Il business di certo no profit passa per i giovani sfruttati?

Settembre 22, 2015
Germano Milite
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Lo scorso 20 settembre, Presa Diretta ha dedicato un’intera puntata al mondo del lavoro, con tanto di inchiesta “inside” con giornalista infiltrato e discussione approfondita (ma non abbastanza, a mio avviso) sul Jobs Act. Come sappiamo, commentando gli ultimi dati Istat sull’occupazione, il premier Matteo Renzi ha parlato di “svolta” per un paese, l’Italia, che sarebbe finalmente uscita dal tunnel della recessione e della stagnazone. Il programma di Iacona, però, ha mostrato con l’ottimo servizio del collega Federico Ruffo che la situazione nello Stivale è piuttosto deprimente. Del resto solo un politico con spalle coperte e reddito alto può parlare in certi termini di un tema che non lo ha mai interessato in prima persona: la ricerca di un lavoro, appunto. Chiunque viva il cosiddetto “paese reale”, sa infatti che la ricerca di un’occupazione non schiavista ed opportunamente remunerata, oggi, è un’attività che spesso assume venature che vanno dal grottesco al tragicomico e che le cose, dal 2008 ad oggi, non sono certo andate migliorando.

In tal senso, però, glissando sulla questione call center già egregiamente raccontata dal programma di Iacona, ci tengo a denunciare un altro esempio di deprimente quanto radicato e sistemico sfruttamento del lavoro giovanile che sta passando incredibilmente sotto silenzio. Un sistema che ho voluto indagare in prima persona, anche io come “infiltrato” e che trovo sia ancora più grave (moralmente parlando) di quello legato alla vendita porta a porta dei contratti luce e gas e dei succitati call center.

IL BUSINESS DEL NO PROFIT

Sto parlando infatti del lavoro di recruiting fatto ossessivamente da almeno un anno da alcune società campane che operano nel settore “charity” ed utilizzano i cosiddetti “dialogatori” per vendere i contratti di sostegno alle grandi ONG. Per intenderci: parliamo di quei ragazzi che fermano i passanti nelle stazioni, fuori dai supermercati o nelle piazze per chiedere di sottoscrivere contratti per adottare bambini a distanza o fornire loro medicine e aiuti in generale. Intento nobile, che però è portato avanti con metodi abbastanza discutibili, a partire dagli annunci di lavoro che vengono postati in rete e su piattaforme come Infojobs. In particolare sono Life In Motions Srls e le varie Becas Marketing Srls e Xena Marketing Srl che da tempo continuano ad inondare la mia casella mail con tentativi quotidiani di recruiting. Nel titolo degli annunci si parla di viaggi all’estero e ci si presenta come “Azienda Australiana che opera nel marketing”. Si promette uno stipendio variabile dai 900 ai 1500 euro al mese con contratto a tempo indeterminato anche per “giovani anche senza esperienza” e, in sede di colloquio, dopo una prima frettolosa “formazione”, si spediscono subito i candidati in una sessione (rigorosamente gratuita) di affiancamento con i dialagotaori che lavorano già direttamente sul campo.

Infojobs

Ma vediamo come funziona, con il racconto dettagliato dell’esperienza diretta che ho vissuto.

Candidatomi all’annuncio su Infojobs, ricevo in breve tempo comunicazione di essere stato selezionato e mi viene fissato un appuntamento in sede. L’ufficio si trova proprio nella stazione di Napoli, in Piazza Garibaldi. Arrivo puntuale e, dopo circa 20 minuti di attesa, vengo chiamato per un primo e rapido colloquio di selezione. Manco a dirlo lo supero rapidamente e così, con gli altri selezionati (che penso coincidano con chiunque si sia presentato all’appuntamento), vengo invitato all’interno di una stanza dove i dialogatori “navigati” ci spiegano cosa dovremo fare e ci fanno un po’ di frettolosa formazione, illustrandoci le varie (e stranote) tecniche di approccio e le modalità di comunicazione più adatte a reperire nuovi sostenitori. Occorre sorridere sempre, essere cordiali anche quando si percepisce un atteggiamento di chiusura e rifiuto, utilizzare frasi e concetti imparati a memoria sulla falsariga della PNL e seguire insomma uno schema comunicativo rigido e collaudato, che si perfeziona con la pratica sul campo.

CONTRATTI DI LAVORO POCO CHIARI

Nessuno ci parla ancora del tipo di contratto che avremo e dei guadagni potenziali. Ci spiegano che di questi “dettagli” discuteremo al ritorno dal nostro “giro di prova”. Questo giro consiste nell’affiancamento del “dialogatore-tutor” da parte di noi novelli. Ci si divide in gruppi diversi e ci si sposta nei luoghi designati insieme a chi già sa cosa fare ed ha un po’ di esperienza pregressa. Ovviamente, i biglietti del treno per raggiungere nel mio caso la stazione di Mergellina, sono a mie spese. Idem l’eventuale pasto se ti trovi a fare “il giro” proprio nell’ora di pranzo, come è capitato a me. I tutor sono tutti giovanissimi, molto entusiasti e pieni di energie. Dopo qualche passo fatto insieme iniziano a parlarci del loro lavoro e di quanto guadagnano. Poco, molto poco, a mio modesto avviso, dato l’impegno richiesto per chiudere un contratto e le ore di lavoro giornaliere che vanno via dietro ai non pochi rifiuti (statisticamente fisiologici) delle persone fermate.

Il meccanismo e le tecniche sono comunque molto simili a quelli del porta a porta: più contratti vendi, più sali di “livello” e più guadagni. Parti da zero, misuri costantemente i risultati e nel caso fai diversi scatti fino a poter coordinare tu un piccolo team o ad aprirti addirittura un’agenzia tutta tua (come ha fatto il mitico manager-supercapo quasi mitologico che non ho avuto il piacere di incontrare). Le provvigioni sembrano essere abbastanza interessanti rispetto alla media, anche se la mia coscienza mi domanda urlante cosa resterà ai poveri bimbi africani con le mosche negli occhi ed i pancioni pieni d’aria, visto che con quei 10 euro al mese di donazioni che devo strappare ai passanti dovrò prima di tutto pagare l’ONG di turno, i suoi professionisti, l’agenzia per la quale lavoro, i miei superiori ed infine me. La risposta da chi lavora nel settore da anni è che, di solito, le donazioni che sottoscrivete con i dialgoatori (ovvero per strada) iniziano ad arrivare sul serio ai diretti beneficiari solo dopo circa 18 mesi (in media) dalla loro sottoscrizione. Cioè: se decidete di donare 10 euro al mese per curare un bimbo malato, il primo anno e mezzo i vostri soldi serviranno a pagare tutta la “catena umanitaria” messa in piedi per quella povera creatura. Solo dopo questo periodo, che serve per ammortizzare gli enormi costi di tutta l’imperiosa macchina organizzativa del “marketing umanitario”, il vostro denaro potrà essere utile e salvare le vite dei bambini poveri che vedete nelle foto.

SIMILE AL MULTILEVEL

La tecnica, comunque, è quella di giocare sul senso di colpa intrinseco dell’occidentale benestante e sulla proposizione di “piccolissimi aiuti” in termini economici che possono “salvare milioni di persone”. Dopo oltre un’ora di passeggiata sul lungo mare di Mergellina ed i piedi doloranti, vedo le due dialogatrici che ho accompagnato ancora intente a fermare persone per strada per proporre le loro brochures ed i vari piani di sostegno. Sorridono, gesticolano, parlano abbastanza veloci per “rintronare” facendosi comunque capire. Passa un altro quarto d’ora e le due non chiudono neppure un contratto. Decido che per me è abbastanza e le saluto, tornando al “campo base” per discutere del mio contratto. Parlo con la stessa persona che mi ha fatto il primo colloquio, un giovane con voce rassicurante e forte accento napoletano. Mi illustra una sorta di tabella dei guadagni, precisandomi che per chi inizia non c’è alcun fisso (strano, eh?) ma solo “formazione gratuita” e pagamento a provvigione. Del contratto capisco poco o nulla e penso che la cosa sia forse voluta, perché un contratto di fatto non sembra esserci: ti spediscono in giro nei luoghi “ad alta concentrazione” e ti pagano praticamente a cottimo. Se sei un bravo venditore, cercano di garantirti una gratificazione economica ulteriore, con una sorta di sistema multilevel dove più sali nella piramide e più puoi percepire una rendita passiva grazie al lavoro dei tuoi “sottoposti”. Di fatto, quindi, si tratta di un’agenzia che promette lavoro, viaggi e formazione all’estero (ed un fisso di base) nel titolo e nel testo dei suoi annunci, che in realtà cerca esclusivamente (e banalmente) procacciatori d’affari. Per carità: i viaggi all’estero e la formazione magari ci sono sul serio, non posso metterlo in dubbio e non lo faccio, ma di sicuro i metodi di selezione di questa (e di tante altre) realtà per accalappiare i più giovani non sono così trasparenti e corretti. Idem per le condizioni di lavoro, che non sembrerebbero essere contrattualizzate in maniera idonea. Del resto, se da circa un anno questa azienda continua a ricercare spasmodicamente nuove leve, è proprio perché probabilmente non garantisce alcuna stabilità e nessun lavoro nel lungo periodo alla stragrande maggioranza dei dialogatori, sostituiti con grande facilità e continuamente ed utilizzati, essenzialmente, per far guadagnare chi si trova ai vertici dell’organizzazione.

La cosa drammatica, comunque, è che la stragrande maggioranza delle offerte di lavoro per il settore “marketing e comunicazione” riguarda proprio questo genere di lavori. Il restante 5% riguarda comunque questo genere di lavori “a provvigione” (che vanno tanto di moda non certo per la contingente “crisi economica” ma per mera avidità umana sempre esistita e per la mancanza di uno Stato in grado di punire gli sfruttatori di professione) che vengono però “mascherati” in modo da sembrare altro. Insomma: ci vogliono tutti venditori professionisti porta a porta. Non sembrano esserci altre possibilità, soprattutto qui nel sud, per lavorare nel “marketing”.

Intanto l’Eurostat, nel rapporto di giugno 2015 sui giovani laureati, parla chiaro: se in Germania il 92% dei neolaureati trovano lavoro, nel nostro pase ci riesce solo il 50%. Ma è anche vero che non occorre essere “gufi” e precisare che non siamo proprio ultimi in classifica: peggio di noi fa la Grecia. Insomma, #lavoltabuona, no?

L'AUTORE
Giornalista professionista. Partendo dalla televisione, ha poi lavorato come consulente in digital management per aziende italiane ed internazionali. E' il fondatore e direttore di YOUng. Ama l'innovazione, la psicologia e la geopolitica. Detesta i figli di papà che giocano a fare gli startupper e i confusi che dicono di occuparsi di "marketing".
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