Combattere l’immigrazione non vuol dire combattere gli immigrati

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18/06/2018 Giulio Chinappi 2388

La recente vicenda della nave Aquarius, utilizzata dal ministro Matteo Salvini per meri fini propagandistici della lotta all’immigrazione, ha segnato uno degli episodi più tristi della storia dell’Italia repubblicana. Come avevamo previsto in un precedente articolo (clicca qui per leggere), impossibilitato a (o incapace di) realizzare le promesse fatte in campagna elettorale su altre tematiche, prima su tutte l’uscita dall’Unione Europea, l’attuale governo si sta sfogando contro i più deboli, tanto italiani, attraverso la flat tax/dual tax, misura che favorisce spudoratamente i ricchi, quanto stranieri.

La lotta all’immigrazione, sbandierata dallo stesso Salvini come uno dei capisaldi della propria politica, si è tradotta nella pratica in lotta contro i migranti, ovvero contro coloro che, già privati dei diritti elementari nelle loro terre di origine, sono stati espropriati della stessa dignità umana, sballottati tra le onde del Mar Mediterraneo alla ricerca di un porto sicuro presso il quale attraccare (altro che “crociera”!). E, sarà un caso, ma da quando si è formato il nuovo governo si sono moltiplicati gli atti di violenza contro gli stranieri in Italia, portando addirittura a due omicidi, quello di Soumaila Sacko, ventinovenne maliano ucciso in Calabria, ed ora anche quello di Assane Diallo, cinquantaquattrenne senegalese, ammazzato nella “civilissima” Milano.

Con questo, naturalmente, non vogliamo dire che il governo abbia incoraggiato direttamente gli atti di violenza contro gli immigrati – e ci mancherebbe solo questo per tornare indietro di ottant’anni -, ma che la violenza verbale e la retorica propagandistica utilizzata da Matteo Salvini e da altri esponenti della maggioranza di governo potrebbe, in qualche modo, aver fornito una giustificazione implicita dal punto di vista di alcuni razzisti in giro per il Paese. Quando sei già un razzista incline alla violenza, sentire un ministro dire che “la pacchia è finita” può essere interpretato anche in questo modo.

Appare dunque evidente come la lotta all’immigrazione si stia traducendo sempre più in caccia all’immigrato, assumendo un carattere razzista e irrazionale. Non c’è traccia, invece, di una reale analisi del fenomeno migratorio, visto che il tutto si riduce a mera propaganda, nonostante la campagna elettorale sia finita da un pezzo. Comprendere il fenomeno, al contrario, è un passo fondamentale per arrestarlo.

Quest’analisi deve partire innanzi tutto da un presupposto: le migrazioni creano molto più danni all’Africa ed agli africani rispetto a quanti non ne creino all’Europa ed agli europei. Sono gli africani a doversi sobbarcare le spese e le sofferenze dei lunghi e tormentati viaggi, che spesso li vedono morire prima ancora di raggiungere la sponda settentrionale del Mediterraneo, e sono i Paesi di quel continente che perdono continuamente la propria forza lavoro, spesso anche specializzata e con titoli di studio, elemento fondamentale per perseguire la strada dello sviluppo economico. Combattere il fenomeno migratorio, dunque, è necessario soprattutto per favorire lo sviluppo dei Paesi africani, ancor più che per accontentare qualche branco di xenofobi italiani o di altri Paesi europei.

Dove si trova, quindi, la soluzione ideale?
Nel breve periodo, naturalmente, bisogna accogliere coloro che sono in difficoltà offrendo loro tutta l’assistenza necessaria, perché le ondate migratorie non possono essere fermate dall’oggi al domani.
Nel lungo periodo, invece, bisogna puntare a creare le condizioni nei Paesi d’origine, non per bloccare i migranti con la forza, come pure alcuni vorrebbero, ma per far sì che le persone non abbiano più bisogno di lasciare le proprie terre per andare alla ricerca di una vita dignitosa. È fondamentale capire che le scelte delle persone sono dettate innanzi tutto dalle condizioni materiali di vita nelle quali si trovano, e dunque dalla necessità piuttosto che dal libero arbitrio. Ogni altra soluzione trova le proprie origini nella mera irrazionalità o nella convenienza politica.

Quanto agli italiani, bisognerebbe riscoprire un po’ di solidarietà di classe e ricordare dove si trova il nemico: i lavoratori immigrati che giungono sulle nostre coste non sono nemici della classe lavoratrice italiana, ma alleati, visto che le loro sofferenze sono provocate da quella stessa grande borghesia globalizzata che impone le misure di austerità, il pareggio in bilancio ed i vincoli europei. Sarebbe tempo di riscoprire la lotta di classe indirizzata dal basso verso l’alto, anziché continuare in un’inutile e dolorosa lotta in orizzontale contro coloro che si trovano nelle nostre stesse condizioni, o appena un gradino sotto.

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Arrivati a questo punto, non ci resta che determinare la maniera per favorire lo sviluppo economico del continente africano, al fine di porre fine alla necessità di emigrare. In passato, i Paesi occidentali hanno sempre adottato politiche interventiste in quei Paesi, che però non hanno portato a grandi risultati. Al contrario, noi pensiamo che sia necessario adottare un approccio differente, seguendo i punti seguenti, già esposti tempo fa in un articolo dedicato al continente africano (clicca qui per leggere):

1) i Paesi stranieri e le organizzazioni internazionali devono cancellare di ogni debito estero contratto dai Paesi africani;

2) le multinazionali straniere devono restituire tutte le terre coltivabili acquisite ai governi dei Paesi africani, che dovranno poi redistribuirle equamente tra la popolazione;

3) le multinazionali straniere devono rinunciare allo sfruttamento delle risorse naturali dei Paesi africani, se non attraverso concessioni oculate che risultino vantaggiose per i Paesi in questione e che obblighino le imprese ad assumere unicamente manodopera locale (abbiamo previsto questa eccezione perché alcuni Paesi potrebbero non disporre nell’immediato dei mezzi per sfruttare al meglio le proprie risorse);

4) i Paesi occidentali devono rinunciare ad ogni forma di ingerenza politica nei confronti dei governi africani, in particolare devono impegnarsi a non creare conflitti e a non sostenere colpi di stato.

Questi quattro punti rappresentano naturalmente delle condizioni necessarie ma non sufficienti per raggiungere l’obiettivo dello sviluppo economico e del miglioramento delle condizioni di vita materiali nei Paesi africani. Molto dipenderà comunque dalla gestione interna di questi stessi Paesi, ai quali dovrà essere lasciata la libertà di scegliere modelli politici ed economici non necessariamente corrispondenti a quelli dei Paesi occidentali. Per alcuni potrà sembrare un’utopia, ma solamente quando questi punti verranno messi in pratica potremo dire di averli “aiutati a casa loro”, perché nessuno vuole abbandonare la propria casa, se non spinto da necessità impellenti.

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di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam".

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