Come da copione: la rielezione dello ‘Zar’ Putin

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22/03/2018 Attilio De Alberi 5188

Come da copione, Vladimir Putin è stato rieletto presidente della Federazione Russa. Conferma quindi il suo quarto mandato, rimanendo in carica fino al 2024. Bisognerà poi vedere se, grazie a qualche ritocco nella costituzione, potrà rimanere al potere anche dopo quella data. E anche se ciò non dovesse avvenire, si presume che si darà ben da fare per trovare un delfino ad hoc.

A Putin è andata meglio di quanto sperasse da un lato, e peggio da un altro. Si era prefisso una percentuale 70/70 in termini, rispettivamente, di preferenze e di affluenza. Ha ottenuto più di 76% delle preferenze, mentre l’affluenza alle urne è stata del 63,7%, quindi sotto la soglia critica del 65%.

C’è da chiedersi fino a che punto abbia potuto contribuire a quest’ultimo risultato la campagna di boicottaggio mandata avanti dal più attivo tra gli oppositori di Putin: Alexej Navalny, escluso dalla partecipazione alla corsa elettorale a causa delle sue condanne penali.
Non c’è da sorprendersi comunque se è stato proprio Navalny, insieme a Grudinin, il leader “comunista capitalista”, noto anche come “il re delle fragole”, arrivato secondo alle urne, ad accusare brogli vari nel corso delle elezioni.

Al di là della questione dei brogli e dell’affluenza relativa, rimane il fatto che non esiste una vera e propria opposizione a Putin.

I cosiddetti “sei nani” che hanno corso contro di lui hanno incassato molto meno consensi e solo il Partito Comunista di Grudinin ha superato la doppia cifra con il 12%. Secondo certi osservatori le candidature di opposizione sono più che altro e soprattutto “personalistiche”, e non sono, almeno per ora, in grado di offrire un programma alternativo valido ed attraente, fermo restando, in ogni caso, un certo controllo dei media da parte del Cremlino. Risulta chiaro che bisognerà aspettare ancora un bel po’ di tempo prima che possa nascere un’opposizione sistematica e concreta al regime vigente.

Indicativo il fatto che Putin abbia commentato il suo successo con la frase “Ci aspetta il successo” e che Andrej Kondrashov, portavoce della sua campagna abbia addirittura ringraziato Theresa May per aver contribuito all’afflusso alle urne. In pratica Putin, che ha bollato la bagarre anti-russa legata al caso Skripal come “una sciocchezza”, viene visto da molti come un “padre della patria” che contribuisce alla grandezza del paese e che lo difende dagli attacchi dell’Occidente.

Infine vale la pena osservare che la data delle elezioni è stata scelta nel giorno che segna il quarto anniversario dell’occupazione della Crimea. Questa regione per la prima volta ha potuto votare come parte della Federazione Russa, e Putin ha ottenuto qui il 90% delle preferenze. Kiev si è vendicata piantonando i consolati russi in territorio ucraino impedendo ai cittadini russi di andare a votare.

Rimane quindi difficile separare gli esiti e gli sviluppi delle elezioni in Russia dallo scenario politico mondiale, laddove, soprattutto grazie al caso Skripal in Gran Bretagna, si parla più che mai di una Seconda Guerra Fredda.

Discute di questo con YOUng Riccardo Alcaro, esperto di relazioni internazionali presso lo IAI (Istituto di Affari Intenazionali) di Roma.

L’INTERVISTA:

La vittoria di Putin ovviamente non sorprende.

No, non ci sorprende affatto. E’ ovvio che quando un presidente che usa strumenti di controllo dell’opinione pubblica e di repressione, o quanto meno di marginalizzazione del dissenso, si prefigge un certo obiettivo, questo poi diventa prevedibilmente realizzabile.

Questo consenso è genuino?

La popolarità di Putin è genuina, nonostante ci sia l’effetto dell’assenza di critica, o perlomeno del poco spazio che viene dato alla critica nei suoi confronti. Ma secondo me il 75,6& dei consensi non è un dato sano in una democrazia, ed indica che la Russia non è una democrazia, bensì uno stato autoritaria a base plebiscitaria.

Ma al tempo stesso i dati sull’affluenza alle urne sono stati deludenti rispetto alle aspettative.

Conoscendo la natura meticolosa di Putin e la sua tendenza a manipolare l’opinione pubblica, credo che i risultati in termini di affluenza costringeranno lui e i suoi consiglieri a soffermarsi e a riflettere su che fine ha fatto quel quasi 7% di elettori in meno andati a votare. Al tempo stesso non mi sorprenderebbe scoprire che i dati stessi siano stati in qualche modo ritoccati, e che quindi l’affluenza sia stata addirittura inferiore.

A quanto pare in molti casi gli elettori sono stati praticamente costretti ad andare a votare. Perché l’affluenza è vista come un fattore così importante?

Pare chiaro che il governo ha lavorato per spingere all’affluenza. Questo perché, in mancanza di una vera opposizione, una solida affluenza alle urne sarebbe una ovvia ed ulteriore legittimazione del consenso generale nei confronti di Putin.

Si può spiegare il successo di Putin perché viene visto come un eroe nazionalista che difende la patria?

Tralasciando un attimo la repressione del dissenso, che rimane comunque un fattore assai importante, non c’è nessun dubbio che conta molto la capacità di Putin, come leader patriottico, nell’aver ristabilito lo status della Russia a grande potenza internazionale.

Secondo certi osservatori Putin si è differenziato in questo dal suo predecessore Yeltsin, accusato di aver “svenduto” il paese all’Occidente.

Non direi questo. Al di là dei relativi successi in politica estera, Putin è visto anche come un grande fautore di stabilità politica e socio-economica. Questo lo differenzia da Yeltsin. E su questo che ha puntato nella prima fase del suo mandato, tra il 2000 ed il 2008, come se avesse fatto un patto con la popolazione: minori diritti civili in cambio di stabilità.

Poi c’è stato l’interregno con Medvedev a presidente e Putin come Primo Ministro.

Sì, ma in quella fase Putin rimaneva l’eminenza grigia dietro il suo protetto. Dopo di che, ritornato al pieno potere, con un mandato cresciuto da 4 anni a 6 anni, la situazione economica è in parte deteriorata, anche a causa della caduta del prezzo del petrolio. A questo punto Putin ha puntato sull’eccezionalità russa rispetto all’Occidente, non più visto quasi come partner, bensì come un’entità dalla quale differenziarsi a pieno diritto.

Come si può vedere il ringraziamento alla May per il polverone sollevato sul caso Skripal?

Direi che, in generale, Putin si è un po’ distaccato dalla politica attiva, delegando le decisioni specifiche di politica economica al suo apparato. Quello che più gli interessa è l’opinione pubblica. Ora fa la parte del grande uomo di stato ed è la politica estera il campo nel quale preferisce giocare, ed anche qui lui si diverte quasi a canzonare l’Occidente.

Come se lo può permettere?

Ha acquisito, dopo 18 anni di potere, maggiore fiducia e può mostrare in politica estera relativi successi come, per esempio, il suo intervento in Siria e l’aver evitato l’inglobamento dell’Ucraina nella sfera occidentale, per non parlare delle sue interferenze nella politica interna degli USA e di altri paesi occidentali che stanno avendo l’effetto da lui sperato.

Quale?

Quello di creare divisioni.

Cosa dire della teoria sull’”accerchiamento” della Russia da parte dell’Occidente?

Non sono molto d’accordo con questa teoria, anche se, sotto l’amministrazione Bush, sono stati fatti due grossi errori sullo scacchiere europeo: il piano di schieramento anti-missile in Polonia e nella Repubblica Ceca, mossa altamente provocatoria, e poi, nel 2008 la prospettiva dell’inclusione nella NATO dell’Ucraina e della Georgia.

Beh, non è poco.

Sì, ma, detto questo, non c’era nessuna chance per l’Ucraina e per la Georgia di entrare nella NATO, perché l’alleanza non ne voleva sapere, mentre l’allora presidente ucraino Yanucovich si era dichiarato legalmente per la neutralità.

Quindi la teoria dell’”accerchiamento” è un’esagerazione?

A netto degli errori che ho esposto, ed alla quale la Russia ha reagito, credo che questa teoria sia stata calcata dalla Russia stessa per motivi di politica interna. Il punto chiave rimane in ogni caso l’autonomia delle ex repubbliche sovietiche, che la Russia ignora completamente.

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Che dire sulla politica economica sotto Putin?

Come dicevo è basata soprattutto sulla stabilità. Pur essendoci stato un ridimensionamento delle entrate, sia a causa della caduta del prezzo del petrolio che delle sanzioni, il suo regime ha stabilito una certa regolarità nel pagamento di salari e pensioni – e qui Putin ha imparato la lezione della ribellione dei pensionati di 10 anni fa – nel sistema bancario e nell’andamento dei prezzi, a cui si aggiunge un debito pubblico relativamente sotto controllo, evitando l’alto grado di conflittualità sociale che ha scosso la Russia negli anni ’90.

Al tempo stesso si fanno molte critiche per l’alto grado di corruzione agli alti livelli.

Questo è uno dei punti in cui Putin è più vulnerabile, ed è proprio questo che ha catapultato Navalny nell’arena dell’attenzione pubblica. Attenzione però: questo “crociato” anti-corruzione non è un liberale, ma un nazionalista che probabilmente farebbe la stessa politica estera di Putin.

Ma vista la mancanza di una vera opposizione, non si può dire che la Russia, praticamente passata direttamente dall’autocrazia zarista allo stalinismo ed ora al “regime” di Putin, in realtà non abbia ancora sviluppato la democrazia nel suo DNA?

Certamente la democrazia come la intendiamo noi in Occidente non fa parte del DNA storico del paese. La domanda è rimasta sempre la stessa: siamo un paese europeo o no? E’ un dibattito che va avanti fin dai tempi di Pietro il Grande, il primo zar a stabilire il paese come potenza in qualche modo europea. La Russia non ha mai veramente avuto un’esperienza liberal-democratica, se non per un breve periodo, quello degli anni ’90.

Anni che però l’hanno vista relativamente più debole.

Infatti, e se vogliamo fare un parallelismo possiamo pensare alla Germania dopo la Prima Guerra Mondiale, che sperimentò la democrazia liberale per la prima volta dopo una sconfitta. Esperimento che venne associato a conflittualità sociale ed a condizioni economiche tremendamente difficili. Lo stesso si può dire della Russia che dopo esser stata, come URSS, una potenza allo stesso livello degli USA, si era ridotta allo stremo ed era tornata praticamente ai confini che aveva nel ‘600.

E’ impensabile quindi un’entrata della Russia nella UE?

Per ora è senz’altro impensabile: non dico che sia impossibile, ma ce ne vorrà del tempo.

E che dire dell’appoggio di Putin a certe forze nazionaliste e xenofobe nell’Europa occidentale?

Non è altro che uno dei modi in cui lui fa la sua “guerra” all’Occidente. Il concetto è questo: se tu dividi il nemico non hai bisogno di combattere. In pratica, se hai un nemico diviso, questo nemico è meno in grado di frustare i tuoi piani.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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