L’epoca degli accattoni milionari e l’involuzione della società

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Una volta, il termine dispregiativo “accattone”, indicava il mendicante/senza tetto che chiedeva l’elemosina porgendo magari un cappello malconcio. Viveva di scarti, di rimasugli, di espedienti per mettere tra i denti un boccone. Altre volte il termine veniva utilizzato per prendere in giro l’amico un po’ spilorcio che cercava di scroccare il più possibile. C’è anche un celebre film di Pasolini, intitolato proprio “Accattone”, dove il protagonista Franco Citti recitava nel ruolo di un ladruncolo/parassita di borgata, perenne nullatenente che poi finiva per innamorarsi din una ragazza che aveva tentato di derubare.

Insomma: nelle sue varie declinazioni, l’accattonaggio era in primis roba da clochard, da persone che non possedevano nulla e che per questo, appunto, mendicavano briciole o rubacchiavano. Oggi, dopo qualche anno di involuzione antropologica, è nata e si è diffusa a macchia d’olio la nuova, deprimente ed odiosa categoria dell’accattone milionario, incarnato perfettamente da calciatori e rispettivi procuratori.

NESSUNA ETICA PROFESSIONALE

Qualche assist o goal in più, una stagione appena dignitosa con qualche guizzo d’eccellenza e zacchete: giù a valanga le richieste di adeguamento su contratti quadriennali firmati appena 6 mesi prima. Tant’è che oramai quando leggiamo: “Scarsinho ha firmato fino al 2020 per il Vergate sul Membro” sappiamo già che l’accordo siglato a gennaio 2016 potrebbe essere rivisto ad agosto dello stesso anno, dietro ricatto/minaccia dell’agente e del giocatore stesso, pronto a disertare gli allenamenti senza neppure avvertire la società ed il tecnico appena le sue pretese non verranno immediatamente soddisfatte. Giochi nel Bologna ed hai un contratto triennale da onorare, come dipendente? Se ti cerca un “Top Club” e la società non vuole cederti, ti basta appunto saltare gli allenamenti e aspettare che i giornali ne parlino. Il tuo datore di lavoro difficilmente avrà il coraggio di metterti in tribuna per un anno e magari stroncarti o comunque frenarti fortemente la carriera. Ti ha pagato un tot e vuole monetizzare il più possibile dalla tua cessione, quindi tenerti fermo ai box è anti-economico in primis per lui. Così, nella maggioranza dei casi, questi atteggiamenti considerati vergognosi e per nulla professionali in ogni altro settore commerciale dotato di un minimo di decoro, vengono tollerati e portano i viziati ed ingordi 20enni ed i loro procuratori ad averla vinta senza neppure una multa e, cosa ancor più grave e assurda, senza che i nuovi datori di lavoro si preoccupino di poter subire lo stesso ricatto l’anno seguente.

L’accattone milionario ha infatti più “fame” di un precario da 600 euro al mese, anche se si mette in tasca qualche milioncino netto l’anno e va giù di Lambo e Rolex da 8000 euro. Un neo-disoccupato o un mobbizzato/sfruttato possono rassegnarsi ed accettare la loro situazione agevolmente, ma un 22enne che incassa 2 milioni netti l’anno, sarà pronto a vendersi la madre per vedersi raddoppiare il compenso, trovando tra l’altro anche migliaia di menti disabitate pronte a giustificarlo intonando la consuete filastrocca (che confuteremo con dati e cifre più in basso) del “libero mercato” e dei presunti ritorni milionari che il calciatore strapagato garantirebbe alla sua squadra.

IL DEPRIMENTE “CASO-INSIGNE”: LO STATO DI ALIENAZIONE

Queste persone vivono in uno stato di alienazione perenne. Lo dimostra in maniera eclatante quanto deprimente il caso Lorenzo Insigne, che da qualche settimana attraverso i suoi procuratori ha fatto sapere al mondo che “il suo cuore è a Napoli, ma se non prende più soldi può andare via”. Ultimamente la bomba: “Vale come Higuain, ci sono grandi club che lo cercano”.

Nessuna parola espressa direttamente dal (non più tanto) giovane frattese, eterna promessa a volte compiuta ed altre volte deludente del nostro calcio. Parlano solo il gatto e la volpe che lo rappresentano, con sprezzo del ridicolo. Lo stato di alienazione e l’avidità sono così forti, da far perdere appunto ogni connessione con dignità, buon senso e realtà. Una frase come “Ha il cuore a Napoli ma vuole un aumento”, infatti, nessuna mente lucida e onesta avrebbe potuto partorirla, perché rappresenta in maniera cristallina un ossimoro tragicomico.

Un già milionario con il cuore napoletano, di sicuro non ricatta a mezzo agenti e stampa la squadra che sostiene di amare da sempre. Per seguire il cuore si fanno pazzie che portano alla rovina e all’autodistruzione, figuriamoci se si può rifiutare un contratto da 2,5 milioni netti + bonus (ergo 3 a stagione) perché se ne vuole uno da 5 e mezzo. Tutto il teatrino visto fino ad oggi, quindi, dimostra che in realtà sono molto più napoletani di Insigne i vari Hamsik e Mertens, giusto per citarne due.

E se prima dell’ultima sparata alcuni tifosi si erano comunque schierati con “Il Magnifico”, appoggiando la sua insistente richiesta d’adeguamento (l’attuale contratto gli assicura “solo” 1,1 milioni a stagione e ci rendiamo conto che nessuno al mondo vorrebbe giocare nella città e nella squadra del cuore per un cifra così misera), al momento risulta sul serio difficile trovare suoi sostenitori tra i supporters azzurri. Insigne si è dunque inimicato la città dove è nato e vissuto perché 3 milioni netti a stagione non erano abbastanza per seguire “il cuore” e, magari, dimostrare sul campo di valere ancora di più. Un procuratore che esclama le frasi riportate, in tutta evidenza, non ha il minimo rispetto per assistito, società, città e tifosi.

SERIE A: IL CAMPIONATO PIU’ INDEBITATO DEL MONDO?

Eppure è lì a rilasciare continue interviste, a trovare spazio sui giornali invece di essere totalmente ignorato. Una follia possibile solo in un mondo oramai incancrenito come la nostra serie A. E, a proposito del nostro campionato, andiamo a sfatare con numeri e dati di bilancio la bufala deficiente che vuole certe cifre da capogiro giustificate dai presunti ritorni certi e milionari, che sarebbero garantiti da questi tamarri tatuati e dai loro ingordi agenti.

Il mood è infatti sempre lo stesso: sarebbe “populista” indignarsi per stipendi e capricci dei calciatori di serie A, perché alla fine i loro compensi sarebbero sempre ampiamente ripagati con la vendita di magliette, abbonamenti, biglietti, diritti televisivi ecc. Insomma: investire paccate di milioni su giovincelli alla prima stagione positiva, sarebbe un affare che chiunque dovrebbe concludere con somma gioia e ad occhi chiusi.

Ma è sul serio così? A parte i soliti, roboanti esempi dei sempliciotti portatori di tale banalissima tesi; a parte i Messi, i Ronaldo, gli Higuain, i Cavani, i Pogba, gli Ibrahimovic ed i grandi club europei che hanno un settore merchandising stratosferico e sceicchi/imprenditori con fondi illimitati, è proprio vero che retribuire con 5 milioni di euro netti Insigne e 10 milioni di euro netti Icardi converrebbe ad ogni squadra del nostro campionato?

A quanto pare no. Anzi: nella maggioranza dei casi questi dispendiosi investimenti porterebbero le squadre della nostra massima serie al tracollo finanziario (ricordiamo i Berlusconi, i Moratti, i Sensi ecc). Il bilancio 2014/2015 infatti non è per nulla confortante. Citando da La Gazzetta, leggiamo infatti che si sono registrati “365 milioni di deficit nel 2014-15 (erano 220 l’anno prima), debiti in aumento da 100 milioni a 1,7 miliardi, fatturato stabile a 1,84 miliardi e costi in salita a 2,4 miliardi, 12 club su 19 in rosso e il Parma fallito”. Ed è così che, a suon di dirigenze sicuramente poco lungimiranti e molto poco organizzate rispetto alle altre big d’Europa, a suon di ingaggi stratosferici e trasferimenti a costi irragionevoli, il campionato di Serie A è passato dall’essere il più bello del mondo all’essere il più indebitato. E anche all’estero, in ogni caso, senza i petrodollari e le risorse illimitate di multimiliardari a capo di gruppi multinazionali, le cifre (folli) spese rappresenterebbero un rischio elevatissimo. Anche all’estero, comunque, si sta creando un gap crescente (e preoccupante) tra super-corazzate e squadre minori, con 5-6 grosse compagini a gestire tutto ed il resto a raccogliere le briciole.

IL MERCATO E’ PIU’ DROGATO CHE LIBERO

Com’era la favola del libero mercato perfetto che sa sempre come premiare i meritevoli e non strapaga mai professionisti del pallone sopravvalutati? I dati, non le opinioni, dicono che investire simili cifre in Italia è molto rischioso e poco intelligente. Soprattutto: è anti-economico. 

Lo stesso Napoli, come ho raccontato qui, che è la seconda forza del campionato ed è l’italiana posizionata meglio nel ranking Uefa dopo la Juve, per non aver centrato la qualificazione in Champions due stagioni fa, ha chiuso il bilancio 2015 con 13 milioni di euro di deficit. Certo il CDA dei De Laurentiis è famoso per la sua ingordigia ed è quello che guadagna di più in Serie A. Tuttavia, anche azzerando i compensi di chi gestisce la società (che non si capisce perché dovrebbe farlo gratis o per poco denaro), il rosso sarebbe rimasto piuttosto profondo. Di Milan ed Inter direi che è inutile parlare, dato che sono entrambe finite in mano a grossi gruppi cinesi, trovandosi ad un passo dal crack. La Roma anche ha un’esposizione debitoria abbastanza preoccupante. Le altre squadre hanno vincoli molto stretti e, come detto, in tutto 12 su 19 sono in rosso, a dimostrazione che spendere e spandere senza limiti non è mai una soluzione intelligente.

In altri termini, non c’è quasi nulla di equilibrato e sensato nel mondo italiano del pallone e spesso risulta anti-economico investire tante risorse finanziarie in talenti ancora acerbi ed ossessionati sempre più dal denaro e dalla bella vita e meno da ciò per cui sono strapagati: giocare a pallone. 

L’epoca dei milionari accattoni perfettamente incarnata dal calcio contemporaneo, dove straricchi sono disposti a perdere faccia e dignità dinanzi ad allenatori, compagni e tifosi pur di avere un po’ di superfluo in più, è però quanto mai percettibile in senso ben più ampio a livello sociale. Chi ha meno si accontenta di sempre meno, chi ha tutto vuole sempre di più. Chi ha difficoltà ad arrivare alla fine del mese, ringrazia se comunque possiede un lavoro, anche malpagato e deprimente. Chi guadagna cifre astronomiche, non ha senso del limite e viene appoggiato da orde di imbecilli che, convinti che l’unica alternativa sia il comunismo, sostiene che va bene così e non c’è nulla da cambiare/riformare nel sistema economico occidentale. 

Intanto, negli USA, che non ci sembra siano guidati da biechi comunisti, nelle leghe professionistiche esiste un tetto massimo agli ingaggi percepiti. Qui, al momento, non riusciamo neppure a mettere un tetto alle idiozie scritte dai giornali per racimolare qualche click e vendere qualche copia in più…

 

 

Germano Milite

Giornalista professionista. Partendo dalla televisione, ha poi lavorato come consulente in digital managment per aziende italiane ed internazionali. E' il fondatore e direttore di YOUng. Ama l'innovazione, la psicologia e la geopolitica. Detesta i figli di papà che giocano a fare gli startupper e i confusi che dicono di occuparsi di "marketing".

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