Africa: perché il continente più ricco è abitato dai popoli più poveri

Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori e di insegnamento delle lingue straniere. Ha pubblicato numerosi articoli su varie testate del web.

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Quando all’Università “La Sapienza”, oramai qualche anno fa, mi trovai ad assistere ad una conferenza tenuta da uno dei redattori della rivista “Africa”, molte domande degli studenti vertevano sulla povertà di questo continente, sul perché non si riuscisse a trovare una soluzione a questo male atavico. La risposta, però, non fu il solito ed inflazionato elenco di motivi che starebbero alla base della povertà in Africa, ma una frase breve ed incisiva: “Dobbiamo smetterla di dire che l’Africa è il continente più povero. L’Africa è il continente più ricco”. In effetti, basta guardare una mappa tematica delle risorse naturali presenti in quel vasto territorio, per affermalo. E allora, la domanda giusta dovrebbe essere: “Perché gli africani sono poveri?”.

Africa risorse

L’AFRICA NON È SEMPRE STATA POVERA

Per andare alla radice del problema, dobbiamo innanzi tutto fare un piccolo sforzo, e dimenticarci per un attimo del modello economico capitalistico che ci è stato inculcato sin dalla nascita, come se fosse una legge naturale. Al contrario, di modelli economici ne sono esistiti a decine nella storia dell’umanità e nei vari Paesi del mondo (possiamo citare il comunismo o il feudalesimo come esempi). In secondo luogo, dobbiamo tornare indietro nel tempo ad un’epoca spesso trascurata nella storia che si insegna in Europa: quella dell’Africa precoloniale.

Come vivevano gli Africani prima dell’invasione europea? Cerchiamo di sbarazzarci degli stereotipi, ovvero del modello che vorrebbe gli africani come dei popoli primitivi ed ignoranti, ma anche di quello idealistico che li vedrebbe come persone che vivevano in perfetta armonia con la natura. Fortunatamente, negli ultimi anni si stanno sviluppando parecchi studi, soprattutto da parte di ricercatori belgi e francesi originari dell’Africa subsahariana, e la risposta che ne è venuta fuori è sorprendente: gli africani, prima della colonizzazione, vivevano in un’economia d’abbondanza.

Per capire questa affermazione, dobbiamo innanzi tutto capire cos’è l’economia. Secondo la definizione che ne danno Paul Samuelson e William Nordhaus, essa “è lo studio dei metodi con i quali le società utilizzano delle risorse rare per produrre dei beni che abbiano un valore e distribuirli tra gli individui”. In effetti, il concetto di rarità o scarsità è al centro dell’economia capitalistica moderna, visto è che proprio la scarsità (offerta) di un bene in relazione alla domanda che ne determina il prezzo. Noi, dunque, viviamo in un’economia di scarsità, in quanto la mentalità del sistema capitalistico ci costringe a produrre sempre di più per rispondere ad una domanda sempre crescente: l’offerta non è mai abbastanza.

Al contrario, possiamo parlare di un’economia d’abbondanza quando ogni bene è disponibile in qualsiasi momento in una quantità superiore rispetto alla domanda, oppure quando in qualsiasi momento è possibile produrre un’unità in più di un determinato bene. L’economia africana precoloniale, infatti, non prevedeva la necessità di aumentare incessantemente la produzione, ma era semplicemente finalizzata a soddisfare i bisogni primari della popolazione: cibo, acqua, vestiti, dimore. I frutti – ad esempio – venivano raccolti in quantità sufficiente rispetto al fabbisogno della popolazione e, nel momento in cui questo fabbisogno aumentava, bastava raccoglierne una quantità maggiore, ma senza eccedere il fabbisogno stesso.

Questa differenza tra l’economia capitalistica e quella africana precoloniale è riassumibile in un motto che gli anziani senegalesi coniarono dopo l’arrivo dei colonizzatori francesi: “Noi lavoravamo per vivere, voi vivete per lavorare”.

Ma le differenze non sono finite qui. Un’economia d’abbondanza come quella dell’Africa precoloniale è in gran parte basata sulla gratuità e sull’inesistenza della proprietà privata. Un bene ha infatti bisogno di un prezzo solamente quando è scarso, ma qualora la disponibilità dello stesso è superiore alla domanda di tutta la popolazione, allora non c’è motivo per affibbiargli un valore di scambio. Il valore di scambio, in questo contesto, poteva avere un senso solamente nel caso dei mercanti che viaggiavano verso altri territori, portando con sé prodotti che non erano disponibili per la popolazione locale. In quel caso potevano avvenire degli scambi commerciali basati su un valore di scambio. Lo stesso dicasi per la proprietà privata, che non esisteva se non nella sua forma collettivistica, ovvero la proprietà della tribù. Questa, oltretutto, dipendeva dal lavoro: una terra veniva riconosciuta come proprietà di una tribù in quanto erano i membri di questa tribù a coltivarla. Generalmente, neppure i capi delle tribù o i sovrani possedevano delle terre di proprietà privata, se non nella regione dei Grandi Laghi.

Africa coloniale

LA COLONIZZAZIONE DELL’AFRICA

Arriviamo dunque al momento della colonizzazione del continente africano, il momento in cui gli Europei introducono i loro modelli in queste terre, dall’idea dello stato-nazione in ambito politico all’economia di mercato capitalistica in quello economico. Quando francesi, inglesi, tedeschi, belgi, portoghesi, spagnoli, olandesi e in parte anche italiani arrivano in Africa, partono quasi sempre dall’idea di una presunta superiorità rispetto ai popoli autoctoni. Dal loro punto di vista, infatti, gli africani sono poveri: non hanno tecnologie avanzate, non costruiscono strade asfaltate o palazzi sfarzosi, non vivono, insomma, nell’opulenza e nell’ostentazione, non conoscono la concorrenza.

Gli Europei, a quel punto, confondono la semplicità della vita dei popoli africani con la povertà: per gli occidentali, infatti, è inconcepibile che queste persone non vogliano avere di più, se non hanno di più – pensano – deve essere perché non ne sono in grado. Michel Aglietta e André Orléan, tuttavia, ci spiegano che questa correlazione è totalmente sbagliata: “Si commetterebbe un grosso errore – scrivono – nel dire che più una società è prospera, e meno la scarsità vi è presente”. Gli Europei, dunque, confondono il loro avanzamento tecnologico con la ricchezza e l’abbondanza, e non capiscono che in realtà la scarsità è presente nel loro modello economico, non in quello dei popoli africani. “L’abbondanza e la scarsità non esistono in quanto tali”, scrive Karl Marx nella “Miseria della filosofia”: esse dipendono dal modello economico utilizzato. L’imposizione della scarsità economica, secondo il filosofo di Treviri, è necessaria per “giustificare e prolungare in eterno un modo di produzione che ha bisogno della scarsità per la maggioranza della popolazione, sebbene non escluda affatto degli eccessi nella produzione”.

Nel momento dell’introduzione del sistema capitalistico in Africa, dunque, è stato totalmente ignorato il modello economico preesistente, obbligando dei popoli a confrontarsi con una mentalità a loro del tutto estranea. È da qui che trae origine la vera povertà dei popoli africani, che si trovano all’improvviso a dover competere con il resto del mondo senza averne i mezzi. A ciò, ovviamente, si aggiunge la totale sottomissione alla quale queste genti sono state costrette, sia dal punto di vista politico che economico. Diventa allora evidente come l’Africa subsahariana sia stata ridotta in uno stato che ne ha compromesso ogni tipo di sviluppo non solo ai tempi della colonizzazione, ma anche per i decenni successivi.

Thomas Sankara

L’AFRICA DOPO LA DECOLONIZZAZIONE

La decolonizzazione, al contrario di quanto molti hanno potuto ingenuamente pensare, non rappresentò affatto la fine delle sofferenze per i popoli africani. Innanzi tutto, perché i Paesi furono praticamente obbligati ad assumere la forma dello stato-nazione introdotta dagli europei, e ad entrare nell’economia di mercato capitalistica internazionale. In secondo luogo, perché la maggioranza degli stati di nuova formazione restarono de facto fortemente legati alle ex potenze colonizzatrici, con accordi economici e politici, nonché attraverso il giogo del debito estero. Le élite dei Paesi africani trovarono più conveniente allearsi con la borghesia dei Paesi europei, come aveva già individuato Lenin: “Le potenze imperialistiche, asserendo di voler costituire stati politicamente indipendenti, creano in realtà degli stati da loro interamente indipendenti, in senso economico, finanziario, militare”. E ancora: “Tra la borghesia dei Paesi sfruttatori e quella dei Paesi coloniali si registra un certo riavvicinamento, sicché molto spesso la borghesia dei popoli oppressi, pur sostenendo i movimenti nazionali, lotta in pari tempo d’accordo con la borghesia imperialistica, cioè insieme con essa, contro tutti i movimenti rivoluzionari e contro tutte le classi rivoluzionarie”.

Senza voler ripercorrere tutta la storia dei crimini commessi dalle potenze occidentali in Africa dopo la fine ufficiale del colonialismo, ci vogliamo limitare a notare come, dopo aver obbligato questi Paesi ad approcciare il modello capitalistico ed avergli negato la possibilità di svilupparsi secondo il loro modello economico endogeno, gli Europei abbiano negato loro anche la possibilità di svilupparsi nell’ambito del modello capitalistico. Ciò è accaduto soprattutto grazie al controllo delle risorse naturali del sottosuolo africano (petrolio, gas naturale, diamanti, oro… la lista sarebbe infinita), che attraverso l’accaparramento delle terre coltivabili. Al contrario di quello che avveniva ai tempi della colonizzazione, però, non sono direttamente i governi ad operare in questo senso, ma le multinazionali.

Dobbiamo allora solamente prendere atto di come, finché esisterà una qualsiasi forma di subordinazione del continente africano rispetto alle potenze straniere, sarà impossibile ogni forma di reale sviluppo, indipendentemente dal modello economico approcciato. Naturalmente la responsabilità, oltre che sui governi e sulle multinazionali occidentali, ricade anche sui governi dei Paesi africani, quasi sempre genuflessi agli interessi dei loro potenti alleati e pronti a svendere il Paese per qualche beneficio personale: non va però dimenticato che quei leader africani che hanno tentato di seguire una strada diversa, come Thomas Sankara in Burkina Faso, sono poi finiti assassinati o – nel migliore dei casi – deposti con colpi di stato spalleggiati da Stati Uniti ed Europa.

“AIUTIAMOLI A CASA LORO”

Chiudiamo, dunque con quella che ci sembra essere l’unica vera soluzione per risolvere i problemi economici dei continenti africani, espressa in alcuni punti cardine:

1) i Paesi stranieri e le organizzazioni internazionali devono cancellare di ogni debito estero contratto dai Paesi africani;
2) le multinazionali straniere devono restituire tutte le terre coltivabili acquisite ai governi dei Paesi africani;
3) le multinazionali straniere devono rinunciare allo sfruttamento delle risorse naturali dei Paesi africani, se non attraverso concessioni oculate che risultino vantaggiose per i Paesi in questione e che obblighino le imprese ad assumere unicamente manodopera locale (abbiamo previsto questa eccezione perché alcuni Paesi potrebbero non disporre nell’immediato dei mezzi per sfruttare al meglio le proprie risorse);
4) i Paesi occidentali devono rinunciare ad ogni forma di ingerenza politica nei confronti dei governi africani, in particolare devono impegnarsi a non creare conflitti e a non sostenere colpi di stato.

Questi quattro punti rappresentano naturalmente delle condizioni necessarie ma non sufficienti per raggiungere gli obiettivi prefissati. Molto dipenderà comunque dalla gestione interna dei Paesi africani, ai quali dovrà essere lasciata la libertà di scegliere modelli politici ed economici non necessariamente corrispondenti a quelli dei Paesi occidentali. Per alcuni potrà sembrare un’utopia, ma solamente quando questi punti verranno messi in pratica potremo dire di averli “aiutati a casa loro”.

BIBLIOGRAFIA

Michel AGLIETTA & André ORLEAN (2002), La monnaie entre violence et confiance
Vladimir LENIN (1920), Primo abbozzo di tesi sulle questioni nazionale e coloniale
Vladimir LENIN (1920), Rapporto della commissione sulle questioni nazionale e coloniale
Karl MARX (1847), Miseria della filosofia
Paul SAMUELSON & William NORDHAUS (2000), Economia

di GIULIO CHINAPPI

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Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori e di insegnamento delle lingue straniere. Ha pubblicato numerosi articoli su varie testate del web.

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