La sharing economy e ciò che (non) lasceremo ai nostri figli

Ottobre 18, 2015
Germano Milite
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E’ drammatico notare come siano sul serio in pochi quelli consapevoli del nostro rapido quanto rovinoso spostamento verso una società di nullatenenti imprigionati in un materialismo immateriale.

Faccio un esempio diretto per spiegarmi meglio: mio padre ha una bellissima collezione di dischi in vinile, che assumerà un valore crescente con il passare degli anni (ovviamente se ben conservata). Ha anche diversi fumetti in edizione limitata ed una collezione di francobolli provenienti da tutto il mondo (messa insieme con tanta cura da mio nonno). Tutto questo potrà lasciarlo in eredità a me ad ai miei fratelli. Alla mia età aveva pure auto e casa di proprietà, anche se in proporzione guadagnava molto meno di quanto io guadagni ora e non aveva tutte le competenze “trasversali” che devo avere io per sopravvivere nell’attuale mercato del lavoro (e dell’impresa).

UN ABBONAMENTO E’ PER SEMPRE

Un abbonamento a Spotify Premium costa 10 euro al mese (più o meno quanto un cd musicale in offerta) e ti garantisce gozzilioni di album e canzoni, scaricabili ed ascoltabili ovunque, in qualunque momento, in alta qualità audio ecc. Idem più o meno per giornali, i libri e le riviste digitali: fai il tuo acquisto nello store di turno e, miracolo, hai con te infinite pagine di testo che stanno tutte su un tablet o uno smartphone.

Questa comodità di fruizione oggettiva è di sicuro il lato luminoso della medaglia. Tuttavia, da innovatore innamorato delle nuove tecnologie ma dotato di una mente molto analitica e riflessiva, mi vedo costretto a guardare anche il risvolto meno positivo e rincuorante, ovvero: se pago ad esempio l’abbonamento premium di Spotify per 10 anni, avrò speso 1200 euro e potrò avere tutti gli album e le canzoni che voglio, fin quando continuerò però pagare e senza comunque mai possedere alcun oggetto fisico. Si tratta infatti solo di file ospitati su un server cloud, non di mia proprietà, che in ogni momento potrebbe cambiare anche le condizioni di abbonamento in mio svantaggio. Se smetto di versare il mio abbonamento premium e/o Spotify fallice, non ho nulla da lasciare ai miei figli. Nulla di tangibile, che s’impolvera ed esiste realmente. Ho solo speso 1200 euro per “noleggiare” l’ascolto di qualche canzone. Riflettendoci meglio, anche se continuerò a pagare a vita questo abbonamento ed avrò sempre modo di riprodurre i file audio, in ogni caso ai miei figli (o semplicemente a me stesso) non potrò lasciare alcun patrimonio materiale che crescerà di valore con il tempo. E’ tutto in “sharing”: costa meno, ma non vale nulla anche se in linea teorica può durare in eterno.

I LIBRI CHE NON SONO MAI VERAMENTE TUOI

Idem per i libri che ho acquistato su Apple Store e che ho pagato circa 300 euro in tutto. La mia “libreria virtuale” esiste solo perché ho un account apple. Senza, quei libri e quelle riviste non ci sono, non esistono; non sono miei e svaniscono nel nulla. Una cosa simile non era mai successa, in effetti. E’ come se io comprassi un libro in formato cartaceo da Feltrinelli e poi dovessi abbonarmi a qualche suo servizio perpetuo per poterlo rileggere quando voglio. Pena: la sparizione del volume dallo scaffale della mia libreria. E poi la condivisione, vero aspetto rivoluzionario della rete? La stanno rendendo sempre meno agevole (su Apple è sempre stata molto ardua e per questo non sono mai stato un fan sfegatato della mela morsicata). Se compro un libro di Italo Calvino o un cd dei Queen, posso prestarli o regalarli a chi voglio, senza che questa persona debba creare un suo account o avere un dispositivo per leggerlo: basta l’intenzione di condividerlo. Banale, automatica, data per scontata fino a pochi anni fa, eppure scippataci in maniera sempre più seducente quanto prepotente e definitiva.

IL DRAMMA DELLA MIA GENERAZIONE

Ed ecco in tutta la drammatica evidenza il dramma della mia generazione; una generazione che ha tendenzialmente rinunciato all’idea di “casa di proprietà” (oggi si “condivide” l’appartamento o al massimo lo si affitta a vita) e di auto (meglio un noleggio di lunga durata o, appunto, il car sharing) e, cosa almeno a mio avviso ancor più grave, di figli e famiglia composta da almeno tre persone (a stento si arriva alla fine del mese da soli, ma con immancabile I-Phone 6 preso a rate)

La pensione, come noto, resta un’incognita sempre più incognita. La cosiddetta “sharing economy” ha dunque creato ed alimentato eserciti di nullatenenti anche felici e convinti che sia giusto così, assuefatti cioè all’idea di cedere il proprio futuro a dei multimiliardari che posseggono non solo tante cose e beni materiali ed immateriali, ma anche crescente potere su interi stati e sugli stili di vita di chi in questi stati ci vive.

UN NUOVO TECNO-FEUDALESIMO

Insomma: un nuovo feudalesimo con una nuova tecno-aristocrazia ed una nuova plebe, ma con meccanismi molto più seducenti e raffinati ed una povertà resa più accettabile da una vita vissuta nel solo presente e straripante di beni inutili e “comodità irrinunciabili” che non avevamo bisogno di avere. Chiedetevi ad esempio quanto vi serva sul serio quella fotocamera da 30 mpx sul retro del vostro smartphone, quello schermo ultra-hd che vi mostra in 4k “con nero più profondo”. Chiedevi, poi, quante volte avete rivisto i video e le foto scattate durante i concerti che vi siete persi e/o goduti a metà perché dovevate appunto registrare filmati, fare foto e postarle. Fermatevi un secondo, guardate il vostro telefono di ultima generazione che tra 6 mesi vi sembrerà vecchio e lento e cercate di ricordarvi quante volte, o meglio quanto a lungo dopo l’acquisto avete pensato:”Cazzo, senza questa invenzione la mia vita sarebbe stata peggiore”. Per soddisfare bisogni consumistici a scadenza semestrale, abbiamo rinunciato a poter vivere pensando con meno incertezza al nostro futuro. Pensiero forse retorico ma certamente e drammaticamente vero.  

Abbiamo barattato il domani solido e definito (o almeno ponderabile) con un oggi sempre più fluido ed in molti casi addirittura fumoso. In nome della “reperibilità” perpetua e della connettività globale, abbiamo rinunciato a possedere sul serio le cose, cedendo fette crescenti di eredità potenziale. Del resto “cloud” significa nuvola e le nuvole, si sa, non sono certo entità solide e definitive fatte per durare.

OLTRE IL CAPITALISMO ED IL COMUNISMO

E’ un po’ come succedeva sotto il comunismo sovietico, con la proprietà privata vista come un male assoluto, ma con i “padroni” infinitamente più forti e potenti di quelli di un tempo. Con noi “proletari” che siamo molto più assuefatti e collaborazionisti in questa forma di privazione crescente di sovranità esistenziale. Io sono un imprenditore, ho la mia bella “startup” e la mia idea di “innovazione” che deve arricchire le persone di conoscenze, esperienze e beni e non solo di servizi digitali. Potete quindi immaginare quanto, da nato nel 1986, sia lontano anni luce da certe prediche nostalgico-ignoranti lanciate contro le nuove tecnologie. Devo molto ai social network, al web, agli smartphone che mi permettono di lavorare in mobilità e senza aver bisogno di un ufficio. Eppure mi chiedo, in maniera sempre più insistente e consapevole, se questo nuovo mondo nel quale ci siamo immersi con tanto entusiasmo (ed incosciente isteria) ci abbia sul serio restituito troppo poco in cambio di quello che ha preso.

Io so solo che oggi servono più titoli, più qualità personali, più coraggio e più competenze per ottenere comunque meno di quello che si otteneva in passato. So che è sempre più difficile raggiungere quel guadagno minimo necessario per poter condurre una vita dignitosa. So, in ultimo, che ho quasi 30 anni e potrei lasciare ad un ipotetico figlio molto meno di ciò che mio padre, a 25, avrebbe potuto lasciare ed assicurare a me (i vinili, i fumetti, la casa di proprietà, l’auto ecc di cui parlavo nell’incipit). E so che questo non lo si può chiamare né progresso, né innovazione. E’ piuttosto un processo di conversione e privazione della proprietà di beni materiali durevoli, al quale si aggiunge una deflazione salariale preoccupante almeno come l’invecchiamento continuo della popolazione dovuto al calo demografico costante. E no: la “crisi” citata a caso per ogni evenienza non c’entra niente con i fenomeni che vi ho descritto. Questa non è crisi, è un cambiamento poderoso di paradigma socio-economico che ci sta trascinando indietro di centinaia di anni, abbagliandoci con l’acquisto compulsivo di oggetti e servizi che dovrebbero farci sentire chissà quanto “avanti”, mentre dietro di noi c’è il deserto. 

L'AUTORE
Giornalista professionista. Partendo dalla televisione, ha poi lavorato come consulente in digital management per aziende italiane ed internazionali. E' il fondatore e direttore di YOUng. Ama l'innovazione, la psicologia e la geopolitica. Detesta i figli di papà che giocano a fare gli startupper e i confusi che dicono di occuparsi di "marketing".
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