Svezia alle elezioni, in crescita i partiti anti-UE

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08/09/2018 Giulio Chinappi 1578

Domenica 9 settembre, i cittadini della Svezia saranno chiamati alle urne per le elezioni legislative, con le quali dovranno rinnovare la composizione del Riksdag, il parlamento unicamerale del Paese scandinavo. In concomitanza con le legislative, si terranno anche le elezioni regionali e comunali.

Tra le tematiche che hanno caratterizzato la campgna elettorale svedese, sicuramente le questioni riguardanti l’Unione Europea hanno occupato un posto di primo piano. Il Paese viene da un quadriennio nel quale il governo è stato guidato da Stefan Löfven, esponente del Partito Socialdemocratico dei Lavoratori di Svezia (Sveriges Socialdemokratiska Arbetareparti, SAP), che però ha dovuto faticare non poco per mantenere in auge il suo governo di minoranza con l’appoggio esterno di altri partiti. L’atteggiamento nei confronti dell’UE da parte delle varie forze politiche potrebbe essere questa volta decisivo per i risultati elettorali e la formazione del prossimo governo svedese.

I Socialdemocratici (Socialdemokraterna), come generalmente viene abbreviato il nome del partito di Löfven, tenteranno di confermarsi in qualità di prima forza del Paese, con lo stesso premier uscente candidato a mantenere la propria carica. Tuttavia, l’atteggiamento fortemente filoeuropeista della forza di centro-sinistra ne ha lentamente eroso il consenso, che, secondo i sondaggi, si attesterebbe sul 24-25%, contro il 31% ottenuto alle elezioni di quattro anni fa.

In teoria, i Socialdemocratici sono inseriti all’interno dell’alleanza Rosso-Verde (De rödgröna) con il Partito Ambientalista i Verdi (Miljöpartiet de Gröna, MP) ed il Partito della Sinistra (Vänsterpartiet, V). Tra queste forze, quella in maggior ascesa è proprio l’ultima, che potrebbe raddoppiare i propri consensi (al momento viene data al 10%). È indubbio, infatti, che il partito di Jonas Sjöstedt abbia goduto di un aumento di popolarità proprio da quando ha deciso di schierarsi in maniera sempre più netta contro l’Unione Europea, attirando su di sé l’ala sinistra del tradizionale elettorato socialdemocratico. Questa differenza di vedute potrebbe dunque mettere a repentaglio la solidità dell’alleanza Rosso-Verde, che sulla carta dovrebbe essere quella in grado di formare il prossimo governo.

Dall’altro lato, invece, abbiamo la coalizione di centro-destra Alleanza (Alliansen), guidata dal Partito Moderato (Moderata samlingspartiet, M) di Ulf Kristersson, l’altro principale candidato al timone del prossimo governo. Anche la forza liberal-conservatrice, tuttavia, è data in netto calo rispetto alle elezioni di quattro anni fa, a conferma della crisi dei partiti “tradizionali”, con la possibilità di perdere tra i cinque ed i sei punti percentuali (17-18%, secondo i sondaggi). All’interno dell’Alleanza troviamo anche il Partito di Centro (Centerpartiet, C), i Liberali (Liberalerna, L) ed i Democratici Cristiani (Kristdemokraterna, KD), tutti dati in leggera crescita, in particolare il Partito di Centro di Annie Lööf, che potrebbe guadagnare oltre due punti (8-9%).

La crescita più spettacolare, tuttavia, dovrebbe riguardare i Democratici Svedesi (Sverigedemokraterna, SD), forza nazionalista e conservatrice, fortemente impegnata sul fronte antieuropeista. Il partito di Jimmie Åkesson si è fatto promotore di un referendum popolare sulla Swexit, ovvero l’abbandono dell’Unione Europea da parte della Svezia, sulla scia di quanto accaduto con la Brexit del Regno Unito. Questa mossa ha fatto schizzare SD al 19-20%, mentre quattro anni fa era rimasta sotto in tredici punti percentuali.

Nel corso della campagna elettorale, Kristina Winberg e Peter Lundgren, due eurodeputati dei Democratici Svedesi, si sono così espressi sulla possibilità di un referendum per la Swexit: “SD vuole abbandonare l’Unione Europea attraverso un referendum che permetta agli svedesi di pronunciarsi sull’unione sovrastatale tale com’è ora, e non su quello che ci avevano venduto nel 1994”. Proprio in quell’anno, infatti, gli svedesi votarono per l’entrata nell’UE, anche se con margine ridotto (52.3% a favore, con l’83.3% di affluenza alle urne). Jimmie Åkesson, il leader di SD, ha ribadito: “L’Unione Europea è un’unione politica sovrastatale dove politici che non possiamo votare hanno maggior influenza sulla legislazione svedese di un deputato del parlamento svedese come me”.

In Svezia, dunque, ci troviamo in una situazione che ricorda quelle di molti altri Paesi europei negli ultimi anni: le due forze che siedono alle estremità opposte del parlamento, SD a destra e V a sinistra, condividono, seppur con motivazioni di partenza diametralmente opposte, il sentimento antieuropeista, e dunque potrebbero ritrovarsi momentaneamente alleate nel caso della promozione del referendum sulla Swexit. Al contrario, sono le forze moderate e “tradizionali” a difendere l’assetto vigente e la leviatanica istituzione sovranazionale.

Tornando ai partiti in corsa per le elezioni legislative svedesi, il quadro delle forze politiche è completato da Iniziativa Femminista (Feministiskt initiativ, FI), Partito Pirata (Piratpartiet), Alternativa per la Svezia (Alternativ för Sverige) ed il Movimento di Resistenza Nordica (Nordiska motståndsrörelsen, NMR), partito che agisce anche in Norvegia. Pur trattandosi di forze minori, va segnalato che Iniziativa Femminista ha eletto un europarlamentare nel 2014, mentre gli ultimi due sono partiti di estrema destra fortemente euroscettici, che comunque faranno fatica a raggiungere il punto percentuale.

Non ci resta ora che attendere i risultati per capire quale potrebbe essere il nuovo posizionamento della Svezia negli assetti politici europei. Certo è che il Paese scandinavo, come molti altri, sta vedendo un netto incremento dei consensi per il fronte antieuropeista, ed una conseguente perdita di elettorato da parte delle forze politiche “tradizionali”. La Svezia potrebbe dunque seguire l’esempio del Regno Unito, anche perché condivide con Londra e con la Danimarca il fatto di non aver mai adottato l’Euro, fattore che rende questi governi meno vincolati a Bruxelles e permette una via più semplice in caso di abbandono dell’UE.

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di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam".

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