California (and Bernie) dreaming

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07/06/2016 Attilio De Alberi

Una vittoria di Bernie Sanders nelle primarie in California potrebbe rendere meno facile la candidatura di Hillary Clinton per le elezioni presidenziali USA. E intanto sembra quasi assodato che Bernie potrebbe essere comunque la carta migliore per battere Trump. Una cosa è certa: la politica americana difficilmente sarà più la stessa.

Mentre noi italiani ci stiamo concentrando sui risultati delle amministrative e preparando al referendum di ottobre, oltre oceano si sta combattendo una battaglia epocale per le sorti politiche della più grande potenza mondiale.

L’esito di questa battaglia che vede essenzialmente due outsider, lo strampalato e dittatoriale miliardario Trump e il “socialista” ebreo Bernie Sanders, contendersi la palma della vittoria con una Hillary Clinton, rappresentante moderata dell’establishment, avrà inevitabilmente delle riverberazioni per l’intero pianeta.

Se da un lato Trump si è ormai aggiudicato la nomination per i repubblicani e, salvo capovolgimenti interni al GOP, li rappresenterà alle elezioni di novembre, Sanders, partito come un underdog, uno svantaggiato classico, sta dando del filo da torcere alla ex-First Lady, nonché ex-Segretario di Stato con Obama, fino a poco fa arrogantemente certa di avere in mano la nomination democratica. Bernie ha dalla sua parte la stragrande maggioranza dei giovani, il suo testardo attacco ai poteri forti, cominciando da Wall Street, in un paese dove, nonostante la rimonta dopo la crisi finanziaria del 2008, le disuguaglianze sociali e razziali rimangono pesanti e la rabbia sociale diffusa. Bernie è palesemente un uomo del popolo, in contrasto con Hillary donna delle lobby, che l’hanno abbondantemente foraggiata (mentre Bernie si è assicurato i fondi per la sua campagna attraverso micro-donazioni individuali).

A parte la spada di Damocle del Mailgate (l’indagine sull’uso improprio del suo server quando era Segretario di Stato) che potrebbe portare a una denuncia penale (ma i tempi saranno lunghi), c’è un’altra cosa che dovrebbe preoccupare la Clinton e, di conseguenza il partito democratico, il cui establishment l’appoggia a priori con i suoi famigerati superdelegates: nei sondaggi Bernie Sanders supera ampiamente Trump, mentre lei potrebbe anche perdere contro il miliardario populista la cui retorica, folle ma sincera, avrebbe molto più presa sulla pancia dell’elettorato USA rispetto al suo linguaggio articolato, informato, ma, secondo non pochi, non sincero.

Parla di tutto questo a Young Jordan Elgrably, giornalista e scrittore ebreo sefardita di origini franco-marocchine e residente a Los Angeles dove ha creato The Markaaz (il mercato), noto anche come Levantine Cultural Center con l’obiettivo di favorire, attraverso le arti e la cultura, un senso più profondo di comunità pacifica tra mondi spesso in conflitto tra di loro, in particolare quello ebreo e quello arabo. Jordan, naturale supporter di Bernie è stato molto impegnato, anche come attivista, nella campagna per il senatore del Vermont.

Secondo gli ultimi sondaggi Bernie supererebbe anche se di poco Hillary Clinton nelle primarie in California…

Bisogna dire che Bernie ha fatto grandi progressi nei sondaggi, ma in realtà Hillary ha ancora una piccola chance di batterlo in California, ma Bernie ha già messo le mani avanti facendo notare pubblicamente che attraverso il paese sarebbe il candidato migliore per battere Trump.

Ma anche se Bernie vincesse in California, assicurandosi un bel numero di delegati per la convention a luglio, rimane l’ostacolo dei superdelegati che l’establishment del partito democratico ha già assegnato d’ufficio a Hillary…

Questo è un punto chiave, ma le cose stanno cambiando. Già in un certo numero di stati il partito ha deciso di assegnare i superdelegati a Bernie e se la pressione del suo movimento continua, a luglio si potrebbe decidere di scegliere Bernie come candidato ufficiale.

Ma si parla anche di un altro scenario: in caso di sconfitta in California, Bernie potrebbe allearsi con Jill Stein, del partito dei verdi e presentarsi alle elezioni di novembre con un ticket indipendente.

Bernie ha accennato velatamente a questo, ma sa che è un grosso rischio. L’esperienza di Ralph Nader (storico candidato indipendente che fallì nel suo intento n.d.r.) c’insegna qualcosa. Punta invece a una piena realizzazione tra i democratici che è lui la carta vincente contro Trump.

E l’annunciato dibattito Trump-Sanders che fine ha fatto?

Dopo quattro annunci e quattro contro-annunci alla fin fine non si è fatto. Forse a Trump non conveniva.

Intanto Hillary si è rifiutata di fare un dibattito pubblico con Bernie in California.

Sì, ed è stata molto criticata per questo.

Perché questo rifiuto?

Perché aveva paura di mostrare chi è veramente Bernie ai suoi follower.

Che importanza ha la potenziale accusa penale contro la Clinton per l’uso improprio delle mail?

Nel breve termine nessuna.

Perché Hillary sta perdendo consensi in generale?

Perché è un robot. Non è reale come Bernie. Però non dimentichiamo che ha ancora un nutrito numero di supporter, soprattutto a Hollywood.

Ci sono delle eccezioni però: a partire da Susan Sarandon e Tim Robbins per arrivare a Mark Ruffalo e Will Ferrell.

Sì, fantastico, ma l’establishment hollywoodiano rimane pro-Hillary.

Rimane comunque da vedere cosa succederà alla convention del partito democratico a luglio dove si deciderà chi lo rappresenterà contro Trump.

Assolutamente. La situazione è sempre più magmatica: dopo tutto Sanders è partito con un grande svantaggio e ha fatto passi da gigante. Il partito non può tenerne conto.

Cosa succederà a tutto il movimento che si è creato dietro la figura di Sanders qualora non ottenesse la nomination?

In realtà di questo Bernie non ne parla. E’ come se dicesse: quando arriveremo a quel fiume lo attraverseremo. Si è concentrato totalmente nell’assicurarsi il maggior numero di delegati e inviare così un messaggio bello chiaro al partito.

Ma se lui si ritirasse dopo luglio sarebbe un dramma per il movimento che ha ispirato…

Certamente e l’esperienza del movimento Occupy Wall Street ne è la dimostrazione: in mancanza di un leader ha perso il suo grosso impeto iniziale.

D’altra parte il movimento dietro Bernie è molto forte e sta cambiando la politica americana…

Senz’altro e come attivista qui in California ho avuto modo di parlare con gente di tutte le età e classi sociali che si ritrovano nel suo modo di vedere la società USA e nel suo progetto per cambiarla.

Ma non circola qualche nome di un delfino più giovane di Bernie, considerando anche la sua età avanzata?

Ufficialmente no, per i motivi che ho detto, ma molti pensano a Elizabeth Warren (senatrice dem radicale). Penso che potrebbe veramente diventare la prima donna presidente degli USA. E comunque, nel breve termine, potrebbe senz’altro diventare vice-presidente in un’eventuale amministrazione Sanders.

Intanto Trump non potrebbe avvantaggiarsi se moderasse i toni per conquistare così l’elettorato repubblicano meno radicale?

Sì, ma non lo fa. C’era addirittura un’ipotesi che in realtà lui volesse partecipare alla corsa presidenziale per fare pubblicità ai suoi interessi di uomo d’affari, ma in realtà sembra ora prendere la sfida in maniera molto seria e senza compromessi al suo radicalismo.

Parliamo di politica estera: fino a che punto vorrà o potrà Sanders prendere le distanze dall’attuale stato d’Israele qualora diventasse presidente?

Almeno in sede della campagna elettorale ha ufficialmente preso le sue distanze affermando che è necessaria una politica più equilibrata a favore della causa palestinese. Una cosa è certa: diversamente sia da Hillary che da Trump non si è fatto coinvolgere dall’AIPAC (American Israeli Public Affairs, la potente lobby israeliana negli USA. n.d.r)

E questo nonostante il fatto che è ebreo.

Infatti, ma appartiene a una versione umanista, liberal, secolare e decisamente non sionista nella cultura ebraica americana. E molti ebrei americani stanno con lui proprio per questo.

Ma in generale la politica estera è uno dei punti deboli di Bernie.

Beh, certamente non ha l’esperienza della Clinton che è stata Segretario di Stato, ma rimane il fatto che la sua è una posizione decisamente meno imperialista, o se vogliamo non-imperialista. Bernie si concentra molto nel ridurre il potere del big business negli USA, a cominciare dalla tassazione e questo potrebbe poi riflettersi anche in una politica estera meno invasiva.

A proposito di politica estera, l’attrice Susan Sarandon, una fan di Bernie, la stessa che ha fatto scalpore twittando ‘Mi rifiuto di votare con la mia vagina’, ha dichiarato, paradossalmente, che Hillary sarebbe più pericolosa di Trump.

Sono d’accordo con la Sarandon che Hillary Clinton potrebbe essere potenzialmente ancora più pericolosa di Donald Trump, perché nella sua pratica politica ha dimostrato di essere un’intervenzionista.

Se Bernie andasse al potere sarebbe molto importante avere dalla sua parte il Congresso, che come nel caso di Obama, essendo a maggioranza repubblicana non ha potuto che frenare le sue istanze più progressiste.

Sì, questo è un grosso problema e c’è il pericolo che tutto l’impeto progressista di Bernie venga frustrato.

D’altra parte con Sanders alla Casa Bianca un numero maggiore d’indipendenti verrebbe invogliato a registrarsi nel Partito Democratico e quindi assicurare un Congresso favorevole a un presidente radicale come Bernie.

Noi tutti speriamo in questo, ed ecco perché sarà importante comunque a mantenere attivo il movimento nel paese anche dopo le le elezioni di novembre.

 

P.S. Per chi è interessato alle argomentazioni di Susan Sarandon circa un’eventuale politica estera USA in mano alla Clinton, eccole in video. E’ importante notare che le posizioni dell’attrice sono personali e individuali e non circolano con l’endorsement di Bernie Sanders, che preferisce non essere eccessivamente aggressivo nei confronti della rivale.

 

 

 

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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