In Tanzania per combattere l’HIV, l’impegno di Fabrizia

Gennaio 3, 2016
Rosa Anna Buonomo
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Foto di Francesco Marzoli, dal reportage 'Take the first'

Scatto di Francesco Marzoli, dal reportage ‘Take the first’

E’ massiccia l’epidemia di HIV in Tanzania, dove si concentra il 4% dell’infezione mondiale. Il St. Francis Referral Hospital è uno dei 9 ospedali di riferimento di tutto il Paese. Parte integrante della struttura, il Chronic Disease Clinic of Ikara, dove medici e pazienti combattono quotidianamente contro l’epidemia: si tratta, nello specifico, di una clinica per l’HIV con servizi integrati per la Tubercolosi, che si avvale del supporto dell’Ifakara Health Institute, eccellenza internazionale nella ricerca in medicina tropicale, e dello Swiss Tropical and Public Health Institute.
Circa un milione e mezzo di individui in Tanzania convive con l’infezione, i decessi annui sono 80mila e le nuove diagnosi sono numerose.

Una realtà vissuta da vicino la scorsa estate da un giovane medico pescarese, Fabrizia Del Greco, che ci ha raccontato la sua esperienza.

Classe 1983, di formazione umanistica, Fabrizia si è accostata allo studio della medicina dopo aver quasi completato un percorso di studi in Lettere Classiche. Ha maturato esperienze con l’organizzazione Project for People a Kolkata (India) e con Medici con l’Africa Cuamm in Tanzania. All’Ifakara Health Institute ha svolto il suo progetto per la tesi di laurea.

DIFFUSIONE DELL’EPIDEMIA NEL PAESE

In Tanzania l’epidemia di HIV interessa il 6% della popolazione adulta e per l’80% è attribuibile a trasmissione eterosessuale. La trasmissione materno-fetale riguarda il 18% delle infezioni, mentre l’1,8% dell’epidemia è dovuta alle trasfusioni di sangue infetto.
La quota di sieropositivi si aggira intorno al milione e mezzo di individui, con circa 150mila nuove diagnosi e 80mila decessi annui” spiega Fabrizia Del Greco. “Garantire la terapia antiretrovirale a vita per tutti questi pazienti sin dal momento della prima diagnosi è una scommessa non facile per le limitate risorse finanziarie del Paese, che ancora fanno grande affidamento su donazioni, fondi e aiuti esteri”.
I soggetti più a rischio sono le donne. Circa 690mila ragazze di età pari o superiore ai 15 anni sono sieropositive.

Nel 2011-2012 la prevalenza era di circa del 6,2%, comparata al 3,85% per gli uomini. Le donne tra i 23-24 anni risultavano avere una probabilità di aver contratto l’HIV pari al doppio rispetto ai loro coetanei maschi” precisa. “Le donne tendono a infettarsi precocemente poiché hanno frequentemente partner più anziani e si sposano più giovani. Inoltre, per una donna è molto difficile riuscire a ottenere un rapporto protetto, poiché le donne sono oggetto di discriminazione di genere. E’molto diffusa tra le giovani tanzane la consuetudine di avere partner sessuali molto più grandi, i cosiddetti ‘sugar daddies’, accettando le loro avances per questioni meramente economiche o anche per interessi di avanzamento sociale. Inoltre molte donne, circa il 35%, ha dichiarato di aver subito una qualche forma di violenza sessuale da parte del partner”.

LA TERAPIA ANTIRETROVIRALE

La terapia antiretrovirale, secondo quanto stabilito dalle linee guida NACP (National Aids Contro Program) è gratuita e, attualmente, è in funzione un sistema di controllo e distribuzione basato sul conteggio delle pillole.

Questo al fine di evitare che la mancata assunzione delle dosi, per dimenticanza o per scarsa aderenza alla terapia, possa ostacolare la buona risposta immunologica del paziente. La gestione dei farmaci antiretrovirali è una questione importante in un Paese in via di sviluppo, la carenza dei farmaci è molto comune ma al CDCI (Chronic Disease Clinic of Ikara) è stata migliorata dalle relazioni periodiche basate sul sistema elettronico della raccolta dei dati, permettendo di effettuare gli ordini dei farmaci con sufficiente anticipo. Il principale fattore limitante per il funzionamento ottimale della farmacia CDCI è la carenza del personale. Vi lavora attualmente solo un farmacista”.

Nonostante i numeri restino alti,  il miglioramento dell’accesso a questo tipo di trattamento ha contribuito a diminuire l’impatto dell’epidemia di HIV nel Paese. Tra il 2005 e il 2013 il numero di persone decedute a causa di una malattia AIDS-correlata è diminuito del 44%, mentre il numero totale di sieropositivi è calato “da una prevalenza globale del 7% nel 2003/04 al 5,1% nel 2011/12”. Variabile la diffusione dell’epidemia nel Paese, che nella regione Njombe tocca il 14,8%.

LA NASCITA DEL CENTRO E LE SUE ATTIVITA’

Il Chronic Disease Clinic of Ikara è attivo dal 2005 ed è stato costruito inizialmente a sostegno del programma di controllo nazionale dell’Aids (NACP).
“Le attività condotte al CDCI sono state progressivamente estese fino alla presa in carico di tutti i pazienti sieropositivi ambulatoriali e ricoverati al SFRH, compresi gli adulti e le donne in stato di gravidanza e non gravide, HIV-esposti e bambini affetti da Hiv. Inoltre, il centro comprende ora anche la clinica per la Tubercolosi del SFRH. Fin dalla sua fondazione, più di 8.000 pazienti sono stati reclutati nella coorte KIULARCO (Kilombero-Ulanga Antiretroviral Cohort), con più di 6.000 persone che hanno iniziato la terapia antiretrovirale”.

IL PERCORSO DI CURA

Ma come si accede alla terapia antiretrovirale? Il primo contatto con la struttura e il conseguente test per l’HIV dà inizio al percorso seguito dai pazienti. “Il paziente può arrivare al centro volontariamente, o sotto consiglio di un consulente, o essere testato in seguito a un ricovero ospedaliero dovuto ad altre ragioni. Una volta ottenuta la conferma della positività, viene registrato alla Reception, dove viene creato il suo file nel sistema Operativo MRS, e poi sottoposto ad esami”.
Il primo contatto tra il paziente e il medico che lo seguirà per il resto della sua vita è “una visita ‘baseline’. I medici hanno la responsabilità di raccogliere con precisione tutte le informazioni cliniche sul paziente, che arriva alla visita con un quadro completo di indagini preliminari, comprendente esami del sangue, conta delle cellule CD4+ (il principale indicatore della progressione della malattia), una radiografia al torace e tutti i parametri vitali, facilitando e velocizzando così il percorso diagnostico e la valutazione clinica. Vi è un ampio spettro di manifestazioni dell’HIV/AIDS e i medici hanno bisogno di essere quanto più precisi possibili nell’identificare i segali di deterioramento”. Dopo la prima visita, se il paziente è in possesso dei requisiti per l’inizio della terapia antiretrovirale, “viene inviato alle consulenti del CDCI, che per tre giorni educheranno e formeranno lui e il suo treatment supporter al fine di prepararli alla corretta gestione della terapia e della propria salute, oltre a insegnare loro norme igieniche e di buon comportamento sessuale. Dopo tre giorni il paziente tornerà dal medico che, una volta accertatosi della buona comprensione di ciò che gli è stato spiegato, gli prescriverà la terapia più appropriata. Le pillole sono contate per garantire la possibilità di monitoraggio della corretta assunzione della terapia”.

Sono 36 I membri permanenti del Chronic Disease Clinic of Ikara: 10 medici, 4 infermiere, 4 counselors, 4 infermiere ausiliarie, 1 farmacista, 2 statistici, 6 addetti alla gestione dei dati, 3 biologi, 1 tecnico di laboratorio e 1 ausiliario.

L’ESPERIENZA IN TANZANIA

L’esperienza di Fabrizia Del Greco all’Ifakara Health Institute ha avuto inizio lo scorso mese di luglio e si è conclusa a settembre. Ma il suo percorso è cominciato molto prima. “La mia relazione con la cooperazione allo sviluppo è iniziata nel 2007, quando, invece del solito Erasmus in una capitale europea dalla movida attraente, ho deciso di andare a Calcutta, a lavorare per una ONG (Project for People) che gestisce 6 ospedali in città e nei villaggi limitrofi. Dopo quella esperienza ne sono seguite altre. Dal West Bengal, qualche anno dopo, sono arrivata in Tanzania, dove ho preso parte al Wolisso Project del SISM (Segretariato Italiano Studenti di Medicina), lavorando nell’ospedale di Tosamaganga, all’interno di ‘Prima le mamme e i bambini’, progetto di CUAMM Medici per l’Africa per la tutela della salute materno fetale”. Di qui, la decisione di lavorare alla sua tesi di laurea in un Paese in via di sviluppo, coltivando il suo interesse “per malattie e tematiche pressoché dimenticate in Occidente”.
Un desiderio che si concretizza all’ISGlobal di Barcellona. “Qui ho avuto la fortuna di poter essere messa in contatto con il responsabile del CDCI, il dottor Emili Letang La lunga comunicazione che ne è seguita ha portato allo sviluppo di una bozza del progetto di tesi e, dopo pochi mesi, alla mia partenza”.
A Fabrizia viene chiesto di seguire le attività e i successivi passaggi “a cui vengono indirizzati i pazienti una volta arruolati bella gigantesca coorte KIULARCO, al fine di integrarmi il più rapidamente possibile nelle attività del centro, poiché da lì a pochi giorni avrei iniziato a visitare i pazienti da sola, affiancata solo da una traduttrice che mi avrebbe aiutata con il kiswahili”.
Sono numerosi i pazienti da visitare ogni giorno. “Nel mio periodo di rotazione mancavano alcuni medici, per cui ho avuto modo di lavorare davvero molto e di imparare altrettanto sui temi di medicina tropicale. Durante le ore libere mi dedicavo a sviluppare il mio progetto di ricerca, che consiste nella valutazione delle metodiche di screening della Tubercolosi nei pazienti che iniziano la terapia antiretrovirale, al fine di prevenire sempre più l’insorgenza della patologia dopo l’inizio della terapia, che in molti casi è violenta e può risultare fatale”.
La Tubercolosi è, infatti, “la più letale infezione opportunistica tra le persone affette da HIV. Il rischio di svilupparla tra le persone sieropositive è 20-37 volte superiore rispetto alle persone non infette da HIV. Anche se la terapia antiretrovirale riduce questo rischio, l’incidenza della Tubercolosi rimane più elevata nei pazienti con infezione da HIV, anche dopo la sua introduzione”.

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