Critica della democrazia rappresentativa occidentale (o democrazia borghese)

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01/07/2017 Giulio Chinappi 2460

Il termine “democrazia” indica, secondo il noto etimo greco, il “potere del popolo”. Un concetto di per sé certamente nobile, ma che nel corso dei secoli è stato utilizzato per indicare forme di governo fra loro molto diverse, da quella ateniese fino alla democrazia rappresentativa occidentale dei giorni nostri, passando per numerose altre espressioni, sia dal punto di vista dell’astrazione filosofia che di quello della realizzazione concreta storica. Di fatto, quasi tutti i Paesi hanno rivendicato o rivendicano di essere democratici, rimandando tuttavia con questa parola a forme diverse di espressione della democraticità. Quella del voto per l’elezione dei rappresentanti è infatti solo uno dei tanti modi per esplicitare la democraticità.

Rousseau3

CHE COS’È LA DEMOCRAZIA?

Il dibattito su cosa sia la democrazia non ha mai ricevuto una risposta definitiva. È mai possibile che un concetto così nobile possa essere ridotto all’espressione di un voto in cabina elettorale ogni cinque anni? A nostro modo di vedere no. Pensare che la democrazia rappresentativa occidentale di tipo borghese sia la massima espressione del concetto di democrazia, è totalmente fuorviante.

La democrazia, secondo il nostro parere, indica soprattutto un’intenzione. Mutuando un’espressione presa dalla costituzione francese, potremmo dire che la democrazia è un governo “del popolo, dal popolo e per il popolo” (“du peuple, par le peuple, pour le peuple”). Ora, ci sembra di poter affermare senza timore di essere smentiti che, nella forma democratica che conosciamo oggi, il governo “per il popolo” non si sia realizzato. Al contrario, crediamo che sia proprio questo il nodo cruciale della democrazia, ovvero quello di governare negli interessi del popolo.

Le votazioni possono effettivamente rappresentare un mezzo attraverso il quale si può raggiungere l’obiettivo di un governo “per il popolo”, ma non l’unico o il più efficace. Un filosofo di portata assoluta come Platone, del resto, immaginava una città ideale governata da un gruppo di filosofi, intesi come uomini saggi in grado di promuovere il bene della comunità, capaci cioè di fare l’interesse generale senza tener conto del proprio interesse particolare. Anche questa è indubbiamente una forma di democrazia, così come lo è quella della “volontà generale” in Jean-Jacques Rousseau, una forza interna ad ogni uomo che permetta a ciascuno di abbandonare l’interesse individuale, e che consenta dunque la formazione di una democrazia diretta, che si esplicita attraverso un’assemblea di tutti i cittadini, sul modello ateniese.

Un’altra forma di democrazia storicamente realizzata sono le repubbliche popolari di ispirazione marxista-leninista, che, quanto meno nelle intenzioni, sono nate per creare beneficio alla fascia più grande e povera della popolazione, a coloro cioè che non avevano voce in capitolo nei regimi precedentemente esistenti, come quello zarista. Tutt’oggi, Cuba rivendica orgogliosamente – e non a torto – la propria democraticità, che si esplicita attraverso un processo elettorale dal basso che non prevede la presenza di partiti, ma che punta tutto sulla votazione dei singoli candidati: il contrasto con la democrazia occidentale è tuttavia evidente, visto che una delle prerogative di quest’ultima è la pluralità – quanto meno apparente – dei partiti in campo.

Al contrario di ciò che viene spesso proclamato, la democrazia rappresentativa occidentale sembra spesso limitarsi all’aspetto formale della democrazia, quello, appunto, delle elezioni e dell’apparente pluralità partitica, lasciando in disparte l’aspetto sostanziale della stessa, ovvero il fine ultimo di fare gli interessi del popolo. Lo stesso Alexis de Tocqueville, considerato da molti come un cantore della democrazia occidentale, nella sua opera “La democrazia in America” (“De la démocratie en Amérique”) avverte i lettori che la democrazia ha la tendenza a degenerare in ciò che può essere definito come un “dispotismo addolcito”, una forma di governo capace di mantenere l’apparenza di una democrazia senza però esserlo realmente.

Lenin

LA DEMOCRAZIA BORGHESE DELLA CLASSE DOMINANTE

Uno dei principali critici della forma di democrazia borghese, quella rappresentativa basata sulle elezioni, è naturalmente Karl Marx. Il filosofo tedesco ci spiega, infatti, che la democrazia rappresentativa altro non è che un inganno perpetrato dalla classe dominante – la borghesia del suo tempo – ai danni di quella dominata – il proletariato. Questa, infatti, si baserebbe su un’eguaglianza giuridica di facciata, che in realtà non va affatto ad intaccare la verità disparità, cioè quella economica, dalla quale consegue anche una disparità nella possibilità di accedere alle sfere del potere ed alla partecipazione nella vita politica.

Di fatto, dunque, la democrazia borghese è utile solamente alla classe dominante per mantenere lo status quo. Il proletario, al contrario, può scegliere solamente se accettare la sua posizione subordinata all’interno del sistema di produzione capitalistica oppure morire di fame. Questa democraticità formale funzionale agli interessi dei dominanti, che si esplicita nella celebre frase “lo stato è il comitato d’affari della borghesia”, va dunque sostituita da una democrazia sostanziale, una democrazia popolare che non si fermi all’eguaglianza giuridica, ma che comporti anche l’eguaglianza economica e sociale fra gli uomini. In questo senso, secondo la teoria marxiana la conquista della democrazia passa per l’elevazione del proletariato a classe dominante attraverso il mezzo rivoluzionario, portando successivamente all’abolizione delle classi sociali.

Non meno critico nei confronti della democrazia borghese è Vladimir Lenin: “La società capitalistica, considerata nelle sue condizioni di sviluppo più favorevoli, ci offre nella repubblica democratica una democrazia più o meno completa. Ma questa democrazia è sempre compressa nel ristretto quadro dello sfruttamento capitalistico, e rimane sempre, in fondo, una democrazia per la minoranza, per le sole classi possidenti, per i soli ricchi”. In questo noto brano tratto da “Stato e Rivoluzione”, il rivoluzionario russo pone ancora l’accento sulla posizione subalterna della classe proletaria rispetto alla borghesia, che di fatto rende impossibile ogni forma democratica: “Gli odierni schiavi salariati, in forza dello sfruttamento capitalistico, sono talmente soffocati dal bisogno e dalla miseria, che «hanno ben altro pel capo che la democrazia», «che la politica», sicché, nel corso ordinano e pacifico degli avvenimenti, la maggioranza della popolazione si trova tagliata fuori dalla vita politica e sociale”.

Anche Lenin, conviene dunque nel dire che questo tipo di regime autoproclamatosi democratico non implica nessuna redistribuzione né del potere economico né di quello politico: “Democrazia per un’infima minoranza, democrazia per i ricchi: è questa la democrazia della società capitalistica. […] Marx afferrò perfettamente questo tratto essenziale della democrazia capitalistica, quando, nella sua analisi della esperienza della Comune, disse: agli oppressi è permesso di decidere, una volta ogni qualche anno, quale fra i rappresentanti della classe dominante li rappresenterà e li opprimerà in Parlamento!”. Un concetto, peraltro, che era già stato espresso molto prima dallo stesso Rousseau circa le elezioni che si tenevano, già al suo tempo, in Inghilterra: “Il popolo inglese ritiene di esser libero: si sbaglia di molto; lo è soltanto durante l’elezione dei membri del parlamento. Appena questi sono eletti, esso è schiavo, non è nulla”. Il filosofo di Ginevra mette in contrasto la democrazia diretta ateniese con quella rappresentativa dei “popoli moderni”: “Non appena un popolo si dà dei rappresentanti, esso non è più libero, non esiste più”.

Per la borghesia”, ammonisce ancora Lenin in un articolo apparso su Pravda nel gennai del 1919, “è vantaggioso e necessario nascondere al popolo il carattere borghese della democrazia attuale, presentare questa democrazia come una democrazia in generale o come una ‘democrazia pura’”. Le classi dominate, al contrario, non devono lasciarsi assopire da questa retorica: “Parlare di democrazia pura, di democrazia in generale, di uguaglianza, libertà, universalità, mentre gli operai e tutti i lavoratori vengono affamati, spogliati, condotti alla rovina e all’esaurimento non solo dalla schiavitù salariata capitalistica, ma anche da quattro anni di una guerra di rapina, mentre i capitalisti e gli speculatori continuano a detenere la “proprietà” estorta e l’apparato “già pronto” del potere statale, significa prendersi gioco dei lavoratori e degli sfruttati. […] Non dovete scordare che lo Stato, persino nella repubblica più democratica, e non soltanto in regime monarchico, è soltanto una macchina di oppressione di una classe su di un’altra classe”. Il giudizio definitivo dell’artefice della rivoluzione sovietica è dunque netto: “La borghesia è costretta a fare l’ipocrita e a chiamare ‘potere di tutto il popolo’ o democrazia in generale o democrazia pura la repubblica democratica (borghese), che è di fatto la dittatura della borghesia, la dittatura degli sfruttatori sulle masse lavoratrici”.

noam chomsky

LA DEMOCRAZIA OGGI: LA “DITTATURA DELLA MINORANZA PIÙ GRANDE”

Dopo le critiche di Marx e Lenin, molti altri autori hanno criticato questo tipo di regime politico nella sua forma più diffusa, quella rappresentativa. Anche i pensatori più ottimisti a riguardo, quelli cioè che non condividevano l’analisi di matrice marxista-leninista, hanno dovuto concedere che la democrazia rappresentativa si riduce spesso ad una “dittatura della maggioranza”, un rischio che aveva evidenziato in precedenza il già citato Tocqueville. Anche nei sistemi democratici moderni, del resto, una volta terminato il processo elettorale, il nuovo governo ha di fatto il potere di passare qualsiasi legge, a patto di mantenere una maggioranza, anche minima, nell’organo legislativo (generalmente il parlamento).

Secondo Noam Chomsky, per valutare se uno stato è democratico non bisogna guardare al processo elettorale o al numero di partiti presenti, bensì “a che punto il popolo dispone di mezzi significativi per sviluppare ed articolare le proprie idee, facendole pesare nell’arena politica e nel processo decisionale”. L’analisi del filosofo statunitense, nonostante le differenza dovute alla distanza cronologica, sembra ricalcare le teorie di Marx e Lenin: “Innanzi tutto c’è un enorme segmento della vita sociale ed economica che è escluso dal controllo pubblico”, caratteristica che porta a delle “tirannie private di tipo totalitario”. In pratica, si tratta dell’enorme potere che alcuni settori dell’economia (multinazionali e lobby, al cosiddetta corporatocrazia) riescono ad accumulare nelle proprie mani, controllando i mass media ed influenzando l’opinione pubblica a proprio gusto e piacimento. Il risultato è che coloro che si trovano nelle posizioni subalterne della gerarchia sociale perdono di fatto il proprio potere.

Come se non bastasse, alle critiche storicamente mosse ai sistemi democratici rappresentativi, oggi se ne aggiunge un’altra, basata sull’osservazione delle recenti dinamiche dei Paesi occidentali. L’inefficienza della democrazia rappresentativa sta diventando oramai palese agli occhi di tutti, e questo si traduce in un crollo dell’affluenza alle urne. In tutte le elezioni tenutesi recentemente in Europa si sono registrati crolli della partecipazione, con l’astensionismo che ha spesso superato anche il 50%, come accaduto di recente in Francia ed Albania. Se, un tempo, la democrazia rappresentativa era quanto meno legittimata da una massiccia partecipazione popolare, oggi questa legittimazione viene a mancare. Si tratta, a tutti gli effetti, di una “dittatura della minoranza più grande”, che spesso assume il potere sostenuta solamente da un quarto o un quinto della popolazione complessiva, ma che una volta salita al governo ha di fatto in mano le redini dell’intero Paese.

Quanto osservato ci deve portare a riflettere su forme alternative di democrazia rispetto a quella che abbiamo fino ad ora conosciuto, che non sia più solamente formale, ma che sia rispettosa della “volontà generale” e che porti ad un governo “per il popolo”, anziché utilizzare il popolo come mero mezzo di legittimazione apparente.

BIBLIOGRAFIA

CHOMSKY, Noam (1996), On Democracy (intervista di Tom Morello)

DE TOCQUEVILLE, Alexis (1835), La democrazia in America (“De la démocratie en Amérique”)

MARX, Karl & ENGELS, Friedrich (1848), Manifesto del Partito Comunista (“Manifest der Kommunistischen Partei”)

LENIN, Vladimir (1917), Stato e rivoluzione (“Государство и революция”, “Gosudarstvo i revoljucija”)

LENIN, Vladimir (1919), “Democrazia” e dittatura (da “Pravda” del 3 gennaio 1919)

PLATONE, Repubblica (“Πολιτεία”, “Politéia”)

ROUSSEAU, Jean-Jacques (1762), Il contratto sociale (“Du Contrat Social ou Principes du droit politique”)

di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam".

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