Il no profit che si approfit: lo scandalo della raccolta fondi solidale

Per leggere questo articolo ti servono .. 10 min.
Social Score

Un tempo gli schiavi non venivano pagati e, magari, avevano anche una ciotola con pane raffermo e acqua. Oggi, la nuova frontiera, è addirittura farsi pagare da chi lavora, scaricandogli addosso tutto il rischio d’impresa oltre a fargli subire la beffa del compenso a provvigione.

Ma andiamo con ordine e partiamo da una rievocazione immaginifica che vi aiuterà a comprendere fin da subito di chi parliamo: avete presenti quei banchetti con poster, locandine e depliant firmati Telethon, Save The Children, UNHCR ecc? E avete presenti quei giovani sempre sorridenti in pettorina colorata che tentano in ogni modo di fermare più passanti possibili per spingerli a sottoscrivere una donazione? Bene: questi ragazzi si chiamano “dialogatori” e sono l’ultima ruota di un carro che muove un business considerevole, sfruttando a volte i più ingenui (e/o disperati) con false promesse di elevati guadagni e, ovviamente, il senso di colpa dell’uomo occidentale, disposto magari a sborsare 20/30 euro al mese per uno o più anni al fine di ripulirsi la coscienza per le emergenze umanitarie causate (anche) dal suo stile di vita.

INFILTRANDOSI NEL NO PROFIT CHE SE NE APPROFIT

Già l’anno scorso mi ero infiltrato in una di queste società di marketing, con sedi sparse in tutta Italia e facenti capo alla dicussa Appco Group, azienda australiana collegata a sua volta alla Cobra Group, multinazionale londinese già finita nel mirino di realtà come la BBC ed il Daily Mirror per le sue pratiche di arruolamento ed il modo in cui tratta i suoi collaboratori.  In particolare, su Wikipedia si legge ad esempio che “le critiche sono spesso riferite alle tecniche di reclutamento considerate ingannevoli, i bassi guadagni, le molte ore lavorative richieste e le invasive tecniche di persuasione”. Non solo: Cobra, attraverso la rete di società organizzate in un sistema simile a quello piramidale, promette anche enormi guadagni potenziali ai nuovi collaboratori. Tuttavia, sempre da Wikipedia, si legge infatti che: “Uno dei punti più controversi è che venga decantato un sistema di promozione interno che dovrebbe portare i lavoratori all’apertura e gestione a proprie spese di una nuova filiale. Detta condizione si dovrebbe verificare mediamente entro i primi 12/16 mesi dall’inizio della collaborazione, ma diverse voci lamentano la non veridicità di questa affermazione. In ogni caso, la maggior parte dei lavoratori che ha raggiunto tale ruolo ha comunque accusato notevoli perdite di denaro ed innumerevoli filiali sono così state portate all’indebitamento e al fallimento”.

E non è un caso che esistano numerose aziende, tutte rigorosamente srls, ovvero società a costituzione semplificata, sparse su tutto il territorio nazionale. Nella sola Campania spuntano come funghi. Fino all’anno scorso, ad esempio, Infojobs era letteralmente infestata degli annunci (tutti identici ed ossessivamente riproposti) delle varie Becas Marketing, Xeena Marketing e Life in Motions. Da qualche tempo né è sbucata una nuova, sempre dal nome anglofono: la Hof Company. Pagina Fan di Facebook con i consueti volti sorridenti dei ragazzi in pettorina colorata, post ricondivisi direttamente dalle pagine fan ufficiali di realtà come Save The Children ed UNHCR o anche Unicef e WWF, sito aziendale a dir poco imbarazzante e selezione perpetua di nuovi candidati “anche senza esperienza” e con “attitudine al lavoro di squadra” ai quali vengono promessi stipendi mensili dai 900 ai 1500 euro. Se cercate su Google la parola chiave a coda lunga “Hof Company Infojobs”, vi compariranno una serie di annunci fotocopia, per lavori a Pescara e a Napoli. Il contenuto è identico: l’azienda, presentata al solito come “realtà australiana”, starebbe ristrutturando il proprio organico e per questo si dice in cerca di nuovi giovani “dinamici e ambiziosi”. Naturalmente la società in questione è “leader nel settore” e promette appunto uno stipendio fisso. Ho segnalato diverse volte questi annunci assurdi ad Infojobs, anche perché sono ripetuti in maniera veramente ossessiva e rappresentano un vero e proprio spam. Ma a quanto pare, il noto sito di recruitment, è interessato solo ad incassare denaro e non cura minimamente la qualità degli annunci pubblicati.

PROMESSO UN FISSO MENSILE CHE POI NON ESISTE

Come abbiamo detto, infatti, il primo e più grave elemento fuorviante è rappresentato dall’indicazione di un compenso fisso, che naturalmente non esiste, essendo di fatto quello proposto un tipico lavoro a provvigione, con contratto di prestazione occasionale: guadagni solo se vendi. Ma l’aspetto clamoroso e per molti diabolico di queste realtà non si ferma alla mera pubblicità ingannevole. Come abbiamo accennato in incipit, infatti, il sistema può addirittura far ritrovare indebitato il povero dialogatore, che si è magari spaccato la schiena, rimanendo per ore in piedi e tentando di fermare più passanti possibili. A tal proposito, oltre ad essermi infiltrato personalmente nel 2015 ai colloqui di selezione organizzati dalla Life In Motions (qui il mio articolo), ho voluto raccogliere le testimonianze di altri ragazzi e ragazze che hanno lavorato per queste società e si sono ritrovati, udite udite, a dover loro dei soldi.

LE TESTIMONIANZE: “LAVORAVO, MA ALLA FINE DOVEVO IO DEL DENARO A LORO”

Ma come è possibile lavorare per un mese intero senza sosta e trovarsi con un -100 euro in ricevuta? Il meccanismo, come detto, è ben studiato per ridurre a zero i rischi per la srls e per le ONG. L’azienda, durante il recruitment, promette lauti guadagni ed alte provvigioni alle nuove reclute, spedendole poi a lavorare per ore (con un contrattino di prestazione occasionale) in centri commerciali, piazze, stazioni ferroviarie ecc. L’accordo sembra semplice: più sottoscrizioni porti, più guadagni. Ed il sistema ricorda molto da vicino quello (illegale) del multilevel: inizi da “soldato semplice” e, raggiunte un tot di vendite, avanzi di livello e puoi avere altri neofiti in squadra, guadagnando in scala anche dal loro lavoro. Sali sempre di più nella struttura fortemente gerarchica ed arrivi (ti dicono) fino a poterti permettere l’apertura di una società tutta tua, con tanto di sede, collaboratori e guadagni da urlo.

Wow: aiutare quei poveri bimbi con il pancione gonfio e le mosche negli occhi è proprio un bel business, ti spingono a pensare. Basta convincere qualche occidentale benestante a versare almeno 10 euro al mese per un annetto ed il gioco è fatto. Ma è proprio qui che sta l’inghippo: la società riconosce ai dialogatori una provvigione su ogni “abbonamento solidale” sottoscritto, a patto però che questo abbonamento duri almeno sei mesi. In caso contrario, la fee precedentemente accordata viene stornata e quindi va restituita il mese successivo.

Facciamo un esempio per capirci meglio, raccogliendo la testimonianza di un ex dialogatore che mi ha scritto: “Ho iniziato a lavorare per la RC Company srls dopo aver visto un annuncio di lavoro su Infojobs. Promettevano un fisso dai 900 ai 1200 euro al mese, viaggi all’estero, formazione ed eventi. Ricordo bene il primo giorno di colloqui, con la tv della sede che mandava in loop il film “The Wolf Of Wall Street”. Parlai anche con una ragazza, molto giovane, che mi raccontò brevemente ed entusiasticamente della sua carriera all’interno della società. Era partita da zero ed ora aveva un’azienda tutta sua. Dopo la fase di selezione e la giornata di formazione, ecco però la prima delusione: nel contratto che mi fecero firmare non era previsto alcun compenso fisso, ma solo un pagamento a provvigione. Decisi comunque di accettare e provare, visto che le provvigioni parevano buone. Ci fu un periodo di circa 2 mesi durante il quale vidi effettivamente i primi guadagni. Anche se comunque piuttosto magri ed ottenuti con turni di lavoro parecchio duri. Dal terzo mese, però, non potei lavorare, dovendo aiutare un mio parente nella gestione del suo negozio. Tornato alla RC Company dopo aver compilato con uno zero la mia ricevuta del mese precedente, iniziarono a comparire diversi “rejects”. I rejects sono in pratica gli abbonamenti che hai ottenuto ma che vengono disdetti prima del tempo minimo di sei mesi. Ogni disdetta, provoca uno storno sulle provvigioni future ed un segno meno in ricevuta. La mia segnava -135 euro in tutto. Così lavorai un altro mese per cercare di tornare in positivo, ma la ricevuta successiva segnava ancora – 80 euro, perché le adesioni fatte non coprivano quelle stornate. Il mio debito totale era quindi salito a più di 200 euro. A quel punto parlai con il responsabile e gli dissi che volevo andare via. Senza scomporsi, mi disse che ovviamente ero libero di andare, ma che a quel punto avrei dovuto restituire subito i soldi, di tasca mia. Quindi lavorai un altro mese e le prime due settimane totalizzai 550 euro circa di provvigioni. Sfiancato da quei mesi di duro lavoro e sicuro di aver estinto il mio debito, lasciai la società senza calcolare neppure l’eventuale saldo positivo che avrei potuto richiedere. In tutto ed escluso il mio debito, infatti, c’erano circa 300 di guadagno euro ed il mio owner mi promise che, nel caso non ci fossero stati altri rejects nei mesi seguenti, mi avrebbe rimborsato la differenza entro 90 giorni. Tale differenza non mi è mai stata data. Evidentemente, hanno disdetto tutti quelli che avevo fatto firmare”.

UNA STRANA RICEVUTA, PER NULLA TRASPARENTE

Di seguito riportiamo la ricevuta di un’altra ragazza, che ha lavorato per la stessa società romana e si è ritrovata con 144 euro di provvigioni accumulate e ben 274 euro di rejects totali, con una differenza di oltre 100 euro, al netto di tasse ed Irpef.

Ricevuta

In pratica funziona così: nel primo mese magari chiudi 20 abbonamenti che ti portano 300 euro di provvigioni, conteggiate e fatturate con ricevuta. Nei mesi successivi, però, questi abbonamenti vengono disdetti e di conseguenza la provvigione precedentemente accordata viene stornata, anche completamente. Se nessuno dei 20 abbonamenti raggiunge i sei mesi, infatti, semplicemente quei 300 euro ti saranno stornati dalle ricevute seguenti. E se le nuove provvigioni non coprono le precedenti (ad esempio, nei mesi successivi hai ottenuto solo 15 abbonamenti per 200 euro di provvigione), il saldo sarà negativo. E così via: chi si trova al gradino più basso della piramide gerarchica, è quello che lavora di più e guadagna di meno, in un sistema che ricorda troppo da vicino il multilevel marketing divenuto illegale da tempo.

Rc company srls

 

Tra l’altro, per motivi di privacy, le sottoscrizioni annuali o semestrali annullate anzitempo devono rimanere anonime e bisogna quindi fidarsi del conteggio effettuato dall’azienda, che potrebbe quindi anche barare sul numero dei rejects. Le testimonianze raccolte, mi hanno confermato che di norma non venivano comunque lasciate copie delle richieste d’annullamento, ma venivano esclusivamente date delle tabelle grossolane con elencate le motivazioni (carta scaduta, donazione mensile annullata ecc). Non stiamo dicendo che società come la RC Company inventino i rejects, ma di sicuro la garanzia di trasparenza nei confronti del collaboratore non esiste e le organizzazioni non fanno nulla per favorirla. Tra l’altro è anche plausibile un’alta percentuale di disdette, date le modalità piuttosto aggressive con le quali i dialogatori vengono addestrati ad ottenere la firma sul contratto. Vieni convinto in pochi secondi e, dopo un paio di mesi, guardando quell’addebito di 15, 20 o 30 euro, decidi che non vuoi può continuare e chiedi l’annullamento. Alcune carte di credito effettivamente scadono e poi il proprietario ne approfitta per non rinnovare la donazione.

LA FORMULA DEI REJECTS E’ ILLEGALE DAL 1999

Dal canto loro le aziende coinvolte si difendono sostenendo che, con l’utilizzo dei rejects, tutelano le stesse multinazionali del no profit e scoraggiano “furbate” da parte dei dialogatori, che magari potrebbero convincere amici, parenti e conoscenti ad effettuare finti abbonamenti semestrali ed annuali che poi vengono disdetti poco dopo. Tuttavia, a parte ammettere in questo modo di non essere capaci di scegliere con accuratezza i propri “agenti”, come pure le aziende serie sanno e devono saper fare per sopravvivere, in tal modo queste srls ammettono pubblicamente di mettere in pratica uno schema illegale dal 1999, definito un tempo come “star del credere”. In pratica, per l’appunto, un tempo gli agenti commerciali potevano essere costretti a sobbarcarsi il rischio d’impresa totalmente, vedendosi stornate commissioni precedentemente accreditate se il cliente da loro contrattualizzato non onorava l’accordo preso. Questa formula contrattuale è stata però abolita dalla cosiddetta “legge comunitaria” oramai quasi 20 anni fa ed è quindi assolutamente illegittima, soprattutto se applicata verso giovani senza la minima esperienza (ed aggiungeremmo la minima malizia per pensare di truffare in maniera continuata l’azienda per la quale lavorano). Quindi, al di là delle rivendicazioni degli ex collaboratori e delle difese d’ufficio degli attuali responsabili delle aziende menzionate, esistono già due chiare violazioni di legge:

  • Indicazioni di un compenso mensile, definito come “stipendio” all’interno dei numerosi annunci di Infojobs, che non è in realtà previsto dal contratto poi proposto
  • Utilizzo massiccio, continuativo e strutturato dell’abolita ed illegale pratica dello “star del credere” attraverso il conteggio dei “rejects”

Basterebbero già questi due elementi, per mettere in seria crisi un sistema che va avanti da diversi anni ed accresce giornalmente il proprio volume d’affari. 

MA DOVE FINISCONO I SOLDI CHE DONIAMO?

Io stesso sottoscrissi una donazione fissa di 15 euro al mese, con Medici Senza Frontiere. Dopo oltre un anno, decisi di disdire, perché venni a sapere che buona parte (troppa parte) delle mie donazioni serviva prima di tutto a pagare l’enorme macchina del marketing e della gestione e preferii così fare beneficenza in maniera più diretta. Nei mesi successivi ricevetti diverse chiamate che, in maniera piuttosto insistente, mi chiedevano di ridiventare sottoscrittore e quasi mi costringevano a giustificarmi per la mia disdetta. Interessante sapere, a questo punto, a chi finiscono poi i soldi di un eventuale “vecchio cliente” che torna a pagare un fisso mensile. Dubito che vadano a chi si è visto stornare in precedente la provvigione legata al mio contratto disdetto.

Nel frattempo, un’altra testimonianza, mi conferma che occorrono ben sette mesi prima che l’organizzazione per la quale si fa la raccolta (ad esempio Save The Children) veda dei proventi. Tutto il denaro che circola prima, serve per finanziare la rete di srls, i loro titolari, i team leader e via via tutte le figure che si trovano nella scala gerarchica, fino all’ultima ma fondamentale ruota del carro.

Ma quanto guadagna un dialogatore? Ancora una volta, posso raccontare la mia esperienza diretta ed avere conferma nelle parole di un altro ex collaboratore della Rc Company, che mi racconta:“In pratica un adesione mensile di 30 euro viene pagata al dialogatore 70 euro ( e all’agenzia di marketing 110 euro, per un totale di 180 euro di spese per l’ente umanitario)”.

Quindi, a fronte di 360 euro di donazione annuale totale, 70 vanno ai ragazzi che vi strappano la firma sul contratto e 110 all’agenzia che li recluta e forma. Il resto finisce all’ente, che provvede poi a gestirlo. Parliamo quindi del 50% della donazione che viene allocato al marketing diretto. Se poi decidete di disdire l’abbonamento solidale dopo 5 mesi, il ragazzo che ve l’ha fatto sottoscrivere non becca un centesimo. Su che fine faccia il denaro da voi versato fino a quel momento non si hanno informazioni certe, ma di sicuro a qualcuno andrà e dubitiamo che questo qualcuno sia il bimbo denutrito o il rifugiato di guerra che vedete in foto.

USIAMO L’HASHTAG “#ILNOPROFITNONSIAPPROFIT”

Di sicuro, un’organizzazione simile, soprattutto considerando gli enti, le realtà e le cause coinvolte, non ha nulla di etico e non può continuare a muoversi in maniera tanto spregiudicata. Magari sarà anche perfettamente legale, o giacente in quel classico limbo border line dove si muovo tante aziende, ma realtà come Save The Children, il WWF o addirittura l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite, dovrebbero preoccuparsi di più del modo in cui viene gestita la copiosa raccolta fondi che affidano in outsuorcing. Del resto, come ricorda anche il Corriere della Sera, nel 2014 la sola Unicef ha raccolto la bellezza di 14 milioni di euro e, di questi, circa 2/3 sono stati portati proprio da questo esercito di dialogatori. 

McDonald’s ha pagato caro lo scandalo che coinvolse alcuni suoi fornitori di carne, la Apple ha avuto non pochi problemi con la FoxConn e in entrambi i casi non ci riferiamo comunque ad ONG ed enti no profit. Sarebbe dunque opportuno maggior controllo sulle condizioni di lavoro dei ragazzi che da anni si riversano nei luoghi pubblici, spinti dalla voglia di guadagnare e, a volte, anche dal sincero desiderio di aiutare il prossimo.

Trasformare poi l’apporto economico solidale in una macchina da soldi senza scrupoli, che sfrutta i più ingenui e brucia quantità impressionanti di denaro in solo marketing e promozione, ci sembra sul serio molto poco dignitoso e parecchio scandaloso. Lontano anni luce dallo spirito di chi dice di battersi per i più poveri e sfortunati.

Intanto noi twitteremo #IlNoProfitNonSiApprofit su Twitter, taggando gli account delle principali realtà coinvolte. Voi, se volete, potete aiutarci a diffondere il messaggio: non vi costerà 30 euro al mese e potrà magari cambiare qualcosa.

Germano Milite

Giornalista professionista. Partendo dalla televisione, ha poi lavorato come consulente in digital managment per aziende italiane ed internazionali. E' il fondatore e direttore di YOUng. Ama l'innovazione, la psicologia e la geopolitica. Detesta i figli di papà che giocano a fare gli startupper e i confusi che dicono di occuparsi di "marketing".

Ti è piaciuto questo articolo di Germano Milite ?

Devi essere loggato per inviare messaggi

crisi no profit ong lavoro povertà onlus
  • http://www.giulionicolai.com Giulio Nicolai

    Mi sono sempre chiesto cosa ci fosse dietro al lavoro di quei ragazzi. Grandissima inchiesta, hai tutta la mia stima!

  • Anto Johnny

    Grazie.
    Sono la segretaria della sezione provinciale di AIL Trieste. Per statuto l’AIL è formata in stile “federazione”, fatta di sezioni provinciali autonome, che sono socie dell’AIL Nazionale. Non abbiamo nessun outsourcing e nessuno è stipendiato, se non i professionisti (medici/infermieri/psicologi) che sono a supporto degli ammalati.
    La nostra raccolta fondi prevede due momenti istituzionali con la vendita delle Stelle di Natale e le Uova di Pasqua e ogni centesimo del ricavato resta sul territorio (tolte le spese vive per comprare l’uovo o la stella).
    Non è difficile portare avanti una onlus all’insegna dell’onestà e di vero volontariato se alla base c’è una motivazione sana, ma è vero che a causa di situazioni come quelle da lei descritte, la diffidenza è sempre tanta. Per fortuna noi possiamo dire “Andate nel reparto di ematologia e vedete dove vanno a finire le vostre offerte”.

  • http://www.young.it Germano Milite

    Salve, Anto e grazie per la sua testimonianza. Mi farebbe piacere approfondire con lei tutti i dettagli, per un approfondimento sul tema al quale sto già lavorando. Potrebbe contattarmi a g.milite@young.it?

    Grazie mille e complimenti per la vostra attività, meritoria e trasparente.

  • Livia Galgano

    Non trovo corretto che a causa di alcuni uffici ci rimetta tutta l’azienda. Tralasciando il “dove vanno a finire i soldi” che, a mio avviso, è una scelta dell’organizzazione umanitaria decidere come investirli (se sottoscrivi è perché ti fidi dell’associazione e se vuoi saperne di più basta contattare la stessa e controllare i bilanci). Vi sono compagnie che fanno annunci chiari, non promettono fissi e non formano dei ragazzi aggressivi nell’approccio, tanto è che non hanno mai avuto provviggioni in negativo. Non nego che nell’ufficio in cui si sia indagato non sia così, anzi, ne sono certa, ma ve ne sono altri che lavorano bene e non ingannano.
    Cordialmente.

  • http://www.young.it Germano Milite

    Livia. Un’azienda seria, si preoccupa sempre di come vengono gestiti i diversi “uffici” e della reputazione generale del marchio. Di certo non se ne lava le mani, addossando la colpa di mala gestio ai responsabili locali. Che poi a quale azienda ti riferisci? Ci sono una miriade di SRLS che fanno capo ad una società australiana, finita anche nel mirino di autorevoli testate per la gestione poco trasparente e troppo vicina al multilevel marketing. Potrebbe però farci esempi di uffici virtuosi, con tanto di testimonianze. Qui il commento è sempre libero :)

  • Livia Galgano

    Ha ragione, in effetti ho sempre criticato appco per i scarsi controlli all’interno degli uffici e il fatto che quest’ultimi mettano in cattiva luce l’associazione che rappresentano in quel momento. Ciò non toglie che vi siano uffici trasparenti nei confronti dei dialogatori. Uno di questi è Go group per il quale ho prestato servizio per quasi due anni. Detto ciò la mia critica vertiva sul non fare di tutta l’erba un fascio ma ciò non difende la politica di appco, anzi, il brillante lavoro che ha condotto ha messo in luce il vero volto della società.
    Cordialmente.

  • http://www.young.it Germano Milite

    La ringrazio per la sua testimonianza, sicuramente preziosa. Non conosco Go Group, comunque, ma solo le aziende che lavorano in un certo modo. E questa cosa è sintomatica del disinteresse di Appco nel garantire controllo, qualità, trasparenza e appunto buona reputazione

  • Matteo Del Sole

    mm…sono una persona che ha viaggiato e viaggia tanto.Ho sempre desiderato poter contribuire in qualche modo a quelle che sono le campagne umanitarie,supporto ai meno fortunati, avendo visto in prima persona quella che è la realtà in alcune parti del mondo,per questo negli ultimi anni mi sono avvicinato ad alcune di queste organizzazioni che vengono citate e altre meno conosciute.Ho avuto la fortuna di poter svolgere il lavoro di dialogatore e di conoscere sia gli uffici interni delle ong sia alcune delle varie marketing company che operano sul territorio italiano ed estero.In entrambi i casi sono state belle e buone esperienze dal punto di vista umanitario sia come possibilità di lavoro ed esperienza di vita, tra l’altro ci tengo a precisare che quella del dialogatore è una figura professionale riconosciuta da oltre 20 anni in tutto il mondo ed è ormai un percorso universitario il fundrising,solo in Italia fa ancora “scandalo” sapere che chi opera nel no profit percepisce un compenso o magari lo fa per lavoro,con passione e impegno.Scusate ma medici e specialisti vari non vengono pagati?E il farmacista?L’autista dell’ambulanza?Vogliamo parlare della chiesa,le offerte e bla bla bla?Potrei continuare con la lista ma quello che voglio dire è che risulta veramente triste e deleterio vedere che ci sono blog e professionisti della comunicazione che perdono ancora del tempo a mettere in cattiva luce realtà lavorative e organizzazioni umanitarie serie,solo per una mentalità ristretta o per una disperata ricerca di uno scoop per fare carriera.Nella mia esperienza,sia all’estero che in Italia, non ho mai incontrato ne riscontrato comportamenti,persone o cose strane come quelle elencate in questo articolo.Se alcuni sono andati incontro a pagamenti in negativo,e può capitare se si svolge un lavoro errato spiegando male la procedura e la durata dei progetti, facendo aderire magari persone non realmente interessate o non spiegando che i progetti richiedono programmazioni per essere efficaci,quindi periodicità della donazione ,ancora peggio solo per intascare la provvigione.Esistono i rejects solo ed esclusivamente per tutelare gli enti umanitari e l’investimento che fanno con le marketing company,che tra le altre cose hanno contribuito notevolmente alla realizzazione di diverse campagne negli ultimi anni.Diversamente in molti,e alcuni lo hanno fatto,potrebbero accettare il lavoro fare adesioni senza spiegare nulla,intascare la provvigione e qualche periodo dopo andare via.Non ho mai avuto orari imposti da chi gestiva l’organizzazione ne tanto meno sono stato costretto a rimborsare soldi a qualcuno ne mi è mai stato promesso un fantomatico fisso,abbastanza impensabile se ci ricordiamo che si opera per enti umanitari,e che quindi il compenso dipende degli obiettivi raggiunti per i quali l’Ente umanitario decide di investire(chiaramente obiettivi destinati a migliorare e supportare ulteriormente le campagne e le emergenze.i rejects in caso di ricevuta negativa erano sempre ed esclusivamente a carico dell’amministrazione che in molti casi,quando capitava che qualcuno dopo qualche mese per un motivo o per un altro lasciava l’incarico ,ha continuato a pagare la perdite della risorsa che ormai non operava più o non aveva possibilità di autocoprirsi lo storno.Inutile dirvi che ho avuto la fortuna di incontrare belle persone,attaccate alla causa e gran lavoratori.Ovvio che come in ogni ambiente può esserci l’eccezione e qualcuno poco esperto nella gestione del proprio lavoro che quindi potrebbe commettere degli errori,ma non credo errori come alcune delle brutte cose spiegate nell’articolo,che con un Po di esperienza di vita,lavoro e buonsenso appare un bel Po qualunquista.Non scrivo questo per fare il paladino dei dialogatori,ma avendo avuto l’opportunità di conoscere questo ambiente lavorativo studio compreso,prima di dedicarmi alla mia passione,che oggi è il mio lavoro quello del fotografo,volevo solo esprimere il mio parere ritenendo ingiusto e forse leggermente personale,l’accanimento che traspare da quanto scritto,dalla Descrizione personale dell’autore in basso si puo leggere qualche riferimento per nulla casuale,Non è corretto far di tutta l’erba un fascio negando magari la possibilità a tante persone di poter svolgere una bellissima attività oltre che opportunita lavorativa solo perche un articolo cosi confusionario e poco chiaro potrebbe creare inutili pregiudizi.Saluti alla redazione,il blog è molto interessante ma ne perde di parecchio con articoli del genere,non è una critica ma un consiglio.Buon lavoro

  • Mariangela Santucci

    Salve Matteo Del Sole mi dispiace molto contraddirla e soprattutto mi dispiace per lei, è ovvio che se dice “ho avuto la fortuna di lavorare come dialogatore” evidentemente è ancora schiavo di quel sistema e lo promuove, spero che sempre meno persone accolgano le sue ovvietà.

    Prima ovvietà: in Italia non fa scandalo che un ragazzo ventenne venga pagato per la sensibilizzazione di campagne NoProfit, semplicemente l’abbordaggio insistente e finto-entusiasta in strada, con la voglia coercitiva di far firmare un RID per progetti di cui non si sa nulla se non della paginetta a memoria sull’opuscolo, implicherebbe che qualsiasi soggetto con un minimo di buon senso eviti di farsi “abbindolare”. Si può sottoscrivere una donazione permanente anche alla ONP direttamente in sede, se ci si crede realmente. Il che porta a un donatore la certezza che 360€ annui arrivino almeno a chi di dovere.

    Seconda questione: lei dice quella del dialogatore è una figura professionale riconosciuta da oltre 20 anni in tutto il mondo ed è ormai un percorso universitario il fundrising. Quel che dice è vero, ma operiamo una distinzione importante: lo studio delle tecniche di fundraising da parte delle ONP e delle agenzia di consulenza/comunicazione/marketing per una adeguata raccolta fondi sono più che lecite ed utili, io stessa ho una laurea magistrale in materia. Ovviamente l’università non forma dialogatori né tanto meno se ne preoccupa, il Fundraising studiato è tutt’altro. Ebbene sì, è vero, la figura del dialogatore è riconosciuta, lo erano anche i floppy-disk, e il lattaio dietro casa, si spera che il progresso porti a un “disuso” di questa figura sfruttata e a un pagamento adeguato a maggior ragione da parte di chi sostiene di lottare per i diritti umani, ivi incluso il diritto al lavoro.

    Terza ovvietà: “nella mia esperienza non ho mai visto cose indicate in questo articolo” Eppure ha visto la pratica dei reject: è illegale!!! Sta giustificando una pratica illegale che però sostiene di non aver mai visto? Piccolo inciso: nessuna organizzazione umanitaria usa i reject per retribuire i propri collaboratori, si affida ad agenzie di marketing di cui non è responsabile per i contratti fallaci. Lei parla di “possibilità lavorativa” ma si tratta di una truffa, ecco il perché di centinaia di annunci di lavoro fotocopia su InfoJob e delle assunzioni in massa.

    Fonte: Ex dialogatrice, ora lavoro per una società di Fundraising per il non profit: non sono pagata né a reject, né a provvigioni, né abbiamo bisogno di dialogatori per realizzare progetti benefici.

  • Zed Er

    facile pulirsi la coscienza così vero ?

  • Anto Johnny

    Risposta da troll o da cazzaro? Forse non c’è differenza in questo caso.

  • Zed Er

    cazzaro glielo dici a quella pompinara di tua madre, a quel frocio di tuo padre, e a quella puttana di tua sorella !

  • Anto Johnny

    al simpaticone de commenti qua sopra… oltre a segnalarlo… cosa si può fare?

  • young

    Lo abbiamo appena rimosso, segnalato e bloccato. Non vale la pena intraprendere altre azioni, in questo caso. Almeno secondo nostra diretta e plurima esperienza :)

  • Anto Johnny

    grazie. In effetti l’avevo segnalato anch’io.

  • Giordano Saulino

    Meritevolissima associazione la AIL ma attenzione a fare di tutta un’erba un fascio! Il lavoro dei dialogatore, se ben orientato e coordinato, è molto utile, sano e porta grandi vantaggi e visibilità alle onlus.

    Ad esempio, ce ne sono diverse, come Greenpeace o L’albero della vita che decidono di assumere e formare in house dialogatori e team leader. Anche in questo caso, ci sono fissi e premi per loro, ma i contratti sono almeno co.co.co. e vengono assorbiti all’interno delle spese gestionali delle Onlus, grazie anche ad un’organizzazione molto snella (esempio: da gennaio L’albero della Vita in tutta la Campania ha 7 dialogatori e un leader condiviso col Lazio il cui costo effettivo equivale ad un quarto circa del valore dell’ammontare raccolto mese per mese, la restante cospicua parte va ai progetti e agli stipendi degli operatori)

YOUng - Slow Journalism è una testata giornalistica di proprietà di young S.R.L.

Registrazione Trib. di Nocera Inferiore (SA) n° 4 del 23/10/2014

P.IVA: 05093030657

Privacy Policy

Contatti

VIA GIOVANNI PAOLO II n. 100, Fisciano (SA)

Email: info@young.it

Seguici su Facebook

Newsletter

Newsletter

Senza un tuo piccolo contributo, YOUng cesserà le pubblicazioni. Bastano 2 euro DONAIl nostro sistema innovativo ti restituisce la cifra versata. Scopri Come
X
Senza un tuo piccolo contributo, YOUng cesserà le pubblicazioni. Bastano 2 euro

DONA

Il nostro sistema innovativo ti restituisce la cifra versata.

Scopri Come
X
Non hai abbastanza crediti?

Ricarica

O scopri come ottenerne con la Gamification

×