che son state ottenute in termini di diritti femminili non possono essere messe in discussione. Così come neanche gli sforzi che si stanno facendo per sollevare gli uomini da queste aspettative schiaccianti.
Insomma, Vannacci prende il patriarcato, gli mette un po’ di Roma antica, cristianesimo, virilità, sacrificio, protezione della donna e amore per la patria, e lo ribattezza “patriarcato mediterraneo”. Fa effetto, si riferisce sempre a quella presunta cultura occidentale superiore, a quel passato mitico in cui gli uomini erano virili e le donne morigerate e tutto funzionava bene. E i treni partivano in orario.
Bibliografia:
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Karamessini, Maria. “The Southern European Social Model: Changes and Continuities in Recent Years.” International Labour Review 147, no. 1 (2008): 45–70.
Aassve, Arnstein, Alícia Adserà, Elena Bastianelli, and Letizia Mencarini. “Family Ideals in Italy and Spain: Towards the End of the Traditional Southern European Family Model?” European Sociological Review 42, no. 4 (2026): 624–641.
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Linguista, insegnante e divulgatrice di materie umanistiche. Si è occupata a lungo di linguaggio inclusivo e si dedica in generale alla rettifica delle bufale in ambito linguistico e letterario. Tiene corsi di scrittura e di miglioramento delle competenze linguistiche, che affianca alla divulgazione sui canali social. Gestisce anche un progetto di divulgazione sulla parità di genere e i diritti maschili
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