USMCA: la nuova fregatura ai danni dei messicani

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02/12/2018 Giulio Chinappi 539

A margine del G20 argentino di Buenos Aires, gli Stati Uniti d’America hanno firmato un nuovo trattato sul libero scambio con Canada e Messico, denominato USMCA (United States–Mexico–Canada Agreement), che va a sostituire il vecchio NAFTA (North American Free Trade Agreement), risalente al 1994.

La firma del nuovo trattato, è bene chiarirlo, è stata voluta soprattutto da Donald Trump, presente in prima persona alla cerimonia del 30 novembre, insieme al suo omologo messicano, Enrique Peña Nieto, ed al primo ministro canadese, Justin Trudeau. Secondo The Orange Man, infatti, il vecchio trattato era svantaggioso per l’industria degli Stati Uniti, anche se, dal momento della sua entrata in vigore, è sempre stato il Messico a pagarne il peso maggiore, visto che il vecchio NAFTA fu fatto su misura per gli interessi statunitensi. Il Paese che sorge a sud del Rio Grande, infatti, si è trasformato, nell’ultimo ventennio, in una vera e propria fucina di manodopera a basso costo per le multinazionali a stelle e strisce, che hanno costruito tutta una serie di stabilimenti lungo il confine, le cosiddette “maquilladoras”. La stipulazione del NAFTA creò non pochi problemi all’allora presidente messicano Carlos Salinas de Gortari, che si è dovuto trovare a fronteggiare tutta una serie di proteste popolari, non ultima l’insurrezione dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (Ejército Zapatista de Liberación Nacional, EZLN).

Il Canada, in fin dei conti, ha subito conseguenze rilevanti nel solo settore agricolo, divenendo il primo importatore di derrate alimentari dagli Stati Uniti e diminuendo drasticamente la propria produzione interna, ed allo stesso tempo non ha potuto beneficiare della vicinanza con il Messico per approfittare massicciamente della forza-lavoro di quel Paese. Non è un caso che, nelle trattative, Trudeau si sia concentrato soprattutto sulla possibilità di libera circolazione tra i lavoratori dei tre Paesi, proposta prontamente bocciata da Trump, per il quale ciò significherebbe l’invasione degli Stati Uniti da parte dei messicani. Non bisogna infatti cadere nell’errore di assimilare la NAFTA all’Unione Europea, visto che negli accordi nordamericani non si accenna neppure all’agevolazione di spostarsi da un Paese all’altro. Per inciso, non stiamo affermando la bontà dell’apparato europeo. Chi crede che il trattato di Schengen sia stato stipulato per facilitare le nostre vacanze a Parigi, Berlino e Barcellona, è poco più che un ingenuo: il trattato prevede infatti la libera della circolazione delle persone in quanto considerate, in senso prettamente economicista, come portatrici di quel fattore di produzione che è la forza-lavoro.

Tornando al contesto nordamericano, la data del 30 novembre per la firma del nuovo accordo non è stata affatto casuale. Le parti contraenti si sono affrettate nella firma esattamente nell’ultimo giorno del mandato presidenziale di Enrique Peña Nieto, visto che dal 1° dicembre ha avuto inizio la presidenza di Andrés Manuel López Obrador. Dopo decenni di governi ultraliberisti e filostatunitensi, il timore era quello che un presidente di sinistra – seppur moderatosi nelle sue posizioni nel corso degli anni – critico nei confronti del liberismo e dell’imperialismo avrebbe potuto bloccare l’iter delle trattative. Certo, la firma dell’USMCA non è ancora sinonimo di entrata in vigore del trattato, che dovrà essere ratificato dopo il voto dei parlamenti dei tre Paesi coinvolti. Tuttavia, López Obrador, eletto come candidato del Movimento di Rigenerazione Nazionale (Movimiento Regeneración Nacional, MORENA) con il sostegno del Partito del Lavoro (Partido del Trabajo, PT) e del Partito Incontro Sociale (Partido Encuentro Social, PES) difficilmente stopperà la ratifica del trattato, con il rischio di aprire una vera e propria crisi diplomatica.

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Nel suo discorso di insediamento, il nuovo presidente messicano ha affermato di voler porre fine a decenni di politiche neoliberiste, che hanno rappresentato una calamità per il suo Paese. Le parole di López Obrador sono state commentate con toni negativi da parte di molti grandi industriali messicani, il che naturalmente può essere considerato come un segno positivo. Dall’altro lato, però, AMLO – come viene abbreviato il suo nome – si è mostrato accondiscendente con l’USMCA, che – a suo dire – presenta comunque condizioni migliori rispetto al precedente NAFTA, nei confronti del quale era sempre stato molto critico. Il nuovo inquilino della Residencia Oficial de los Pinos, dunque, dovrà fare buon viso a cattivo gioco

Per il momento, le principali polemiche hanno riguardato il nome dello stesso trattato, che Donald Trump ha voluto battezzare USMCA, ponendo dunque il suo Paese per primo nell’ordine. I canadesi hanno ribattuto denominandolo Canada–United States–Mexico Agreement (CUSMA), oppure Accord Canada–États-Unis–Mexique (ACEUM) secondo la denominazione francese, così come non si sono sottratti a questa pratica i messicani, per i quali l’accordo dovrebbe chiamarsi Tratado entre México, Estados Unidos y Canadá (T-MEC).

Nel concreto, i principali punti del trattato, proprio come nel caso del NAFTA, sembrano avvantaggiare enormemente il settore agricolo e quello industriale statunitense, in particolare per quanto riguarda l’industria automobilistica, divenuto il chiodo fisso del presidente Trump, fornendo alle multinazionali a stelle e strisce un mercato più ampio. Si parla, ad esempio, di detassare “automobili e camion i cui componenti siano al 75% prodotti in Stati Uniti, Canada e Messico“: ma alzi la mano chi conosce la “famosa” industria automobilistica messicana. Allo stesso tempo, The Donald punta a riportare gli stabilimenti industriali nel proprio territorio, per sopperire alla disoccupazione crescente negli Stati Uniti. Infine, una clausola dell’USMCA sembra essere rivolta direttamente contro la Cina, nell’ambito della guerra commerciale tra le due superpotenze: infatti ogni Paese dovrà notificare agli altri due membri del trattato, con tre mesi d’anticipo, la propria intenzione di “iniziare negoziazioni di libero scambio con Paesi che non siano ad economia di mercato”. E non è che nel mondo ce ne siano così tanti.

di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam".

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