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Il mito del matriarcato felice

Postato il Gennaio 15, 2026 Yasmina Pani 0

Per leggere questo articolo ti servono: 8 minuti

Dopo aver parlato dell’influsso del patriarcato sulla violenza di genere, parliamo di matriarcato. Come sempre, il tema è vasto, dunque c’è molta letteratura in merito, anche composta da testi in contrasto tra di loro. Ci concentriamo qui più che altro sul ‘mito del matriarcato felice’, che sta diventando di moda ultimamente: compaiono sempre più spesso contenuti che spiegano che le società matriarcali sono prive di violenza e di disuguaglianza e caratterizzate dal sostegno e dalla collaborazione. Da questo si trae poi la conclusione che le donne siano più brave degli uomini a gestire la società perché lo fanno senza violenza.

Per prima cosa, chiariamo il concetto di matriarcato. Per lo più si dice che non è speculare al patriarcato perché non c’è un totale dominio della donna nella sfera pubblica: gli uomini spesso non sono esclusi ma hanno ruoli subalterni. Per questo si è parlato di società matrilineari, ma non è solo nella discendenza che le donne sono centrali. Altri quindi usano matriarcato cambiando il significato di arkhè, non come potere ma come principio, quindi la donna sarebbe il centro più che quella che detiene il potere.

Diciamo che questo viene fatto soprattutto per ribadire che quando governano le donne non c’è prepotenza, ma in realtà dipende dalle società, e comunque il patrimonio è gestito dalla donna e così le decisioni pubbliche. Bisogna poi vedere come intendiamo la prepotenza o la sopraffazione: una società in cui gli uomini lavorano la terra ma non amministrano i frutti di quel lavoro come la vedremmo se a lavorare fossero le donne e ad amministrare gli uomini? O una in cui non possono decidere chi sposare e sono subordinati all’autorità della moglie? Insomma, la verità è che una gerarchia c’è sempre e quindi per forza una forma di sopraffazione, che può essere violenta o meno.

Va premesso anche che, come è accaduto in molte discipline, una parte della letteratura etnografica e antropologica ha ignorato queste società o le ha derubricate, o insomma è partita da dei bias che hanno talvolta accecato gli studiosi. D’altro canto però la letteratura che ha iniziato a interessarsi di matriarcato e a studiarlo è quasi completamente di orientamento femminista e poco accurata anch’essa, sempre per i bias a monte. Quindi il lavoro da fare è leggere tutto e tirare le somme, ma non è facile proprio per questi due estremi che confondono le acque.

Intanto quali sono le società matriarcali, dove sono e quanto sono grandi? I libri che ne parlano danno numeri vari, a seconda di cosa facciano rientrare nella definzione: per esempio se contino solo società attestate con certezza oppure anche ipotesi riferite all’era glaciale – letteralmente! C’è un libro scritto da uno studioso tedesco, Richard Fester, che si intitola Sprache der Eiszeit (La lingua dell’era glaciale) in cui pretende di ricostruire 6 parole di un linguaggio pan-umano che secondo lui sarebbe esistito. Tra queste parole di base ce ne sono due che si riferiscono al femminile, mentre non ce ne sono riferite al maschile, al padre ecc. Queste parole di base poi sarebbero all’origine di centinaia di parole femminili, che sarebbero molte di più di quelle maschili. Questa sovrabbondanza linguistica indicherebbe, secondo Fester, un lungo periodo di predominanza femminile nella società e nei culti della preistoria. Ecco, in alcuni testi capitali sul matriarcato questa cosa viene presa come una fonte seria che dimostra che il matriarcato è stata la prima forma di società universalmente diffusa.

Riferendoci quindi solo alle società attestate, tra i vari testi di riferimento solitamente ne vengono analizzate una trentina, distribuite tra Africa, Asia, America e Oceania. Si tratta di società poco strutturate, prevalentemente agricole, composte da una popolazione ridotta e tendenzialmente autonome dal punto di vista economico e politico. Per questo sono spesso società in cui non esiste la proprietà privata. La madre del clan è il custode del patrimonio, quindi il raccolto viene consegnato nelle sue mani e lei lo amministra. La discendenza è appunto matrilineare, i maschi della famiglia hanno il ruolo di protettori, non di educatori o allevatori della prole, e uno di loro viene scelto come rappresentante nelle assemblee, dove porta le decisioni del clan.

Il clan famigliare vive nella casa della madre, quindi il marito è una sorta di outsider, che infatti non viene considerato parente dei figli; la sua lealtà va piuttosto alla famiglia della sorella, infatti fa diciamo da padre sociale ai nipoti, ma di nuovo non li educa. Ci sono alcune assemblee riservate solo agli uomini, ma che appunto vanno lì in qualità di referenti del clan. Alcune culture hanno anche un capo uomo, come i melaniesiani delle Isole Trobriand, che però non sovrasta l’autorità femminile.

Non c’è un esercito o una forza di polizia di qualche tipo, cosa normale vivendo in contesti chiusi; alcune società avevano comunque un sistema di difesa e una classe di combattenti, quando erano sottoposti a minacce esterne (in quei casi è difficile vivere da pacifisti). Per lo più a combattere erano i maschi (ma per es. in certi clan del Sud America anche le donne).

Quando le influenze esterne arrivano, alcune società matriarcali sono capaci di resistere o adeguarsi senza snaturarsi: per esempio i Newar in Nepal, dove si cerca di resistere alla cultura indù, tutelano le bambine sposandole da piccole a una divinità, di modo che di fatto siano salve e poi libere anche di divorziare. Questi per esempio sono un popolo grande, con diverse città nella valle di Katmandu; oltre all’agricoltura praticano l’artigianato, ma non hanno moneta e vivono isolati. In generale, se ci sono altre forme di sostentamento o di produzione oltre all’agricoltura sono lavori, pensate un po’, tipicamente femminili, come la tessitura, il ricamo. Lo scambio è basato sul baratto o in altri casi sul dono. Chiaramente sono società caratterizzate da culti religiosi che hanno al centro figure femminili.

C’è però una società matriarcale molto grossa diversa dalle altre, i Minangkabau di Sumatra, in Indonesia, considerata la società matriarcale più popolosa e meglio conosciuta al mondo, con una popolazione di circa sei milioni di persone. Hanno faticato parecchio per mantenere la loro specificità pur essendo sottoposti al governo indonesiano. Tuttavia, essendo stati in contatto col mondo esterno, hanno vissuto l’influenza dell’Islam che ora è molto diffuso, e hanno trovato una sorta di compromesso: per esempio, il padre ha un ruolo preciso nell’educazione dei figli, e viene inserita la possibilità della proprietà privata separata da quella del clan, che può essere lasciata dai padri ai figli maschi.

Da tutto questo sembra effettivamente che le società matriarcali siano più pacifiche ed equilibrate, mentre le società patriarcali sono tendenzialmente guerriere e creano dei sistemi di governo autoritari. Però attenzione: molte delle cose che si rimproverano al patriarcato ci sono anche, speculari, nel matriarcato. Se l’uomo non può possedere niente, tutto quello che produce lo dà alla donna, politicamente è solo l’esecutore delle decisioni femminili, non è il reale genitore dei propri figli e neanche di quelli della sorella che gli vengono affidati (ne è il protettore), in che modo la società è egualitaria? Questo non vale per tutti i matriarcati, certo; o meglio, la proprietà esclusiva femminile sì e anche le decisioni politiche. È che quando è la donna a non avere il potere parliamo di sopraffazione maschile, ma non a parti invertite.

Altra cosa che si obietta però è che manca l’elemento bellico nella maggioranza dei casi, in quasi tutte le società matriarcali. Vero. Attribuire questa cosa a una maggiore bontà delle donne è sbagliato, perché in realtà è attribuibile al fatto che queste società pericolo di invasione esterna non ne correvano; quando ne corrono, arriva la guerra, e per lo più a farla sono i maschi. È chiaro allora che quando la società si trova a rischio la classe guerriera tende a prendere il potere, e necessita di rendersi più forte e rigida, entrando in competizione con le altre. Spesso infatti è successo proprio questo, che la società matriarcale andasse bene finché l’equilibrio non veniva minato da agenti esterni e poi si sia trasformata per adeguarsi o sopravvivere allo sviluppo del mondo circostante.

Ma soprattutto la cosa da evidenziare è un’altra. Nel matriarcato è prevista molto spesso la violenza sugli uomini, anche ritualizzata: nelle società più arcaiche esistevano i sacrifici umani maschili, in altre il rapimento rituale con percosse come forma di corteggiamento. O, banalmente, nella faide tra clan erano gli uomini a venire ammazzati, mentre le donne rimanevano intoccabili. Perché questo? Perché di società senza violenza non ne esistono, e chi vi dice il contrario sta ovviamente raccontando balle. Del resto, anche enelle società patriarcali arcaiche, la vita di un uomo è caratterizzata dalla violenza a partire dai riti di passaggio, per lo più dolorosissimi.

Altra cosa che si evidenzia positivamente del matriarcato è che si basa sul dono, non è capitalista: ma per forza, se si rimane isolati! Lo stesso infatti è stato per società patriarcali come quelle aborigene dell’Australia, gli Inuit e tanti altri. Più il mondo è grande, più è complessa la gestione.

Detto questo, non si può negare che le società matriarcali offrano un modello più desiderabile e tendenzialmente meno violento rispetto a molte società patriarcali del passato e attuali. Però non possiamo passare sopra alla enorme differenze numerica. Perché la grande maggioranza delle società avvicendatesi nella storia è patriarcale? È un po’ debole sostenere che sia perché gli uomini sono cattivi e a un certo punto hanno imposto ovunque il modello della guerra e della violenza.

Spesso l’avvento del patriarcato viene descritto così, per lo più sulla base di fonti misere come testi mitologici e pochi reperti archeologici: c’è stata un’invasione esterna che ha distrutto il matriarcato. Ma i conti non tornano, non solo dal punto di vista numerico: dov’erano questi uomini patriarcali prima, da dove sono nati? La teoria è corretta e regge in alcuni casi, ma non sempre: ma chi è stato l’invasore degli invasori? È chiaro che la società patriarcale, per vari motivi, si è rivelata più stabile ed efficace alla prova del tempo, ed è chiaro che non sia stata un colpo di stato improvviso degli uomini che hanno sottratto il potere alle donne.

Quindi l’argomento è molto interessante, e sarebbe decisamente da studiare meglio; ma, un’ultima cosa: non è forse uno stereotipo di genere quello per cui la donna è buona e non violenta e ha a cuore gli altri?

Bibliografia

Bachofen, 1988, Il matriarcato, Einaudi.

Goettner-Abendroth, 2012, Matriarchal society. Studies on Indigenous Cultures Across the Globe, Peter Lang.

Reed, 1975, Woman’s Evolution: From Matriarchal Clan to Patriarchal Family, Pathfinder Press.

Sanday, Women at the Center: Life in a Modern Matriarchy, 2002, Cornell University Press.

Schneider, 1974, Matrilineal Kinship, University of California Press.

Autore

  • Yasmina Pani
    Yasmina Pani

    Linguista, insegnante e divulgatrice di materie umanistiche. Si è occupata a lungo di linguaggio inclusivo e si dedica in generale alla rettifica delle bufale in ambito linguistico e letterario. Tiene corsi di scrittura e di miglioramento delle competenze linguistiche, che affianca alla divulgazione sui canali social. Gestisce anche un progetto di divulgazione sulla parità di genere e i diritti maschili

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Pubblicato da

Yasmina Pani

Linguista, insegnante e divulgatrice di materie umanistiche. Si è occupata a lungo di linguaggio inclusivo e si dedica in generale alla rettifica delle bufale in ambito linguistico e letterario. Tiene corsi di scrittura e di miglioramento delle competenze linguistiche, che affianca alla divulgazione sui canali social. Gestisce anche un progetto di divulgazione sulla parità di genere e i diritti maschili

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