Ai giovani dite che studiare non basta, mai che non serve

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19/11/2018 Germano Milite 360

Finché non sarà tolto qualsiasi valore legale ai certificati rilasciati da ogni ordine di scuole, dalle elementari alle universitarie, noi non avremo mai libertà di insegnamento; avremo insegnanti occupati a ficcare nella testa degli scolari il massimo numero di quelle nozioni sulle quali potrà cadere l’interrogazione al momento degli esami di stato. Nozioni e non idee; appiccicature mnemoniche e non eccitamenti alla curiosità scientifica ed alla formazione morale dell’individuo

Questa citazione di Einaudi è del 1947 e racconta un approccio reso ancora più rivoluzionario proprio dagli anni in cui venne espresso. Attenzione però ad interpretare in maniera corretta questo scritto: da nessuna parte, mai, Einaudi ha detto che il voto non ha valore o che studiare non serve. Anzi, semmai ha detto il contrario, che terrorizza troppi abituati ad avere un contentino conformista, uno zuccherino nozionistico con cui nutrirsi in cerca di sicurezze ed identità: studiare non basta! Einaudi infatti intendeva dire che occorre fare di più, non di meno. Che serve andare ben oltre le nozioni mnemoniche e non accontentarsi del “certificatino”. Perché lo studio serio e costante si deve considerare come base e non come cosa eccezionale per la quale ricevere tanti elogi (e sentirsi “superiori”). Non come mero elemento cultural-classista, certificabile. Ad un ragazzo, quindi, non devi assolutamente dire “il voto non ha valore“, ma “il voto non rappresenta, da solo, tutto ciò che sei e non basta a definirti come meritevole in senso assoluto. Devi dare di più e non devi accontentarti mai di ciò che puoi ottenere con un certificato di studio. Il tuo titolo, il tuo voto non sei tu“.

AD UN ITALIANO TOCCAGLI LA MADRE, MA NON LA LAUREA

Ora: mi rendo conto che sia come detto un messaggio fortemente rivoluzionario, coraggioso e di ampio respiro, che in quanto tale ha bisogno di analisi contro-intuitive. Ma, proprio per questo, è ciò che dovremmo dare ai ragazzi come monito, oltre a quello (per loro) spesso un po’ vacuo e parternalistico del “studia e prendi buoni voti che poi così fai carriera e ti realizzi”.

Eppure, ogni volta che ad un italiano tocchi il titolo di studio, in particolare la laurea e la possibilità di mettere quel “dott.” “dott.ssa” davanti al proprio nome anche se stai rispondendo da un call center, pare tu gli stia offendendo la madre. Il provincialismo classista, tanto diffuso nel nostro Paese, sul tema “pezzi di carta”, è infatti opprimente e lo diviene forse ancor di più in questi tempi liquidi, nei quali diversi laureati odierni si sentono considerati come i diplomati poco brillanti di un tempo e… covano dentro non poca frustrazione.

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Per questo, da quando esiste, il pur interessantissimo e sacrosanto dibattito sull’abolizione del valore legale dei titoli di studio è osteggiato in ogni modo. Il dramma, è che viene osteggiato da chi dimostra di non conoscere neppure lontanamente le origini di questa battaglia, la sua ratio ed i suoi obiettivi di breve, medio e lungo periodo.

TROPPI MEDIOCRI CON UNA LAUREA

Al solito, così, parliamo di una lotta a chi ha pregiudizi più solidi e chi sposa in maniera più acritica il conformismo nozionistico semi-colto. Ma perché succede? In primis perché, troppi mediocri, sono riusciti a prendere un titolo di studio, facilitati da un business formativo avido ed ipocrita, che ha trasformato molti atenei in diplomifici ed altrettanti esami in quiz a crocette. Essendo però nullità, questi individui si riconoscono totalmente nel proprio titolo. Senza, si sentono appunto dei signori e delle signore nessuno. Sentono tradita la promessa di superiorità umana, culturale, intellettuale e professionale che erano convinti di aver ricevuto da genitori ed università.

UNA RIFORMA VOLUTA SOLO DA “INFERIORI-IGNORANTI”?

E così pensano, ottusamente, che abolire il valore legale significhi abolire i titoli tout court. Pensano, anche se basterebbe studiare un minimo la proposta per fugare ogni delirio simile, che a quel punto un meccanico con la terza media potrà diventare primario in un ospedale pubblico, o che un idraulico potrà costruire ponti. Ancora: che un giudice potrebbe emettere sentenze avendo un diploma in ragioneria e via dicendo.

O, sempre orientandosi con i propri pregiudizi, si convincono che questa riforma sia ordita da eserciti di ignoranti-invidiosi, che vogliono togliere agli eccelsi laureati italiani il valore del proprio titolo per ripicca o per essere favoriti nei concorsi pubblici.

No, signori e signore: state sereni perché questo non potrà accadere mai. Nessuno intende sminuire la vostra (in taluni casi sudatissima e meritatissima) laurea con 110 e lode. Piuttosto: studiate la storia della dottrina che commentate senza conoscere, guidati solo dai vostri complessi d’inferiorità e dal vostro classismo provincialotto. Scoprirete che questa è una battaglia “antica”, di stirpe radicale, portata avanti da fior fior di docenti, intellettuali, politici, filosofi e pensatori. Proposta di recente anche dal Governo Monti, che tra i tanti “difetti” non aveva certo quello della carenza di accademici pluri-laureati.

STUDIARE NON BASTA, MA OCCORRE CORAGGIO PER DIRLO

In realtà, come abbiamo pocanzi detto sintetizzando anche ciò che arguiva Luigi Einaudi nelle sue invettive contro le maratone nozionistiche ed acritiche, ai giovani d’oggi non bisogna mai più far sentire l’adagio para-criminale che recita: “Studiare non serve a niente”, ma un nuovo monito, che richiede molta più consapevolezza, coraggio, impegno e merito: “Studiare non basta”. Einaudi lo aveva capito già prima degli anni 50, quando comunque “imparare a leggere e far di conto”, finendo medie e superiori, bastava il più delle volte a garantirsi una vita dignitosa e rispettabile. Laurearsi, poi, significava praticamente non conoscere disoccupazione e precariato. A dire il vero, fino agli anni 80 ed i primi 90, un laureato neppure chissà dove e con chissà quali voti, riceveva di solito chiamate dirette casa da aziende che volevano assumerlo (lo so, ai laureati moderni sembrerà un racconto fantasy).

Ma oggi, dire ad un ragazzo che studiare non basta, soprattutto oggi; che, soprattutto oggi, occorre impegnarsi ancora di più e che i voti a scuola insieme ai titoli e certificati presi non sono sufficienti a definirlo come persone e professionista, significa raccontare ai giovani almeno una parte della complessità del mondo nel quale vivono. Un mondo che sempre più richiede altre attitudini aggiuntive oltre a quelle (fondamentali più di prima) allo studio. Mai come oggi, c’è un disperato bisogno di coltivare altre forme d’intelligenza: da quella creativa a quella emotiva, passando per il pensiero laterale.

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VALORE LEGALE, APPIATTIMENTO ACCADEMICO

Il valore legale imperante, di fatto, appiattisce la concorrenza tra scuole ed università, favorisce chi ottiene titoli in maniera semplificata o addirittura fraudolenta, non impedisce la presenza di università di serie A e serie B nel privato; mette sullo stesso piano laureati eccellenti e laureati mediocri nel pubblico. Soprattutto: non concepisce altri meriti di valutazione oltre a quello (vetusto) del mero voto/esame preso magari 20 anni prima da chi non si è più aggiornato o, come detto, si è laureato con percorsi semplificati o addirittura dietro pagamento.

Ancora: non considera minimamente la discrepanza (crescente) tra titoli, attitudini, talenti e competenze reali (magari si è molto bravi a studiare e ripetere, ma inetti sul fronte umano, professionale ed applicativo o viceversa) e non concepisce altri percorsi formativi pur fondamentali nella realizzazione completa di un cittadino contemporaneo.

Insomma: appiattisce le valutazioni e favorisce il business dei pezzi di carta ed il baronismo accademico, che hanno creato un’enorme bolla formativa cresciuta (e praticamente già esplosa) sulla vacuità delle promesse di placement, lanciate da improbabili corsi di studio e master pensati per permettere ai più ricchi di “comprare un lavoro” (sempre a 1200 euro al mese massimo, sia chiaro).

I GIOVANI FORSE LO HANNO CAPITO

Eppure, il non più adatto e sufficiente “studia che così poi trovi un buon lavoro”, ha già perso efficacia tra i più giovani. Crescente il numero di abbandoni all’università, decresce il numero di chi prosegue gli studi dopo le superiori e resta drammaticamente tra i più alti del mondo occidentale (e non solo) il tasso di dispersione scolastica. Il tema della riforma dell’istruzione è però ovviamente lungo e complesso e non è questo editoriale la sede per affrontarlo. Di sicuro, però, non si può continuare ad ignorare l’elevato (e preoccupante) tasso di sfiducia nelle università italiane.

Eppure, i titolati, nonostante tutto, ancora oggi guadagnano e lavorano di più di chi si ferma prima negli studi. Chi affianca agli studi “canonici” tanta formazione aggiuntiva ed approfondimenti da autodidatta e pratica, va ancora meglio. Ma occorre uscire dal circolo vizioso nel quale siamo caduti, capendo che l’Italia è un paese “anomalo”, dove servono forse come in altri luoghi al mondo soprattutto quegli “eccitamenti alla curiosità scientifica ed alla formazione morale dell’individuo” di cui parlava Einaudi.

Far cadere i pregiudizi contro l’abolizione legale del titolo di studio, è di sicuro il primo passo. Soprattutto se si è laureati capaci e meritevoli, perché è proprio il quel caso che si dovrebbe capire quanto e perché una simile riforma aiuterebbe e non certo penalizzerebbe chi ha studiato con serietà e passione e non per concludere la propria maratona nozionistica e vantare un “dott.” sul citofono.

L'AUTORE
Giornalista professionista. Partendo dalla televisione, ha poi lavorato come consulente in digital management per aziende italiane ed internazionali. E' il fondatore e direttore di YOUng. Ama l'innovazione, la psicologia e la geopolitica. Detesta i figli di papà che giocano a fare gli startupper e i confusi che dicono di occuparsi di "marketing".

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