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Come mai sessantuno Università britanniche sono in sciopero
Postato il Marzo 24, 2018 Giulia Piccolino 0

Sciopero Università britanniche.
Sessantuno Università Britanniche, tra cui alcune delle più prestigiose, come Oxford e Cambridge, sono state in sciopero per quattordici giorni.

Lo sciopero è durato dal 23 febbraio al 16 marzo e ha avuto un carattere graduale: due giorni di sciopero la prima settimana, tre la seconda, quattro la terza e l’intera quarta settimana lavorativa. Si tratta del più grande sciopero mai avvenuto nell’accademia inglese. Professori, docenti e ricercatori di tutti i gradi, ma anche bibliotecari, tecnici informatici, funzionari amministrativi hanno disertato aule e uffici per picchetti e manifestazioni. Che cosa ha scatenato questa ondata di protesta e malcontento, che ovunque sarebbe inusuale per la sua ampiezza ma che è ancora più sorprendente in un paese dove i sindacati sono considerati deboli e il diritto allo sciopero è fortemente limitato?

Scatenato da una disputa sulle pensioni dei lavoratori universitari, lo sciopero delle Università britanniche ha aperto un dibattito sulla situazione più generale dell’istruzione universitaria pubblica e sulla precarietà del lavoro in ambito accademico. Queste questioni hanno una portata che va oltre la situazione britannica. Le concessioni che gli accademici che lavorano nel Regno Unito hanno ottenuto grazie a quattro settimane di mobilitazione sono una buona notizia per i loro colleghi in tutta Europa, se non in tutto il mondo.

sciopero-università_britanniche-1

Le ragioni del malcontento

La causa scatenante della disputa risiede nella proposta di riforma dell’University Superannuation Scheme (USS), il fondo pensione al quale afferiscono gli accademici e il personale di supporto qualificato di sessantotto Università britanniche. A gennaio, il presidente del consiglio di amministrazione dell’USS e l’associazione Universities of the United Kingdom (UUK), che rappresenta le Università inglesi in quanto datori di lavoro, hanno annunciato l’intenzione di trasformare l’USS da sistema retributivo a sistema contributivo, cioè un sistema in cui la pensione finale è interamente determinata dall’andamento del fondo sui mercati finanziari.
Secondo UUK, questa riforma è necessaria perché il fondo pensione è in crisi e rischia di andare in deficit. La University and College Union (UCU), il sindacato dei lavoratori dell’educazione superiore, contesta tuttavia questa affermazione. Secondo UCU, il presunto deficit si basa su delle proiezioni effettuate con una metodologia discutibile. UCU sostiene che un tipico docente universitario vedrebbe la sua pensione annua diminuire di 10.000 sterline all’anno, e potrebbe addirittura trovarsi sotto la soglia di povertà.

 

Se la protesta per la riforma pensionistica è la ragione ufficiale dello sciopero, da sola non spiega l’adesione entusiasta di tanti lavoratori alla protesta. Il malcontento tra il personale universitario serpeggiava da tempo ed è legato al profondo cambiamento che il sistema universitario britannico ha subito dall’inizio del terzo millennio. Da un lato, le Università britanniche hanno sperimentato una grande espansione: tra il 1992 e il 2016, il numero degli studenti universitari nel Regno Unito è raddoppiato. Dall’altro lato, tuttavia, questo boom è stato gestito attraverso una semi-privatizzazione di fatto del sistema universitario.

Fino agli anni ’90, l’istruzione universitaria nel Regno Unito era gratuita. Nel 1998, il governo di Tony Blair ha introdotto la possibilità di imporre tasse universitarie, inizialmente a un livello relativamente modesto (1.000 sterline l’anno). Tuttavia, nel giro di pochi anni, le tasse universitarie sono esplose, fino ad arrivare alla notevole somma di 9 000 sterline l’anno sotto il governo di David Cameron. Allo stesso tempo, l’aumento degli introiti dalle tasse universitarie non si è tradotto in un miglioramento delle condizioni di lavoro del personale accademico. Al contrario, seguendo un trend purtroppo simile a quello di altri paesi, c’è stato un boom del precariato universitario. L’aumento delle tasse universitarie ha anche incoraggiato una nuova visione del rapporto studenti-docenti in cui gli studenti sono visti come “clienti”, con la conseguenza di aumentare la pressione sui docenti che sono chiamati a fare il possibile per soddisfare la “clientela”. Gli unici ad aver visto le loro condizioni di lavoro migliorare sensibilmente sono i dirigenti universitari, particolarmente i Vice Chancellor (VC) – posizione simile a quella dei Rettori italiani ma non elettiva – che guadagnano salari spesso sopra le 200 000 sterline (in confronto, il salario lordo di un Lecturer a inizio carriera, cioè un accademico a tempo indeterminato, è di circa 35 000 sterline).

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Allo stesso tempo, il sistema inglese mantiene delle caratteristiche positive rispetto ad altri sistemi dell’Europa continentale. Il personale accademico inglese è notevolmente giovane: nel 2013-2014, il 41,93% degli accademici regolarmente assunti aveva meno di 40 anni. Inoltre, il sistema di reclutamento nelle Università britanniche è più aperto e meno legato a logiche clientelari di quelli italiano, francese e tedesco, caratteristica che lo rende una meta attraente per ricercatori e docenti di altre nazioni europee. Un altro aspetto degno di nota è anche l’alta sindacalizzazione dell’accademia britannica: la UCU ha oltre 110.000 membri ed è considerata il più grande sindacato dell’educazione terziaria al mondo.

sciopero-università_britanniche-2

Lo sciopero e i suoi risultati

I quattordici giorni di sciopero non hanno costituito semplicemente un momento di interruzione della docenza e di altri aspetti del lavoro universitario. Gli scioperanti hanno manifestato un grande entusiasmo nel mobilitarsi, in modo a volte innovativo. Forse l’aspetto più sorprendente dello sciopero, che ha colto di sorpresa i dirigenti universitari e UUK, è stata la solidarietà tra lavoratori e studenti che si è manifestata in varie Università. Gli studenti hanno non solo manifestato simpatia verso lo sciopero, ma anche partecipato attivamente alla protesta.

Lentamente, la protesta ha cominciato a fare breccia. Un numero crescente di Vice Chancellors che ha espresso riserve o critiche rispetto alla posizione di UUK. Prima dello sciopero qualche voce si era già fatta sentire, ad esempio quella di Stuart Croft, Vice Chancellor dell’Università di Warwick – una delle Università che fanno parte del prestigioso Russell Group. Molti più sono stati i casi di Vice Chancellors che dopo lo sciopero hanno rotto le linee. Forse la voce di dissenso più significativa è stata quella di Stephen Toope, Vice Chancellor dell’Università di Cambridge, che in una lettera spedita al Times ha scritto non solo di volere una positiva risoluzione della disputa sull’USS ma anche di condividere le preoccupazioni di docenti e studenti per “il futuro dell’istruzione universitaria, la continua mercificazione e la trasformazione degli studenti in consumatori”.

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Dopo due settimane di negoziazioni, all’inizio della quarta settimana di sciopero, una bozza di accordo tra UCU e UUK è stata resa pubblica, incontrando però rapidamente l’opposizione della maggior parte dei membri di UCU. L’accordo in effetti non risolveva, ma semplicemente rimandava, la decisione sul mantenimento del sistema retributivo e prevedeva un “sistema transitorio” della durata di tre anni che rappresentava un netto peggioramento del sistema attuale. Prendendo conto del rifiuto della base, il Comitato nazionale dell’Educazione Universitaria di UCU ha rigettato l’accordo. La conseguenza è stata non solo che lo sciopero è andato avanti fino al limite previsto di venerdì 16 incluso, ma che UCU ha iniziato a ventilare la possibilità di un nuovo sciopero di quattordici giorni ed ha chiesto ai suoi membri di dimettersi dalla posizione di esaminatore esterno nelle Università parte alla disputa.

Finalmente, il 23 Marzo il primo reale passo verso una risoluzione della disputa è stato fatto. UUK e UCU si sono accordate sulla nomina di un panel di esperti imparziale, che sarà chiamato a fare una nuova valutazione finanziaria dell’USS con criteri trasparenti e a proporre soluzioni che prendano in considerazione l’equità intergenerazionale, le pari opportunità e la necessità di un equilibrio tra stabilità e rischio.

Alcuni dubbi rimangono. Non è chiaro che ruolo giocherà il Pensions Regulator, l’organizzazione pubblica che sorveglia i fondi pensionistici, che in principio può imporre una soluzione a entrambe le parti alla scadenza prevista dalla legge del 30 giugno 2018. La maggioranza dei lavoratori universitari ritiene inoltre che la disputa abbia rivelato profondi problemi concernenti la rappresentatività di UUK e, più in generale, la governance del settore accademico. La nuova offerta sarà probabilmente approvata dai membri di UCU, ma resta una forte diffidenza verso UUK e gli scioperanti non vogliono completamente abbassare la guardia.

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Al di là del Regno Unito

La prospettiva pensionistica dei giovani accademici o aspiranti accademici non è molto più rosea, e in alcuni casi è ancora peggiore, in altri paesi europei che in UK. Molte borse di dottorato e posizioni di postdoc o di docente pagato a ore non includono affatto il pagamento di contributi pensionistici. Ma, più in generale, la disputa in corso nel Regno Unito deve far riflettere sul fatto che, nella maggior parte dei paesi occidentali, la precarietà accademica è aumentata e i giovani che si accingono oggi a muovere i primi passi nel settore universitario hanno davanti a sé delle prospettive molto diverse rispetto alle generazioni precedenti. In Italia, ad esempio, ogni 100 docenti si contano circa 37 docenti a contratto – pagati a ore o addirittura non pagati affatto. Fino ad oggi, questa degradazione delle condizioni di lavoro non ha incontrato opposizione da parte degli accademici, o, se la ha incontrata, questa opposizione non è stata molto efficace. L’esperienza delle Università britanniche insegna che si può fermare l’attacco ai diritti dei lavoratori attraverso una forte e sostenuta mobilitazione sindacale, la solidarietà tra diverse generazioni e categorie di lavoratori universitari, e tra lavoratori e studenti, e un uso intelligente della rete e dei social media a sostegno della protesta.

Di seguito la petizione per accademici italiani che vogliano testimoniare la loro solidarietà alla nostra causa:
https://www.change.org/p/universities-uk-support-uk-university-staff-fighting-for-their-pensions

 

Giulia Piccolino, Ricercatrice confermata in Politica e Relazioni internazionali, Loughborough University
Email: g.piccolino@lboro.ac.uk

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