Libri digitali e le loro implicazioni etiche sconosciute

Pubblicato il 1 August 2016 da Loredana de Michelis | Per leggere questo articolo ti servono: 6 minuti | 3850
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Chi si occupa di editoria digitale è attualmente bloccato nel tentare di risolvere il grave problema delle “carenze” dei libri digitali, a cui pare manchino cose importantissime, come: a) il romantico e mai prima tanto apprezzato profumo della carta. b) la possibilità di fare le orecchie alle pagine. c) un peso adeguato a renderlo oggetto oggettivo. d) il vantaggio, fondamentale, di poter essere, più che letto, esibito, soprattutto incastonato in base all’altezza e al colore, nella libreria del soggiorno.

 

Come se uno dicesse che non vuole ascoltare la musica digitale perché deve poter tenere in mano il disco in vinile, osservarne la copertina, impilare i dischi in bella vista. Tutte cose piacevoli, ma essendo il piacere della musica soprattutto l’ascolto, marginali. E così dovrebbe essere per la lettura: il contenuto letterario, nel libro digitale, rimane lo stesso.

La verità, forse, è che quasi a tutti piace ascoltare musica, mentre leggere non piace a molti. Chi ama leggere davvero, spesso ha un e-reader e legge anche in digitale. Gli altri si giustificano con una pigrizia informatica che non li aveva colti quando si è trattato di imparare a scaricare gratis musica e film e goderseli su supporti digitali, ma che li paralizza se si tratta di capire come scaricare la app di lettura gratuita Kindle sullo smartphone. Eppure tutti leggono i giornali online (la carta di quelli non piace a nessuno a quanto pare) e sembrano non accorgersi di leggere anche molto altro testo non cartaceo, che si tratti di messaggistica o di social network. C’è poi un altro fatto interessante: il gusto del testo su carta, per questi lettori raffinati, curiosamente non si estende alle figure, che vengono invece consumate voracemente su supporti digitali, e senza nessuna difficoltà.
Non conosco persona che si dichiari “lettore abituale” e che non sia anche a favore dell’ecologico, del riciclo, dell’arte accessibile a tutti, del viaggiare come forma di apprendimento, e che non sostenga, virtuosamente, la teoria secondo cui la cura del degrado, della povertà e della disuguaglianza sociale passi necessariamente attraverso la cultura, l’accesso all’informazione e, in prima battuta, la lettura.
Tutti d’accordo.

Il paradosso è che, proprio viaggiando (può un vero viaggiatore-lettore portarsi dietro 5 chili di libri, quando può tenerne centinaia dentro un oggetto che pesa duecento grammi?), ci si accorge che nel terzo mondo – quello dove abita più della metà della popolazione mondiale e dove la deforestazione, fatta anche per fabbricare carta, è una triste piaga – le persone abitano in case prive di spazio sufficiente a inserirci un soggiorno con libreria dell’Ikea.
Manco le mensole, hanno. Le poltrone scarseggiano, persino più dei tavoli e delle sedie, così come l’elettricità. Imbarazzante a dirsi, manca la luce sul comodino per leggere la sera e in gran parte di questi posti fa buio dalle diciotto alle sei, tutto l’anno.

Se davvero vogliamo che i ragazzi poveri del mondo leggano, studino e facciano i compiti, dovremo fornire loro luce, sedie, e uno spazio adeguato dove poter tenere i libri e consultarli in pace. Soprattutto, dovremo procurare loro un deumidificatore, di quelli potenti, perché la maggior parte di queste persone vive in climi tropicali, dove il nostro prezioso oggetto-culto si trasforma in una pagnotta ammuffita nel giro di pochi mesi. Anche il suo odore smette di essere attraente, tranne per i topi e altri animali che noi occidentali dei climi tecnologicamente temperati non abbiamo mai visto, non dentro la nostra casa, almeno.
In India, in Africa, tutti i quaderni scolastici dei bambini hanno le orecchie: si accartocciano presto, per quanto l’allievo tenti di essere ordinato. Loro stirano le pagine del quaderno con le mani ogni volta che ci devono scrivere sopra, e le pagine diventano presto nere e illeggibili. Noi occidentali pieni di buone intenzioni spediamo ai bambini del terzo mondo album da colorare, fatti con gli alberi delle loro case, con l’acqua che a loro manca, e stampati in tipografie dove altri bambini respirano vapori d’inchiostri tossici: diventano presto colture biologiche nei magazzini delle Ong. che non li bruciano per tempo. Il loro trasporto, così come la distribuzione dei libri nelle nostre librerie, costa enormi quantità di carburante.

Eppure, in questo mondo povero, con nostro indispettito disappunto, la maggior parte dei ragazzi ha uno smartphone. Spesso di marca sconosciuta al mondo dei controlli qualità, usato, rubato, con la batteria finita, è il loro unico punto di contatto con il mondo, e loro trovano mille modi per ricaricarlo, spesso incredibilmente creativi. Per cosa lo usano? Soprattutto per scaricare e ascoltare musica. Se invece di semplice propaganda scritta potessero avere accesso a qualche romanzo digitale gratuito, scritto nella loro lingua, forse scaricherebbero anche quello. Perché tradurre un libro in Swahili, stamparlo, spedirlo dove neppure Alibaba osa effettuare spedizioni e dove non può essere conservato né distribuito, avrebbe un costo eccessivo per qualunque editore, ma tradurlo e metterlo online sarebbe possibile.
Se solo i libri digitali diventassero popolari e il business dell’editoria digitale proficuo, i grossi investitori potrebbero togliersi lo sfizio di fare qualcosa di etico con il minimo impatto sociale e ambientale.

L’e-book ha lo stesso problema che ha avuto la musica digitale quando ha iniziato a diffondersi: non conviene ai produttori e ai distributori tradizionali, quindi è poco pubblicizzato, se non addirittura demonizzato dalle eminenze culturali al loro servizio. Per lo stesso motivo, le case editrici che sono comunque costrette a pubblicare un libro anche in formato digitale lo mettono in vendita a un prezzo di poco inferiore a quello cartaceo, per scoraggiarne l’acquisto. A perderci, con il libro digitale, sono innanzitutto gli stampatori e i distributori del libro cartaceo, spesso in società con gli editori. Ci guadagnano soltanto gli autori, i pochi editori digitali seri e senza padrone, e chi non può avere accesso ai libri cartacei, cioè proprio quelli che tutti diciamo di voler difendere ma che non difende nessuno.
L’unica categoria che può aiutare il libro digitale ad affermarsi è il consumatore, decidendo per una scelta consapevole, economica, ecologica, artistica e di ampie vedute sociali. Non significa rinunciare ai libri di carta, così come ascoltare musica su un lettore musicale non significa rinunciare ai CD o ai dischi in vinile.
L’estate è il momento giusto per provarci. Esibire un e-reader in spiaggia fa chic, e soprattutto nessuno vede che si sta leggendo un polpettone di nessun valore letterario, che sfigurerebbe nella libreria del soggiorno. Vuoi mettere la soddisfazione di averlo comprato al prezzo dell’usato, averlo scaricato in tre secondi e averlo eliminato con un click, senza che l’umanità ci abbia perso nulla, solo guadagnato.


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