L’attacco “Trump style” alla stampa italiana

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13/11/2018 Attilio De Alberi 205

Ci sono delle inquietanti similarità tra il recente attacco alla stampa italiana da parte di personaggi della classe politica italiana e quelli che vengono lanciati regolarmente da “The Donald” che osa chiamare i media “nemici del popolo” e che si è preso, recentemente, la libertà di togliere le credenziali per la Casa Bianca a Jim Acosta, prestigioso inviato della CNN.

Ci si può domandare se questo non faccia parte della stessa ondata populista che ormai si fa sempre più forte nel mondo occidentale, e se sarebbe difficile accettare il monito di Berlusconi circa la possibilità di avviarsi verso una “dittatura”, al tempo stesso c’è da preoccuparsi per questa evoluzione/involuzione di carattere decisamente autoritario.

Nota a piè di pagina su Berlusconi: fu proprio lui che col noto “editto bulgaro” portò alla cacciata dalla RAI dei giornalisti Enzo Biagi e Michele Santoro, nonché del comico Daniele Luttazzi, accusati dall’ex-Cavaliere di “uso criminoso” della tv pubblica. Quindi ci sarebbe da chiedersi da che pulpito viene la predica berlusconiana sulla “dittatura”.

Come ben si sa, tutto è cominciato subito dopo l’assoluzione della sindaca di Roma Virginia Raggi.
Luigi “Giggino” di Maio, dalla sua posizione di vice Primo Ministro, nonché di Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, invece di semplicemente rallegrarsi per il verdetto assolutorio ha usato termini come “infami” e “sciacalli” nei confronti dei giornalisti che avevano regolarmente attaccato la compagna di movimento. Dal Guatemala, poi, Di Battista ci è andato ancora più duro, utilizzando gli epiteti “pennivendoli” e “puttane”, sempre verso i membri della stampa.

Poi, ultima notizia, il M5S ha ufficialmente silurato Ugo Forello, capogruppo pentastellato nel Comune di Palermo, proprio perché ha “osato” criticare i vertici del movimento per i loro pesanti attacchi alla stampa.

L’unico a uscire pulito da questo dibattito è stato il Presidente della Camera Roberto Fico che, ricordando l’articolo 21 della Costituzione italiana ha dichiarato “La libertà di stampa è tutelata e sarà tutelata fino alla fine”.

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Intanto non ha esitato a far sapere pubblicamente il proprio pensiero su questa diatriba il “garante” della costituzione, ossia il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che, di fronte a un gruppo di studenti invitati al Quirinale, ha reiterato l’importanza della libertà di stampa, dicendo con saggezza “è importante conoscere il parere degli altri, le loro valutazioni. Quelli che condivido sono interessanti, naturalmente, mi stanno a cuore; ma quelli che non condivido sono per me uno strumento sui cui riflettere”. Ed è proprio questo il motivo perché “ha un grande valore la libertà di stampa, perché consente e aiuta a riflettere”.

Ma le reazioni non si sono limitate all’Italia.
Le dichiarazioni di Di Maio e Di Battista mi ricordano quelle del premier slovacco Robert Fico, che ha definito i giornalisti sporche prostitute anti-slovacche” ha dichiarato Mogens Blicher Bjerregard, presidente della Federazione Europea dei Giornalisti (EFJ). “Ci sono sempre più leader europei che demonizzano i media. La loro volontà d’infangare i giornalisti, piuttosto che discutere sui fatti, è una delle principali minacce per la libertà di stampa in Europa”.

Si dice in giro che l’uscita di Di Maio e di Di Battista sia stata anche una mossa per recuperare in qualche modo le perdite in consensi verso il M5S registrate perlomeno nei sondaggi. E’ ironico, al tempo stesso, che un populista certamente non poco autoritario come Salvini, pur essendo attaccato dalla stampa, finora non l’abbia attaccata. Questo riflette anche in parte gli sviluppi nel mondo dell’informazione, ormai dominata più dai social che dalla carta stampata e dalla televisione. Come ben sappiamo, i leader odierni vanno avanti a furia di dichiarazioni su Facebook e su Twitter – e in quest’ultimo il campione mondiale è proprio Donald Trump. Un altro trucco populista per raggiungere un popolo tendenzialmente piuttosto disinformato.

Ed è forse proprio questa diffusione dei social come mezzo usato dai politici per rivolgersi direttamente al proprio popolo che fa apparire i media tradizionali come “nemici del popolo” – almeno negli occhi dei leader populisti. E questo forse ci aiuta a capire certi attacchi. In altre parole, a questi leader i media non social, e predominantemente ‘liberal’ (nel senso americano del termine) danno fastidio, anche perché, diversamente dai social, non li possono controllare.

Insomma, si può dire che sia in Italia ed in altri paesi come gli USA si è sviluppata una decisa polarizzazione, per cui i vari media parlano a settori specifici della popolazione, mentre, al tempo stesso, i leader politici usano i nuovi canali d’informazione, ossia i social, come “balconi mediatici” per rivolgersi alla folla. Chiaramente, a questo punto, quello che è in pericolo è pluralismo dell’informazione.

In particolare, vale la pena ricordare che l’Italia appare, a livello mondiale, molto indietro per ciò che riguarda la libertà di stampa: al 62esimo posto per Freedom House ed al 51esimo posto per Reporters Sans Frontieres.

Ma fortunatamente c’è anche una reazione trasversale a tutto questo, e proprio oggi è stata indetta una mobilitazione da parte della Federazione della Stampa attraverso flashmob in tutti i capoluoghi regionali.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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