L’attacco fiscale francese ai giganti del web

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16/07/2019 Attilio De Alberi

E’ nota da tempo la questione della tassazione dei giganti del web e non solo. Per esempio, Amazon nel 2018 ha pagato zero tasse. L’ultima novità è l’iniziativa francese di tassare i giganti di internet. L’imposta porterà nelle casse francesi 400 milioni di euro nel 2019 e 650 nel 2020. Ma, come forse si poteva prevedere, questa uscita da parte del governo Macron ha mandato su tutte le furie l’amministrazione Trump.

La risposta USA è arrivata subito. L’amministrazione Trump si ripromette d’indagare se la proposta francese è discriminatoria per le imprese americane. Questo potrebbe portare Washington ad imporre sanzioni commerciali alla Francia, in particolare sul vino. D’altra parte tutti sappiamo quanto Trump ami le guerre dei dazi, ed il caso Cina ne è una dimostrazione.

Infatti l’inchiesta USA ha un numero: 301. Lo stesso tipo d’indagine nel 2017 sulle politiche cinesi in materia di tecnologia, proprietà intellettuale e innovazione che ha poi portato a una guerra commerciale ancora irrisolta: Washington ha imposto dazi del 25% su 250 miliardi di dollari di importazioni cinesi.

La differenza tra Francia e Cina è però che la prima è un alleato degli USA, almeno nell’ambito NATO. La “colpa” della Francia viene chiamata da francesi “taxe GAFA”, un acronimo che sta per Google, Amazon, Facebook e Apple, ma la mossa fiscale del governo Macron coinvolge anche altre entità: Meetic, Airbnb, ed anche la francese Criteo, e non solo. Infatti questa nuova tassa, già adottata dall’Assemblea Nazionale, e che ha poi ha ottenuto l’approvazione da parte del Senato, dovrebbe applicarsi ad una trentina di aziende in tutto, tra cui alcune cinesi, tedesche, spagnole e britanniche.

Trump ha subito definito questa digital taxun danno ingiusto”. Alla minaccia dell’inchiesta 301, con la conseguente possibilità di dazi, il Ministro dell’Economia francese ha reagito dicendo: “Tra alleati dobbiamo risolvere le controversie in modo diverso rispetto alla minaccia”.

Un altro elemento del timore americano è che l’iniziativa francese possa essere imitata da altri paesi. Infatti non sono pochi quelli che considerano la possibilità di fare mosse simili, giustificandole col fatto che gli opulenti colossi americani non pagano abbastanza tasse nel resto del mondo. Robert Lighthizer, rappresentante USA ha così commentato quando il suo ufficio ha annunciato l’avvio dell’inchiesta: “Gli Stati Uniti sono molto preoccupati che la tassa sui servizi digitali bersagli ingiustamente le compagnie americane. Il presidente ha ordinato di investigare gli effetti di questa legge e stabilire se è discriminatoria, irragionevole e se grava o limita il commercio degli Stati Uniti”.

L’associazione commerciale dell’industria tecnologica ha accolto bene l’indagine, ma al tempo stesso ha esortato a risolvere questo tipo di controversie fiscali attraverso un negoziato multilaterale guidato dall’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD).

Uno degli sviluppi più ironici di questa faccenda è che l’iniziativa francese ha finito per mettere d’accordo due acerrimi nemici, ossia Donald Trump e Jeff Bezos, il proprietario di Amazon, oltre che del Washington Post, ben noto per il suo forte anti-trumpismo. Amazon ha infatti dichiarato: “Applaudiamo l’amministrazione Trump per aver preso provvedimenti decisivi contro la Francia e per aver segnalato a tutti i partner commerciali americani che il governo degli Stati Uniti non accetterà di tassare e negoziare politiche che discriminano le imprese americane”.

Ma intanto la battuta lanciata da Le Maire durante un’intervista rilasciata il 3 aprile a Le Parisien ci aiuta a capire meglio cosa c’è dietro la mossa francese: “Il fatto che queste società paghino meno tasse di un produttore di formaggio a Quercy è un vero problema”.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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