Il diritto di parlare apertamente

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23/01/2020 Attilio De Alberi

Nonostante molto incoraggiamento, nonostante le libertà politiche e una certa forma di esortazione psicologica, molti di noi hanno la tendenza a soffrire in silenzio. Non diciamo – finché magari è già troppo tardi – cosa c’è che non va, quello che vogliamo, cosa ci fa arrabbiare, di cosa proviamo vergogna e come vorremmo andassero veramente le cose. Forse non dovrebbe essere così difficile capire come mai appare difficile dire apertamente la propria. Per la maggior parte della storia dell’umanità, parlare apertamente è stata la cosa più pericolosa da fare. C’erano esseri potenti e superiori sopra di noi che richiedevano totale obbedienza e che erano tassativamente disinteressati a ciò che avremmo potuto dire. Parlare apertamente poteva condurre ad essere frustati, scomunicati o addirittura uccisi.

Secondo l’analisi di questa problematica espressa da The School of Life, il centro britannico di studi filosofici e psicologici, la democrazia ha solo 250 anni di vita, ed il nostro sviluppo psicologico rimane tendenzialmente molto indietro rispetto alle nostre realtà sociali. Molto dopo che una guerra è terminata possiamo continuare a provare una certa paura, e centinaia di anni dopo che un signore feudale si è trasferito in un appartamento in città potremmo comportarci con la stessa docile umiltà di un servo sottomesso.

Nella vita personale simili principi di sottomissione sono stati applicati. Nel corso della storia un buon bambino non parlava apertamente in alcun modo. Se era triste, piangeva piano piano sul suo cuscino la notte, se aveva fatto cadere dell’inchiostro, nascondeva il fatto. L’adulto non deve essere necessariamente un vero e proprio bullo per impedire ad un bambino di parlare. Se è teso, magari per preoccupazioni sul luogo di lavoro, o se sembra depresso o addirittura sull’orlo di un esaurimento nervoso, o se ha degli ideali elevati, ma anche rigidi, su come dovrebbero essere i propri figli, allora il bambino in questione potrebbe anche, semplicemente, tenere una museruola sulla bocca.

Quindi, la maggior parte degli anni passati su questo pianeta gli esseri umani sono stati caratterizzati da forme di inasprimento interiore, da un qualche modo di tenere il broncio, da amarezza, da rabbia repressa, dal mordersi le labbra, e dal non dire apertamente nulla.

Solo molto recentemente, nella prospettiva della nostra evoluzione, ci siamo risvegliati di fronte all’idea che ci possano essere dei benefici ed anche una necessità di parlare apertamente.

Sappiamo, per esempio, che in un ufficio è un bene se le persone al livello più basso dicono la propria a quelli ad un livello superiore. Sappiamo che in una relazione, se uno dei due partner si sente afflitto o triste per qualche motivo, è un bene per lui, o per lei, esprimersi apertamente in modo da ricevere affetto e desiderio ancora una volta. Sappiamo che nelle famiglie è giusto se i figli dicono apertamente ai genitori che non sono interessati in qualcosa o se si lamentano quando sentono di esser stati trattati male.

Al tempo stesso il retaggio della nostra mancanza di libertà in questo contesto è ancora a volte percepibile. Sorridiamo troppo facilmente, cerchiamo un po’ troppo di rappacificare una situazione, siamo un po’ troppo lenti nell’articolare il nostro dolore interiore. Non è tanto un modo di essere “carini”, ma è un modo di esprimere la nostra paura o la nostra vergogna.

La nostra affabilità non nasce da una scelta, ma dall’incapacità di osare esser causa di qualche forma di turbamento.

Imparare ad esprimersi apertamente, secondo The School of Life, richiede due cose che magari possono sembrare strane.

La prima è il riconoscere, che, ad un certo livello, abbiamo paura: la paura che se parliamo potremmo essere “uccisi”. Sembra strano, ma non dimentichiamo che da bambini è quello che proviamo se il papà o la mamma si arrabbiano con noi. In altre parole, è da queste esperienze infantili che nasce tale paura.

La seconda è il riconoscere, nei nostri momenti maturi, che come adulti non verremmo “uccisi” se parliamo apertamente, visto che molti esseri umani sono già morti per garantirci la libertà di espressione o la semplice libertà di andare da un’altra parte del mondo e cominciare una nuova e diversa vita.

In pratica, dobbiamo trasformare quello che è già consacrato dalla legge in ciò che, da un punto di vista psicologico, sentiamo sia credibile, ossia, appunto, il diritto, con semplice coraggio, di parlare apertamente.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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