Sta girando una notizia su una comica cinese che è stata bannata dal social network Weibo per aver fatto una riflessione sul peso della cura famigliare sulle donne. La notizia è di un mese fa, ma in Italia è stata rilanciata recentemente. La donna, nome d’arte Xiao Pa, si trovava a casa con la febbre, e in un post ha fatto notare che se avesse avuto un marito e dei figli avrebbe comunque dovuto cucinare e badare alla casa, pur essendo malata. Ovviamente è una cosa gravissima che dal nostro punto di vista è proprio fuori dal mondo.
Poiché si tratta di una donna, censurata per aver parlato, alla leggera tra l’altro, di un problema femminile, è facile fare l’associazione con la violenza patriarcale: la donna deve limitarsi a far figli e cucinare, ed è questo il ruolo a cui il governo vuole relegarla. Questa però è solo una piccola parte del discorso, motivo per cui la notizia può fornire uno spunto per una riflessione interessante su come sia difficile catalogare in modo netto le strutture e i fenomeni politici e sociali.
Prima di tutto va detto che in Cina c’è sostanzialmente una dittatura, dato che è uno stato autoritario con un solo partito, quindi la libertà di espressione è in generale limitata: venire censurati non è raro. La Costituzione stessa dice che i cittadini hanno libertà di espressione, sì, ma non possono minare gli interessi dello Stato: cosa che ovviamente può voler dire tutto e che varia a seconda del momento politico.
In questo caso poi la cancellazione rientra in un piano generale di crescita demografica che il governo sta mettendo in atto, dopo le disastrose conseguenze della politica ‘un solo figlio’, portata avanti per trent’anni. Si promuovono quindi il matrimonio e la procreazione come chiavi per il futuro della nazione: stando alle raccomandazioni per il piano quinquennale 2026-2030 per lo sviluppo economico e sociale, la nazione punta a incoraggiare una visione positiva della famiglia.
Si pianificano diverse politiche e incentivi per aumentare le nascite. I contraccettivi sono tassati al 13%, mentre le tasse su servizi relativi al matrimonio e alla cura famigliare sono state tolte; al contempo estendendo i congedi parentali, erogando denaro ai neo-genitori e offrendo assistenza finanziaria per l’acquisto o l’affitto di una casa.
Tra i provvedimenti presi, dato che si tratta appunto di una dittatura, non mancano la restrizioni alla libertà di espressione, stabilite per quanto riguarda i social dall’Amministrazione del cyberspazio cinese. Questa è di suo un organo di censura: prima di tutto rimuove i contenuti di critica nei confronti del Partito e del Governo; in più, recentemente sono state varate nuove regole che prevedono la rimozione di contenuti in generale che esprimano “negatività”, infatti a un noto influencer è stato impedito di accumulare nuovi follower perché promuove uno stile di vita tranquillo e non particolarmente ambizioso, messaggio ritenuto sconveniente dal governo.
Anche nell’ambito della genitorialità quindi è avvenuta la stessa cosa: misure contro contenuti valutati come incitamento all’antagonismo di genere o accusati di diffondere ‘ansia sulla procreazione’, ritenuti esempi primari di contenuti che suscitano emozioni negative. Altri discorsi proibiti sono la critica ai ruoli di genere tradizionali e la paura del matrimonio. Ovviamente si tratta di categorie così ampie che possono includere benissimo le normali frustrazioni lamentate dalle donne nella loro vita quotidiana, ma anche, in misura minore, dagli uomini.
Dato questo quadro, certamente, in parte, parlare di patriarcato ha senso: cioè nella misura in cui è patriarcale la divisione dei ruoli tra uomo e donna e l’assegnazione a quest’ultima del carico domestico, in aggiunta a quello lavorativo, ora che le donne possono lavorare e difficilmente una famiglia può permettersi un solo stipendio. Ma le ragioni che spingono a imporre questi vincoli non sono ‘patriarcali’ e non hanno certo l’intento di subordinare le donne. Sono ragioni puramente economiche e quindi politiche, tanto quanto lo furono quelle che spinsero alla diffusione del lavoro femminile e dello slogan “le donne possono fare tutto quello che fanno gli uomini” durante la Rivoluzione culturale di Mao. Serviva più forza lavoro, quindi è stata cambiata la retorica. Ora servono figli, ed ecco che cambia di nuovo. In generale il patriarcato nasce perché conviene per l’avanzamento della società, che non dà troppa importanza al benessere del singolo; in molti casi però è stato accompagnato da una vera e propria dottrina di inferiorità della donna, non limitata quindi al ruolo sociale, ma proprio alla sua essenza. In Cina, le donne hanno da tempo acquisito diritti fondamentali che prima non avevano, come quello di divorziare o di avere un conto in banca personale, e oggi sono tecnicamente alla pari con gli uomini.
Attenzione: questo non vuol dire affermare che le politiche del governo non comportino svantaggi per le donne. È evidente che è così, proprio perché sebbene entrambi i sessi possano lavorare, soltanto uno deve occuparsi di casa e famiglia, secondo dei ruoli di genere che sono rimasti fissi. Quello che si cerca qui di rilevare è che una riduzione della questione al solo svantaggio femminile, come se questo fosse l’obiettivo dell’intera politica, produce un’approssimazione che non rende conto della realtà.
Parlare di patriarcato come unica causa qui sarebbe sbagliato: da un lato l’unico elemento patriarcale è quello della cura della casa, dall’altro il problema riguarda più generalmente la libertà di organizzare la propria vita privata come si preferisce. È quindi un problema di restrizione dei diritti per tutti, con conseguenze particolarmente pesanti sulle donne. Tutto questo, comunque, tenendo anche a mente alcuni altri punti importanti:
- La Cina è una nazione enorme, con profonde differenze culturali e sociali nelle varie zone, particolarmente esacerbate tra villaggi e campagne da un lato e città dall’altro, di conseguenza la situazione dal punto di vista dei rapporti tra i sessi non è omogenea;
- Si rilevano anche moltissimi passi avanti, con un aumento del lavoro domestico presso gli uomini e un sempre più diffuso astio verso i ruoli di genere e l’imposizione di valori ritenuti obsoleti (per esempio il farsi carico dei genitori divenuti anziani).
La precisazione illustrata in questo articolo non è dovuta a pedanteria, ma alla necessità di invitare alla riflessione articolata, a un’analisi che rispecchi la complessità dei fenomeni e alla ricerca di risposte esaustive, piuttosto che rapide e semplici.








