L’Italia e l’Europa guardino ad Oriente

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03/06/2018 Giulio Chinappi 636

In un terzo millennio che sta ridisegnando gli assetti geopolitici mondiali, l’Italia e gli altri Paesi dell’Europa occidentale rischiano di restare strangolati da un’alleanza troppo stretta con gli Stati Uniti d’America, che impedisce loro di guardare dall’altra parte del globo. Questa politica miope non può che portare ad un’accelerazione nel processo di declino del “vecchio continente”.

IL RUOLO EGEMONE DEGLI STATI UNITI DOPO LA GUERRA FREDDA

Nel nostro excursus, partiamo dalla fatidica e simbolica data del 1989, quella della caduta del Muro di Berlino, che nell’immaginario di tutti rappresenta il crollo dei sistemi comunisti in Europa orientale. Certo, la dissoluzione dell’Unione Sovietica ebbe luogo due anni più tardi, nel 1991, segnando la fine ufficiale della Guerra Fredda e la vittoria degli Stati Uniti e del sistema liberista.

Sbarazzatisi dell’unica altra superpotenza sulla scena globale, gli statunitensi non persero l’occasione per allungare i tentacoli del proprio impero su tutto il pianeta, sicuri di avere dalla loro il destino di dominatori del mondo. È questa la famosa “fine della storia” alla quale si riferiva Francis Fukuyama, che proprio all’inizio degli anni ’90 annunciava così la (presunta) fine delle ideologie. Un mondo apparentemente privo di ideologie, tuttavia, è il sintomo che di ideologia ne è rimasta solamente una, quella liberista, talmente potente da penetrare qualsiasi aspetto della vita umana, e totalizzante molto più di qualsiasi regime novecentesco, al punto da farsi passare come “naturale”, ovvia, indiscutibile.

In questo momento storico, l’Italia e gli altri Paesi dell’Europa occidentale si trovarono dalla parte del vincitore, e probabilmente tirarono un sospiro di sollievo per la scelta di campo effettuata quasi sessant’anni prima, al termine della seconda guerra mondiale. Tuttavia, il periodo d’oro del capitalismo globale è durato appena un decennio, accusando le prime battute d’arresto con gli albori del terzo millennio, e caracollando poi a partire dal 2008.

Nonostante le guerre disseminante qua e là, con il fine di imporre il modello egemonico statunitense a tutti i Paesi reticenti, il nuovo millennio ha visto l’emergere di tante nuove potenze, grandi e meno grandi, tali da costringere gli Stati Uniti a rivedere, almeno in parte, i propri progetti imperialistici. Si arriva così all’odierna situazione di multipolarismo, dove l’egemonia di Washington trova dei validi contrappesi in due potenze globali, come l’emergente Cina e la rinascente Russia, ed in un discreto numero di potenze regionali.

L’EPOCA DEL MULTIPOLARISMO

L’odierno scacchiere geopolitico mondiale ci restituisce un mondo nel quale non solo gli Stati Uniti non possono più giocare il ruolo di potenza egemone a livello globale, ma che li vede addirittura correre il rischio di dover cedere lo scettro del primato alla Cina. Se la Russia rappresenta un concorrente soprattutto dal punto di vista militare, come ci insegnano le vicende del conflitto siriano, la Cina ha puntato quasi tutto sull’aspetto economico, tenendosi fuori dagli scenari bellici. Proprio questa posizione discreta, ha permesso a Pechino di crescere senza dare nell’occhio, modificando il proprio sistema economico con l’aggiunta di elementi di mercato, senza però sposare il modello iperliberista statunitense.

Un aspetto da considerare, infatti, è proprio quello che, con l’emergere della Cina come potenza mondiale, si sia a suo modo riaffermato un modello diverso da quello considerato come universale fino a pochi anni fa. L’esplosione del gigante asiatico, innanzi tutto, dimostra che lo sviluppo economico non ha bisogno di svolgersi all’interno di un sistema politico pluripartitico e di democrazia borghese. Inoltre, nonostante le privatizzazioni e l’apertura al commercio globale, in Cina resta sempre lo Stato ad avere l’ultima parola in materia di politiche economiche, come dimostrano le svalutazioni competitive dello Yuan effettuate da Pechino.

La Cina, che detiene gran parte del debito estero statunitense, sta prendendo sempre più piede in tutti i continenti, soprattutto in Africa, dove si presenta come una novità, vista l’assenza di un passato coloniale o neocoloniale, e visti anche i metodi innovativi adottati, con la realizzazione di infrastrutture per le popolazioni locali, e la capacità di evitare ingerenze nelle politiche interne di Stati terzi. Questo non significa che la Cina agisca in maniera disinteressata e benevola, ma che in pochi anni ha riuscito ad imporre un modello sicuramente più efficace rispetto a quelli colonialisti e neocolonialisti proposti per secoli dagli occidentali.

Infine, proprio la moneta cinese, il già citato Yuan, sembra destinato a divenire una valuta di scambio internazionale alla pari del Dollaro statunitense, con la possibilità, sul lungo periodo, di prendere addirittura il sopravvento. Non è un caso che l’Arabia Saudita, stretto alleato di Washington, abbia deciso di vendere alla Cina il proprio petrolio accettando pagamenti in Yuan, fatto che naturalmente rappresenta un grande vantaggio per il Paese asiatico, non più costretto a comprare valute straniere, e che al contempo è anche un colpo difficile da digerire per Washington.

Dal canto loro, gli Stati Uniti stanno mostrando tutta la loro debolezza per mezzo delle misure protezionistiche varate da Donald Trump, ufficialmente volte ad arginare proprio l’attacco delle imprese cinesi, ma in realtà assai nocivo anche per Europa e Giappone, Paesi sulla carta alleati della superpotenza a stelle e strisce. Trump sta implicitamente ammettendo, prendendo questa direzione, che le misure economiche iperliberiste hanno fallito. L’iperliberismo andava bene fino a quando a trarne giovamento erano gli Stati Uniti, ma, ora che la situazione si è ribaltata, non possono più essere accettate.

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L’ITALIA E L’EUROPA GUARDINO AD ORIENTE

Gli scenari internazionali non lasciano dubbi: da un lato troviamo una potenza statunitense in piena crisi, come una famiglia nobile in decadenza; dall’altro una potenza cinese in netta fase di ascesa, pronta a prendere le redini del mondo in questo terzo millennio. Inoltre non va sottolineato il ruolo della Russia, che, come detto, conserva ancora forti potenzilità militari, e che, se unite alla forza d’impatto economica cinese, potranno giocare un ruolo importante per determinare il crollo definito dell’impero a stelle e strisce.

Nella situazione attuale, appare evidente come l’Italia e gli altri Paesi dell’Europa occidentale debbano mettere da parte la storica alleanza con gli Stati Uniti, che potrebbe presto rivelarsi mortale. È necessario, innanzi tutto, sciogliere quell’odioso vincolo rappresentato dalla NATO, un’organizzazione obsoleta ed anacronistica, che di fatto sancisce il ruolo subaterno dell’Europa, ridotta allo status di colonia ufficiosa, nei confronti degli Stati Uniti (clamoroso, da questo punto di vista, è proprio il caso dell’Italia, per il numero di basi militari presenti sul territorio nazionale). Bisogna, al contrario, guardare ad Oriente: verso la Russia, in quanto vicina geograficamente e ricca di risorse, dunque partner economico da privilegiare sopratutto nel campo energetico; alla Cina, in quanto promotrice di un modello alternativo e prossima dominatrice dell’economia globale.

Purtroppo, a quanto sembra, questa svolta non si avrà sotto il governo italiano di nuova formazione. Salutato con enfasi da tanti sedicenti uomini di sinistra, il governo giallo-verde ha già fatto sapere che non intende mettere in dubbio il Patto Atlantico (né tantomeno l’Unione Europea, ma questo è un altro discorso), ma anzi che è pronto a genuflettersi persino per quanto riguarda la sudditanza nei confronti di Israele: “Israele va difesa perché è il baluardo dell’Occidente in un mondo dove la democrazia, la libertà religiosa e i diritti umani sono sempre meno presenti”, ha dichiarato Guglielmo Picchi, consigliere di Matteo Salvini per la politica estera, in un’intervista rilasciata al sito Formiche.net.

Di questo passo, lo sprofondamento degli Stati Uniti rischia di trascinarsi dietro anche l’Italia e gli altri Paesi europei che continueranno a guardare dal lato sbagliato del pianeta. E, mentre un altro governo rimanda la svolta di campo, il tempo continua a stringere, ed il mondo diventa sempre più sinocentrico, relegando la vecchia Europa al ruolo di periferia globale.

di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam".

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