Il Trittico di Puccini Festival Pucciniano di Torre del Lago – di Marcello Lippi

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31/08/2018 Redazione Cultura 1765

Il trittico di Puccini al Festival Pucciniano di Torre del Lago recita del 25 agosto 2018

 

Non è mia abitudine recarmi a teatro all’ultima recita di una produzione anziché alla prima, ma impegni professionali mi hanno tenuto lontano dalla Toscana a lungo e sono rientrato appena in tempo per ascoltare questo Trittico del centenario nella sua ultima serata, conclusiva anche del 64° Festival Pucciniano. Devo dire che il clima dell’ultima recita è sempre particolare: una volta, quando le produzioni nei teatri duravano a lungo e le recite erano una decina, era la serata degli scherzi tra colleghi, un modo un po’ goliardico per salutare la fine di un lungo periodo di convivenza e collaborazione tra quei satelliti sempre in viaggio che sono i cantanti lirici. La serata del 25 agosto ha avuto due particolarità differenti: il fatto che le scenografie, causa una giornata di vento forte, erano incomplete ed il fatto che, come previsto dal planning, non ho potuto ascoltare Donata D’Annunzio Lombardi che è una delle suore Angeliche migliori che il mondo del teatro oggi abbia. In compenso di queste piccole mancanze c’erano novità interessanti tra cui qualche debutto nel cast.

L’orchestra del Festival Pucciniano ha eseguito le tre opere come meglio non le sarebbe stato possibile, sotto la guida del giovane maestro Jacopo Sipari da Pescasseroli, capace di esaltare le dinamiche, chiedendo spesso dei pianissimi affascinanti e non coprendo mai i cantanti, nemmeno nell’entrata degli ottoni nell’aria “Nulla silenzio”, che spesso nei teatri condanna il baritono di turno a trasformarsi in un pesce muto. Sipari da Pescasseroli sa trasmettere il suo entusiasmo, che so essere notevole; è appassionato a quello che fa e lo si vede, al di là del suo look da rockettaro che lo rende tanto simpatico e tanto normale. Non trasmette, nella sua gestualità precisa ed avvolgente, che umiltà e amore per la musica. Lo conobbi qualche anno fa in un Barbiere di Siviglia rossiniano; mi ha fatto piacere trovarlo ora in Puccini, capace di tradurre entrambi gli stili, così diversi, con la stessa vorace passione. Ottimo il suo controllo del palcoscenico: quando qualche cantante non è stato preciso, lo ha recuperato subito all’ensemble con maestria. Umiltà, capacità, passione: ci sono i presupposti per una carriera foriera di gioie per chi avrà la fortuna di ascoltarlo, soprattutto quando oserà di più, arrivando al fortissimo nei tratti in cui la folgorante dinamica pucciniana lo permette e richiede.

Bene, globalmente, la regia di Ferenc Anger, direttore artistico del teatro di Budapest, esperto di teatro e regista dalle tentazioni spesso moderniste. In questa occasione si è mantenuto su un piano abbastanza fedele, soprattutto nel Tabarro, non centrando invece pienamente suor Angelica, come diremo in seguito, e forzando un po’ la mano nel lato comico sul Gianni Schicchi.

Vediamo opera per opera.

Il tabarro è stato risolto ottimamente a livello registico , in modo tradizionale ed efficace: l’impianto, stabile (con modifiche) per tutta la serata, prevedeva due piani di azione ed ha permesso ad Anger di mettere in scena contemporaneamente due livelli di narrazione: quello principale in basso con l’imbarcazione di Michele ed uno in alto con un cabaret, dove trovavano posto le midinettes (perché vestite tutte uguali in rosso?), il venditore di canzonette, gli innamorati e coloro che passavano diretti all’imbarcadero. Funzionale e ben costruito, ha retto al pericolo della distrazione che assale sempre la regia qualora, attorno al fulcro drammatico e attoriale, operino comparse in movimento dalle quali l’occhio e l’attenzione dello spettatore possano essere distolti dall’azione principale. Ciò non è avvenuto: Anger mantiene in secondo piano d’importanza la parte superiore della scena, tranne nei pochi momenti in cui questa assume una centralità musicale. Unici particolari non condivisibili sono stati la presenza di un aspirante suicida con masso al collo su un pontile laterale e la scena finale nella quale Michele, dopo aver ucciso Luigi, con il cadavere a lato, si slaccia la camicia mostrando di voler consumare un atto sessuale con Giorgetta.

Il cast ha interpretato con alterno esito l’opera. Dominatrice assoluta la Giorgetta di Silvana Froli, cantante ormai giunta a vette ragguardevoli di perizia espressiva. La sua voce è bella e potente, il suo personaggio credibile ed efficace; si aggiungano il fraseggio morbido e l’ottima proiezione che le permette di essere sempre udita con estrema chiarezza, pur in una serata ventosa. Ha dismesso certi suoni presi un poco dal basso tipici dei suoi esordi in questo tipo di repertorio ed ha trovato ormai un’omogeneità di suono, che, unita all’estrema precisione musicale ed alla capacità attoriale, ne fa un’interprete del Tabarro tra le migliori del panorama lirico attuale.

Per reggere il confronto sonoro con la Froli ci sarebbero voluti colleghi dalla voce più prestante. Così non è stato. Estefan Florin ha interpretato Michele con la dovuta amarezza: il personaggio ne è scaturito chiaro, forte, ben adeguato attorialmente alla Giorgetta della Froli. Il fraseggio è stato valido, ben gestito, morbido, ma gli è mancato quel poco di colore bass-baritonale necessario per rendere le note gravi capaci di volare nell’ampio teatro all’aperto e quel poco di potenza nel colore scuro necessaria per reggere alla pari il duetto con Giorgetta. L’aria “Nulla silenzio” è stata la pagina migliore, insieme ad alcune frasi del duetto, quelle più accorate. Buon interprete, buon cantante. Ha ricevuto pochi dissensi, per me immotivati.

Lo stesso dicasi di Janco Sinadinovic, debuttante nella produzione. E’ stato il più contestato, ma l’unica cosa che si può dire in negativo è che non avesse il timbro giusto per interpretare Luigi. Così, sin dall’invettiva “Hai ben ragione”, è stato palese il malcontento del pubblico. Sinadinovic ha un difetto importante nella pronuncia e spalanca tutte le vocali, trascinandole spesso in modo sicuramente old fashioned, spinge un po’ gli acuti, ma li ha sicuri: nella sua prova non ci sono elementi che possano giustificare una contestazione. Fraseggia bene, s’impegna a fondo, è musicale ed attorialmente ben presente. Gli manca però il colore giusto del tenore verista: la sua voce è chiara, ulteriormente schiarita dal difetto su citato, ma non ci sono suoni a rischio o errori palesi, a parte il gravissimo “vuoto di scena” che ha provocato nel finale, non entrando in palcoscenico al momento dovuto e costringendo Michele a cantare “T’ho colto” nel vuoto, solo in scena, salvo arrivare poi trafelato a buttarsi nelle sue braccia con l’aria di dire “scusa se sono in ritardo”. Il pubblico ovviamente ha riso ed è un peccato in un’opera così tragica e bellissima. Dal punto di vista registico il suo personaggio avrebbe richiesto forse un po’ più di intervento a livello di trucco e parrucco: appariva più anziano di Michele, mentre la storia ci dice l’opposto.

Ottima la Frugola di Annunziata Vestri, solo un po’ troppo giovanile come aspetto. Voce ben impostata e proiettata, personaggio ottimamente disegnato, come pure il Talpa di Veio Torcigliani, voce potentissima che potrebbe essere presa in considerazione in futuro anche per il personaggio di Michele, ora che sa mantenere così validamente il timbro scuro, dando al personaggio del Talpa un rilievo da primo attore. Entrambi ottimi sulla scena.

Di lusso la schiera dei giovani comprimari, provenienti dall’Accademia, a partire dal Tinca di Luca Micheli, voce tra le più promettenti del panorama giovanile, e proseguendo con il sicuro ed affidabilissimo venditore di canzonette di Francesco Napoleoni e con i due amanti Alberto Petricca e Micaela Sarah D’Alessandro.

Per quanto riguarda Suor Angelica, l’impianto prevedeva sempre i due livelli con una scalinata centrale sulla quale campeggiava la fontana “d’oro”. Bella e funzionale la scenografia. Quest’opera è stata la più debole delle tre, soprattutto, credo, a causa della non sufficiente conoscenza, da parte del regista, del mondo conventuale cattolico. Impensabile infatti vedere nella vita reale delle suore che, in ritardo per la preghiera collettiva, salgano la scalinata alzandosi la veste fino a sopra il ginocchio scoprendo le gambe nude. Nei movimenti delle suorine, nel loro modo di incedere, nel loro modo di commentare gli avvenimenti, è mancato quel lavoro di approfondimento sul mondo monacale che invece Puccini aveva sviluppato in modo maniacale prima dell’“anteprima” che fece al pianoforte al convento di Vicopelago. Cosicché le protagoniste sono apparse purtroppo per quello che erano, cioè cantanti che interpretavano suore, e non sono divenute compiutamente credibili come religiose. Un errore grave è stato la scena dello spogliarello di Angelica prima del suicidio: la suora si è tolta il velo (dopo essersi liberata del crocifisso buttandolo via, gesto che una suora non farebbe mai, nemmeno in un momento di disperazione) e scopre una folta chioma. Chiunque sia minimamente pratico del mondo cattolico sa che, al momento dell’ordinazione, a tutte le suore vengono tagliati i capelli!

Lidia Lunetta debuttava nella produzione prendendo il posto della D’Annunzio Lombardi e sicuramente non deve essere stato facile, soprattutto se non si ha la voce appropriata per il ruolo. La sua prova è così risultata incolore, nonostante un timbro molto bello. L’emozione deve averla un poco condizionata, (lo si è visto dai molti fiati rubati) cosicché anche sul piano espressivo non ha dato gli accenti di commozione che il personaggio avrebbe richiesto, soprattutto nel duetto con la zia Principessa e nella scena del suicidio. Se non si sente profondamente nell’intimo lo strazio della morte del figlio, della propria colpa e condanna, del proprio dolore che porta all’annichilimento, e non lo si traduce in un atteggiamento corporeo che racconti, prima della voce, tutto questo, non si può cantare un personaggio così impegnativo: il corpo era invece quello di una cantante che cercava di rimanere calma e si muoveva pacatamente, mentre i gesti di Angelica avrebbero dovuto essere quelli di uno strazio insopportabile. L’artista è valida, il timbro è molto bello; aspettiamo di riascoltarla, in un ruolo più confacente.

Così la scena è stata dominata da una zia Principessa di altissima qualità, interpretata da Annunziata Vestri. Come in Tabarro, la Vestri non aveva dalla sua la fisicità ed in scena risultava molto giovane; ma con una vocalità prorompente e sicura ha disegnato una zia Principessa odiosa ed affascinante nello stesso tempo, con un fraseggio inappuntabile. Non mi è piaciuta l’idea registica di valorizzare questo suo essere affascinante sulla scena con un andamento da bellona in passerella, troppo distante dal bigottismo del personaggio.

Di ottimo livello il gruppo delle suorine, con eccellenza per la deliziosa suor Genoveffa di Micaela Sarah D’Alessandro, perfetta vocalmente e scenicamente, un raggio di sole nel convento, una religiosa gioiosa ed innocente con una vocalità perfettamente calata nel personaggio. Altrettanto valida la Zelatrice di Elena Kanakis, voce brunita e potente. Bene in particolare anche la conversa Alexandra Ivchenko, la suor infermiera di Chika Sasakawa e la maestra delle novizie di Donatella De Caro.

Dal punto di vista registico ho particolarmente apprezzato l’accenno di parlatorio (da sempre sacrificato per difficoltà sceniche), ottenuto anteponendo una grata a suor Angelica per il duetto con la Principessa e lasciando la Zia al di fuori. Efficace, ma poco sfruttato, perché Angelica si è appoggiata alla grata come una suora mai farebbe, come cioè se fosse l’inferriata di una prigione, e perché poi è rimasta in scena stabilmente davanti ad Angelica fino alla fine dell’opera, in modo assai ingombrante. Brutta la sottolineatura del “peccato” di suor Osmina: dalle maniche della giovane monaca cadono molti petali di rose, sottolineatura pleonastica ed inefficace.

La scena finale è risolta da Anger anziché con l’apparizione del bambino, con l’entrata di una moltitudine angelica (cosa che sarebbe stata forse da evitare per il coro maschile, previsto da Puccini in esterna, perché l’effetto di certi angioloni con ventre prominente da grandi bevitori di birra, esaltato dalla tunica bianca, non è stato propriamente “angelico”).

Sicuro in entrambe le opere il coro del Festival Puccini istruito da Roberto Ardigò e convincente quello di voci bianche guidato da Viviana Apicella.

Venendo al Gianni Schicchi, Anger ha deliberatamente sacrificato molto realismo a vantaggio di una comicità immediata che ha suscitato infatti risate aperte in platea. Buoso Donati rappresentato come un gigantesco orso di peluche, il testamento come un orsacchiotto dello stesso materiale, la scena del “lo dicono a Signa” pensata facendo parlare i personaggi ad un telefono rosso ed i molti inserti coreografici del tutto fuori epoca, spesso un po’ grevi, tutto ciò ha reso briosa e simpatica la visione dell’opera, che è stata la più apprezzata dal pubblico, nonostante le evidenti trasgressioni alle accurate didascalie inserite dal Sor Giacomo sulla partitura.

Bruno de Simone è un maestro d’interpretazione ed è efficacissimo sul piano vocale; le parole si capiscono perfettamente e non c’è un’intenzione che vada perduta, ma anzi ha valorizzato ogni sfumatura, da grande artista qual è. Gli acuti sono facili, la voce chiara e precisa, l’esperienza gli ha permesso di scivolar via le note gravi che non sono il suo forte e la sua prorompente attorialità gli ha garantito una grande presa sul pubblico sin dal suo primo apparire sulla scena.

Validissima la coppia di innamorati, Alessandro Fantoni ed Elisabetta Zizzo. Molto preciso il primo nel delineare un Rinuccio vocalmente sicurissimo, attorialmente giovane e simpatico. La voce trova colori interessanti ed un’emissione di assoluta professionalità in un ruolo tutt’altro che facile. Molto pastosa e calda la vocalità della Zizzo, una Lauretta più lirica del solito, deliziosa come personaggio. I momenti lirici tra i due innamorati sono tra le cose più riuscite musicalmente.

Vocalmente e scenicamente molto validi la Zita di Donatella De Caro ed il divertentissimo Betto di Alessandro Biagiotti. Due voci importanti e ben impiegate.

Bene tutti gli altri, Alberto Petricca Gherardo, Anna Paola Troiano Nella, Davide Mura Simone, Filippo Lunetta Marco, Anna Russo  La Ciesca, Andrea del Conte Spinelloccio, Alessandro Ceccarini Amantio, Massimo Schillaci Guccio, Andrea De Campo Pinellino.


 

MARCELLO LIPPI 

Autore e Critico Musicale per la Cultura di Young diretta da David Colantoni

Baritono. Nato a Genova, si è diplomato presso il conservatorio Paganini; e laureato presso l’istituto Braga di Teramo con il massimo dei voti. E’ anche laureato in lettere moderne presso l’Università degli studi di Genova. La sua carriera comincia nel 1988 con La notte di un nevrastenico e I due timidi di Nino Rota e subito debutta a Pesaro al Festival Rossini in La gazza ladra e La scala di seta. In seguito canta in Italia nei teatri dell’opera di Roma (Simon Boccanegra, La vedova allegra, Amica), Napoli (Carmina Burana), Genova (Le siège de Corinthe, Lucia di Lammermoor, Bohème, Carmen, Elisir d’amore, Simon Boccanegra, La vida breve, The prodigal son, Die Fledermaus, La fanciulla del west), Venezia (I Capuleti e i Montecchi), Palermo (Tosca, La vedova allegra, Orphée aux enfers, Cin-ci-là, Barbiere di Siviglia), Catania (Wienerblut, Der Schulmeister, das Land des Lächelns), Firenze (Il finanziere e il ciabattino, Pollicino), Milano ( Adelaide di Borgogna), Torino (The consul, Hamlet, Elisir d’amore), Verona (La vedova allegra), Piacenza (Don Giovanni), Modena (Elisir d’amore), Ravenna (Elisir d’amore), Savona (Medea, Il combattimento, Torvaldo e Dorliska), Fano (Madama Butterfly), Bari (Traviata, La Cecchina), Lecce (Werther, Tosca), Trieste (I Pagliacci, Der Zigeuner Baron, Die Fledermaus, Al cavallino bianco, La vedova allegra), Cagliari (Die Fledermaus- La vida breve), Rovigo (Werther, Mozart e Salieri, The tell-tale heart, Amica), Pisa (Il barbiere di Siviglia- La vedova allegra), Lucca (Il barbiere di Siviglia) eccetera. All’estero si è esibito a Bruxelles (La Calisto), Berlin Staatsoper (Madama Butterfly, La Calisto), Wien (La Calisto), Atene (Il barbiere di Siviglia- Madama Butterfly), Dublin (Nozze di Figaro, Capuleti e Montecchi),  Muenchen (Giulio Cesare in Egitto), Barcelona (La gazza ladra, La Calisto, Linda di Chamounix), Lyon (Nozze di Figaro, Calisto), Paris (Traviata, Nozze di Figaro), Dresden (Il re Teodoro in Venezia, Serse), Nice (Nozze di Figaro, The Tell-tale heart), Ludwigshafen (Il re Teodoro, Serse), Jerez de la Frontera (Nozze di Figaro), Granada (Nozze, Tosca), Montpellier (Calisto, Serse), Alicante (Traviata, Don Giovanni, Rigoletto, Bohème), Tel Aviv (Don Pasquale, Elisir d’amore, Traviata), Genève (Xerses, La purpura de la rosa), Festival Salzburg (La Calisto), Madrid (La purpura de la rosa, don Giovanni), Basel (Maria Stuarda), Toronto (Aida), Tokio (Traviata, Adriana Lecouvreur), Hong Kong (Traviata), Frankfurt (Madama Butterfly), Dubrovnik (Tosca), Cannes (Tosca), Ciudad de Mexico (La purpura de la rosa), Palma de Mallorca (Turandot e Fanciulla del west), Limoges (Tosca), Toulon (Linda di Chamounix) ed altre decine di teatri in differenti nazioni del mondo.
Dal 2004 al 2009 ha ricoperto l’incarico di Direttore Artistico e Sovrintendente del Teatro Sociale di Rovigo. Nel 2010 è stato direttore dell’Italian Opera Festival di Londra. Dal 2011 al 2016 è stato direttore artistico della Fondazione Teatro Verdi di Pisa.
Dal 2015 firma come regista importanti spettacoli operistici in tutto il mondo: ha appena terminato il Trittico di Puccini ad Osaka (Giappone), Cavalleria rusticana di Mascagni, Traviata di Verdi, Don Giovanni a Pafos, Tosca, Rigoletto e sarà presto impegnato in altre importanti produzioni estere ed italiane come Jolanta e Aleko. Ha firmato la regia anche di opere moderne come Salvo d’Acquisto al Verdi di Pisa e barocche come Il Flaminio con il Maggio Formazione di Firenze
Docente di canto lirico in conservatorio a La Spezia, Alessandria, Udine, Ferrara e ora a  Rovigo
Ha insegnato Management del Teatro all’Accademia del Teatro alla Scala di Milano.
Ha fatto Master Class in varie parti del mondo, per esempio Kiev (accademia Ciaikovski), Shangai, Chengdu, Osaka, San Pietroburgo, San Josè de Costarica ed in moltissime città italiane.
Musicologo, ha pubblicato molti saggi: Rigoletto, dramma rivoluzionario    2012; Alla presenza di quel Santo   2005 quattro edizioni e 2013; Era detto che io dovessi rimaner…   2006;  Da Santa a Pina, le grandi donne di Verga   2006 due edizioni; Puccini ha un bel libretto   2005 e 2013, A favore dello scherzo, fate grazia alla ragione   2006 e 2013; La favola della ”Cavalleria rusticana”   2005; Un verista poco convinto  2005; Dalla parte di don Pasquale  2005; Ti baciai prima di ucciderti    2006 e 2013;  Del mondo anima e vita è l’amor   2007 e 2014Vita gaia e terribile   2007; Genio e delitto sono proprio incompatibili?   2006 e 2012; Le ossessioni della Principessa  2008 e 2012; Dal Burlador de Sevilla al dissoluto punito: l’avventura di un immortale 2014; L’uomo di sabbia e il re delle operette    2014; Un grande tema con variazioni: il convitato di pietra  2015; E vo’ gridando pace e vo’ gridando amor        2015; Da Triboulet a Rigoletto   2011;  Editi da Teatro Sociale di Rovigo, Teatro Verdi di Padova, Teatro Comunale di Modena, Festival di Bassano del Grappa, Teatro Verdi di Pisa.
Ha pubblicato  “una gigantesca follia” Sguardi sul don Giovanni per la casa editrice ETS a cura di  da Alessandra Lischi, Maria Antonella Galanti e Cristiana Torti dell’Università di Pisa. Nel 2012 Ha edito un libro di poesie “Poesie 1996-2011” presso la casa editrice ABEdizioni. E’ nell’antologia di poeti contemporanei “Tempi moderni” edito da Libroitaliano World. E’ iscritto Siae ed autore delle versioni italiane del libretto delle opere: Rimskji-Korsakov  Mozart e Salieri; Telemann  Il maestro di scuola; Entrambe rappresentate al Teatro Sociale di Rovigo ed al teatro Verdi di Pisa. Dargomiskji Il convitato di pietra  rappresentata al teatro Verdi di Pisa

 

 

 

L'AUTORE
la Cultura di Young, diretta da David Colantoni.

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