Come aiutare gli altri a stare bene con se stessi

Febbraio 21, 2020
Attilio De Alberi
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Esiste spesso in noi la tendenza a pensare che il miglior modo di accontentare gli altri sia non importunarli troppo. Quindi teniamo i nostri dilemmi e le nostre confusioni lontano da quelli che ci piacciono, partendo dal timore di infastidirli o irritarli, e perciò rovinare la nostra relazione con loro. E’ quasi come se ci fosse una voce interiore che echeggia fin dalla nostra infanzia, del tipo: “Non disturbare tua madre: non vedi che è stanca per il viaggio che ha appena fatto? Non disturbare tuo padre: non vedi: è stanco per il suo lavoro ed è impegnato ora.” Esistono delle potenti ragioni secondo le quali rendere le persone felici equivale al disturbarli il meno possibile.

Ma, secondo The School of Life, il centro britannico di studi filosofici e psicologici, ci sfugge un dettaglio chiave della psicologia umana: ci piace, in qualche maniera, essere infastiditi. Chiaramente non sempre e per tutte le cose, né alle spese dei nostri bisogni critici. Ma, fondamentalmente, manteniamo una forte brama di renderci utili, ossia abbiamo bisogno di sentire che gli altri hanno bisogno di noi.

Tutti noi soffriamo per il timore di sentirci superflui: un timore che i bisogni degli altri riescono, in qualche modo, a placare. Al di là dei regali che possiamo dare ai nostri amici, il vero regalo che possiamo offrir loro è una visione dei nostri veri problemi.

Questo è un tema che si può riscontrare sul posto di lavoro. Il pensiero dominante è che noi lavoriamo totalmente per noi stessi: per il nostro status e per i benefici finanziari che ne derivano. Ma in realtà quello che fa sentire il nostro lavoro più eccitante e più bello è il potere che ci offre per aiutare le altre persone. Il lavoro è più gratificante che mai quando ci offre la sensazione, nel corso della giornata, di avere in qualche modo diminuito la sofferenza degli altri o di avere aumentato il loro piacere.

Ci sono molte storie che descrivono quanto si può diventare esausti di fronte alle richieste degli altri, e troppo poche che descrivono invece il piacere che si può provare quando abbiamo risolto lo stress, la noia o i desideri degli altri.

Alla fin fine, non possiamo conoscere o sentire quali sono i nostri aspetti più preziosi fin quando non siamo chiamati ad esercitarli: non possiamo valutare la nostra forza fin quando qualcuno non ha bisogno che noi solleviamo qualcosa per loro; non possiamo sentirci intelligenti fin quando qualcuno non ci chiede di risolvere una questione; non ci sentiamo saggi fin quando non veniamo invitati ad aggiudicare una disputa. In altre parole ci basiamo sui bisogni degli altri per stabilire e ricordarci di cosa siamo capaci.

Quello che vale per la vita professionale è anche applicabile all’esperienza personale. Il modo migliore per rompere il ghiaccio ed affascinare una nuova persona che ci piace in un luogo pubblico non è cercare di dire qualcosa di spiritoso o rassicurante, ma piuttosto nel fare una domanda. Potremmo chiedere se siamo nella fila giusta o a che ora apre l’ufficio postale, o quanto tempo dobbiamo tenere in forno una gallina di una certa grandezza.

Con gli amici più vicini dovremmo osare aprirci e rivelare loro i nostri disorientamenti. Dovremmo chieder loro se hanno un momento libero ed informarci su quali sono i loro punti di vista su cosa potremmo fare col nostro figlio adolescente arrabbiato, o su cosa fare di fronte ad una relazione asessuata, o che consiglio potrebbero dare a proposito di un collega che tende a cadere nel panico. Le nostre domande non rappresenteranno probabilmente un peso o un onere, ma mostreranno piuttosto che noi ci fidiamo dei nostri amici e che li consideriamo saggi.

Questa non è una semplice strategia per ingraziarci gli altri, non è machiavellica o subdola. Genuinamente, tutti noi abbiamo bisogno di aiuto. Non facciamo finta di averne. Dentro di noi soffriamo, ma tendiamo a non voler rivelarli per il timore di allontanare gli altri. Eppure tendiamo a mantenere un ideale di auto-sufficienza che non è veritiera in rapporto ai nostri bisogni e non è costruttiva in rapporto al benessere ed alla stima degli altri.

Quindi dovremmo osare fare ciò che nel profondo dei nostri cuori abbiamo sempre desiderato fare: rivelare parte della paura, tristezza ed ansia che sentiamo dentro a quelli ai quali vogliamo bene. Verremo aiutati nel nostro dolore, ricorderemo agli altri delle loro capacità, e, se siamo fortunati, creeremo un precedente grazie al quale, un giorno, saranno gli altri a rivelarci, a loro volta, i loro problemi.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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