Affinità e divergenze tra Stati Uniti e Cina

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08/06/2018 Giulio Chinappi 951

Un nostro articolo di qualche giorno fa ha suscitato alcune risposte attraverso i social network alle quali vogliamo rispondere.

Nel testo da noi redatto, abbiamo tentato di mettere in evidenza l’obsolescenza dell’alleanza tra i Paesi dell’Europa occidentale (in particolare dell’Italia) e gli Stati Uniti d’America, figlia dell’assetto nato dalla fine della seconda guerra mondiale e poi proseguito durante tutta la guerra fredda, ma oramai decisamente poco adatta agli scenari geopolitici odierni. In contrasto con la situazione vigente, abbiamo esposto la necessità di allungare lo sguardo verso l’Oriente, intendendo sia l’Oriente europeo (Russia) che quello asiatico (Cina), ovvero verso le due potenze che maggiormente hanno la possibilità di ribaltare il vacillante impero globale a guida statunitense.

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Ovviamente le obiezioni sono piovute numerose da parte di chi, per incoscienza o per interesse, afferma che il capitalismo a stelle e strisce, e tutto ciò che ne deriva, rappresenterebbero il migliore dei mondi possibili, se non l’unico possibile, mantra che oramai ci sentiamo ripetere quotidianamente ed ossessivamente da oltre un quarto di secolo, praticamente dal giorno della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Le obiezioni a noi mosse, in pratica, sono riassumibili in pochi punti:

  • la Cina è un Paese esclusivamente esportatore, che perirebbe senza i grandi importatori, Stati Uniti in testa;
  • la Cina è ancora molto lontana da raggiungere i livelli economici statunitensi;
  • meglio sottostare agli Stati Uniti, che almeno garantiscono i diritti individuali e la democrazia.

Di seguito andremo a rispondere ai tre punti sopra elencati, mettendo in luce le affinità e le divergenze esistenti tra il mondo a guida statunitense e quello ipoteticamente a guida cinese, partendo dalla constatazione della realtà attuale e proiettandola nel prossimo futuro.

Innanzi tutto, sulla Cina esistono ancora troppi miti che vanno smentiti. Quando si sente qualcosa per anni, infatti, diventa poi difficile convincersi che le cose non stanno così, o almeno non più. Sicuramente la Cina è il più grande Paese esportatore del mondo, ed ha puntato molto sulle esportazioni per alimentare il proprio rapido sviluppo economico. Tuttavia, la situazione si sta modificando: il gigante asiatico sta facendo registrare aumenti spettacolari nel livello delle retribuzioni, tra il 5% ed il 27% secondo gli ultimi dati, in base al settore economico ed alle regioni interessate. Il governo di Pechino, infatti, ha capito che puntare esclusivamente sulle esportazioni non è più sufficiente, e sta cercando di aumentare il potere d’acquisto delle famiglie per stimolare il consumo interno. Considerando le principali città, gli abitanti di Shanghai, Pechino o Shenzhen possono vantare salari medi superiori o paragonabili a quelli di Paesi dell’Europa Orientale, come la Croazia e le repubbliche baltiche.

Facendo due rapidi calcoli, il governo cinese ha capito che puntare sul consumo interno di beni e servizi è ancora più conveniente che esportare, visto che proprio in casa si trova il mercato più grande del mondo. L’Unione Europea conta oggi 503 milioni di abitanti, gli Stati Uniti 325 milioni, per un totale di circa 828 milioni di persone, decisamente meno della Cina, che ne conta 1.379 milioni. Proprio per questo, la Cina sta diventando importatore netto di molti beni, a partire dai beni alimentari (pensiamo ad esempio alle ingenti importazioni di riso dalla Thailandia e dal Vietnam), e sta sviluppando un mercato interno sempre più dinamico grazie all’aumento del potere d’acquisto dei propri abitanti.

Con questo, abbiamo risposto ai primi due punti, dimostrando che la potenza economica cinese non si basa esclusivamente sulle esportazioni e che gli standard economici del gigante asiatico sono in continuo miglioramento, al contrario di quelli statunitensi ed europei, oramai in fase di stallo da anni. Non dimentichiamo che oramai la Cina ha scavalcato sia Stati Uniti che Unione Europea in vetta alla classifica mondiale del PIL a parità di potere d’acquisto, e sta rapidamente scalando anche la classifica del PIL pro capite, anche se naturalmente non ha ancora raggiunto gli standard occidentali da questo punto di vista. Bisogna poi considerare anche altri dati, come l’uguaglianza di reddito, generalmente misurata con l’indice di Gini, dato nel quale la Cina è praticamente allo stesso livello della superpotenza statunitense. Insomma, dal punto di vista macroeconomico gli Stati Uniti hanno ancora un vantaggio, ma la tendenza indica una convergenza dei dati ed un sorpasso quasi inevitabile nei prossimi anni.

Per quanto riguarda l’ultimo punto (“meglio sottostare agli Stati Uniti, che almeno garantiscono i diritti individuali e la democrazia”), si potrebbe dire molto, ma tenteremo di essere sintetici. Sappiamo bene di quali siano i metodi statunitensi per “esportare la democrazia”, e sappiamo altrettanto bene come la democrazia italiana sia continuamente minacciata dall’esistenza della duplice gabbia militare ed economica, rispondenti rispettivamente ai nomi di NATO ed Unione Europea. L’ordine capitalista statunitense garantirà pure dei diritti, ma questi sono esclusivamente appannaggio della classe dominante, mentre ne sono continuamente privati i membri della classi dominate.

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Interessante, invece, è l’atteggiamento che la Cina ha dimostrato di avere nei confronti dei propri partner internazionali, trattati secondo il principio di uguaglianza tra le parti, a differenza degli Stati Uniti, che si ergono unilateralmente sul piedistallo di padroni del mondo. La Cina evita accuratamente ingerenze nelle questioni interne agli altri Paesi, salvaguardandone dunque la sovranità economica, politica e militare (ad oggi Pechino dispone di una sola base militare al di fuori del proprio territorio nazionale, a Gibuti, mentre gli Stati Uniti possono vantare ben 59 basi nella sola Italia). Dunque, stringere rapporti con la Cina non significa riprodurre i modelli cinesi all’interno dei propri confini, ma solo avere rapporti politici, economici e commerciali che convengano ad entrambe le parti. Anche coloro che dicono, banalmente, “tra qualche anno dovremo imparare tutti il cinese” possono essere facilmente smentiti: la Cina, infatti, fino ad ora ha dimostrato di non voler colonizzare culturalmente il resto del mondo, al contrario di quanto fatto dagli Stati Uniti attraverso ogni mezzo possibile (musica, cinema, videogiochi…, tutti usati in qualità di propaganda).

In conclusione, non possiamo far altro che ribadire quanto affermato in precedenza: gli Stati Uniti sono una potenza in fase di declino, il cui ruolo di leadership mondiale verrà presto preso in eredità dalla Cina; l’Europa occidentale, oggi imbrigliata nelle anacronistiche alleanze con Washington, farebbe bene a guardarsi intorno ed a scegliere nuovi partner, per non correre il rischio di essere trascinata nel gorgo provocato dal naufragio statunitense. Il primo passo è l’abbandono dell’odioso Patto Atlantico.

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam".

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