La critica di Noam Chomsky ai media Usa

Febbraio 15, 2019
Attilio De Alberi
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Noam Chomsky, noto linguista ed autore, che ha insegnato per 50 anni presso l’MIT (Massachusetts Institute of Technology) ed ora si è trasferito presso la University of Arizona, a Tucson, si è anche guadagnato una fama mondiale per le sue posizioni politiche come dissidente e critico del potere da posizioni decisamente progressiste. Ovviamente non contento della presidenza Trump, e, tra l’altro, ammiratore di Alexandria Ocasio-Cortes, la giovane socialista democratica da poco eletta alla Camera dei Rappresentanti al Congresso USA, si è recentemente espresso sui media americani, criticandone le priorità in termini di comunicazione politica.

L’intervento di Chomsky, trasmesso dal programma alternativo e progressista Democracy Now! (Democrazia Adesso!), nasce dall’osservazione, fatta appunto dalla conduttrice, che Fox News è ormai diventata una “TV di stato”, e, praticamente, la portavoce di Trump e delle sue politiche.

Secondo Chomsky Fox News è un joke, ossia uno scherzo, una cosa poco seria. Ma al tempo stesso fa una critica degli altri media proprio perché si concentrano su questioni piuttosto marginali, trascurandone altre, nella sua opinione, molto più serie.

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A proposito dell’immigrazione, uno dei temi affrontati in maniera tipicamente xenofobica e razzista da Trump, Chomsky afferma che bisogna focalizzarsi non tanto sul fenomeno in sé, ma sulle sue radici, aspetto che non viene quasi mai discusso.

Invece, secondo Chomsky, bisognerebbe comunque concentrarsi sul cambiamento climatico, fenomeno potenzialmente assai distruttivo e che rappresenta una chiara ed imminente minaccia. Le conseguenze del cambiamento climatico sono già visibili, ma non sono nulla, dice Chomsky, rispetto a quelle più gravi che si potrebbero vedere negli anni a venire, se non si fa nulla a proposito. E cita la possibilità del drammatico innalzamento delle acque marine. Una situazione come questa farà apparire il “problema” immigrazione come una trivialità.

Chomsky fa poi un altro esempio: l’ossessione sull’interferenza russa sulle ultime elezioni presidenziali. Secondo lui questa supposta interferenza non è quasi nulla in confronto a quella portata avanti dallo stato d’Israele. A questo proposito, cita specificatamente il fatto che il Primo Ministro Netanyahu si sia presentato alle camere riunite del Congresso USA, senza nemmeno informare il presidente americano. Lo scopo di questa visita era, dopo tutto, quella di alterare il corso della politica statunitense nei confronti d’Israele.

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Un’altra osservazione di Chomsky è che i rappresentanti eletti in Congresso ed alla presidenza dovrebbero essere sensibili alle esigenze ed alle richieste di quelli che li hanno votato. Così dovrebbe funzionare la vera democrazia: è un’elementare assunzione.

Ma invece non funziona così negli Stati Uniti: esiste un’ampia letteratura accademica che mostra come gli elettori americani siano in realtà privati del loro genuino diritto di voto. Questo perché i loro rappresentanti seguono in pratica gli interessi corporativi del famoso 1% dei ricchi e dei potenti (proprio quel 1% citato regolarmente da Bernie Sanders, ndr). Chomsky fa notare che ormai da molto tempo le elezioni americane siano state comprate da questa minoranza.

E ci si può rendere conto di questo semplicemente guardando alle donazioni ricevute dai partiti per le loro campagne. Alla fin fine, sono le lobby che scrivono le leggi. Tutto questo è tecnicamente legale, ma mina il corso della democrazia americana. Di fronte a questo il supposto hackeraggio russo durante le elezioni conta molto poco.

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Infine, sempre a proposito di Russia, Chomsky fa notare che la politica estera russa è molto meno negativa rispetto all’invasione americana dell’Iraq. Qualsiasi siano state le infrazioni commesse dalla Russia, gli USA dovrebbero continuare a discutere e trattare con questa, cercando di migliorare il rapporto con Mosca.

In questo contesto, Chomsky è molto preoccupato dalle tensioni esistenti proprio sul confine russo, e che potrebbero condurre ad un terribile conflitto termonucleare, e spiega queste tensioni con l’espansione ad est della NATO che ha seguito la dissoluzione dell’Unione Sovietica, in contraddizione con le promesse fatte dagli USA al suo ultimo presidente Mikhail Gorbachev.

Per esempio, il tentativo di far entrare l’Ucraina nella NATO rappresenta una grossa minaccia (ndr. è recente la notizia secondo la quale l’oligarca ucraino Petro Poroshenko è riuscito a far approvare dal parlamento un cambiamento della costituzione del paese che permetterebbe l’entrata nella Nato, oltre che nella UE). E, di nuovo, queste tensioni sono molto più gravi di quelle esistenti sul confine col Messico.

Conclusione: i media dovrebbero rivolgere la loro attenzione più a situazioni che minacciano direttamente la sopravvivenza della specie umana, invece di concentrarsi tanto sulle immigrazioni e sulle bugie di The Donald.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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