I successi del socialismo di mercato in Asia: Vietnam, Cina, Laos

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03/04/2018 Giulio Chinappi 4218

È oramai passato oltre un quarto di secolo dalla fine della guerra fredda, quando il mondo era diviso tra il blocco capitalista e quello comunista. La disgregazione dell’Unione Sovietica, leader del secondo, ha portato alla fine di gran parte dei regimi che si ispiravano al marxismo-leninismo. Tuttavia, nel 2018, vi sono ancora cinque Paesi che mantengono le caratteristiche principali di quella forma di governo, ovvero un’economia prevalentemente centralizzata ed il partito unico, seppur con importanti differenze tra loro: Cuba, Corea del Nord, Cina, Vietnam e Laos. Questi ultimi tre, in particolare, hanno adottato la forma ibrida nota ai più come “socialismo di mercato“, ma più correttamente chiamata “economia di mercato ad orientamento socialista”, come si può ad esempio leggere nella Costituzione Vietnamita e nei documenti ufficiali del Partito Comunista del Vietnam (Đảng Cộng sản Việt Nam).

L’economia di mercato ad orientamento socialista è stata adottata per la prima volta dalla Repubblica Popolare Cinese nel 1982, quando, in occasione del XII Congresso del Partito Comunista Cinese, il leader Deng Xiaoping annunciò la decisione di “seguire il proprio percorso e costruire un Socialismo con caratteristiche cinesi“. Da sempre in un rapporto di amore ed odio con il vicino cinese, a causa della lunga dominazione passata e della disputa riguardante la sovranità su alcuni arcipelaghi del Mar Cinese Meridionale ed i confini delle acque territoriali, il Partito Comunista del Vietnam ne seguì le orme nel 1986, attraverso le riforme economiche note con il nome di Đổi Mới.

Lungi dal rappresentare un modello perfetto di socialismo, l’economia di mercato ad orientamento socialista cerca di conciliare nel miglior modo possibile il socialismo scientifico di marxiana memoria con la realtà tangibile del capitalismo imperante a livello globale. L’analisi macroeconomica di questi tre Paesi ci lascia pensare che questo sia al momento il regime economico di maggior successo, visto che, mentre i Paesi a “capitalismo avanzato” continuano a vivere una fase di stallo, i tre Paesi asiatici di cui sopra stanno vivendo un accelerato sviluppo economico.

Partiamo innanzi tutto dai dati riguardanti la crescita del PIL: la Cina (+6.9%) ed il Vietnam (+6.8%) sono oramai da diversi anni tra i Paesi che fanno registrare la crescita più importante (come si può osservare nel grafico in basso), ma ad impressionare è soprattutto il +6.9% battuto proprio in questi giorni riguardanti il piccolo Laos, Paese montagnoso e senza sbocco al mare, due caratteristiche che in genere condannano economicamente un qualsiasi Paese. Grazie al controllo del governo sui principali fattori economici ed alla cooperazione con i Paesi limitrofi (in particolare grazie all’ASEAN – l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico), il governo di Vientiane sembra al momento aver aggirato queste difficoltà.

A lungo, va detto, questi Paesi hanno basato la propria competitività sul basso livello dei salari. Oggi, però, la situazione non è più la stessa. La Cina, in particolare, sta facendo registrare aumenti spettacolari nel livello delle retribuzioni, tra il 5% ed il 27% secondo gli ultimi dati, in base al settore economico ed alle regioni interessate. Il governo di Pechino, infatti, ha capito che puntare esclusivamente sulle esportazioni non è più sufficiente, e sta cercando di aumentare il potere d’acquisto delle famiglie per stimolare il consumo interno. Considerando le principali città, gli abitanti di Shanghai, Pechino o Shenzhen possono vantare salari medi superiori o paragonabili a quelli di Paesi dell’Europa Orientale, come la Croazia e le repubbliche baltiche.

Un esempio simile viene dal Vietnam, dove oramai da anni il governo continua ad aumentare i salari di percentuali importanti. Per il 2018, ad esempio, è stato deciso un rialzo medio su base nazionale del 6.5% dei salari minimi, mentre l’inflazione è stata mantenuta sotto la soglia del 4%, come previsto da Hanoi, ma con un aumento inferiore al mezzo punto percentuale per i beni di prima necessità, in particolare quelli alimentari. In realtà, l’aumento sarà più importante proprio nelle zone più povere (6.9%), quelle che attualmente godono di salari più bassi, mentre sarà del 6.1% nelle aree urbane più sviluppate (le principali città, come Hanoi ed Ho Chi Minh City). Aumentando ogni anno i salari di una percentuale superiore rispetto a quella dell’inflazione, il governo vietnamita garantisce un lento ma graduale aumento del potere d’acquisto delle famiglie, assottigliando anche la diseguaglianza, senza dimenticare che il tasso di disoccupazione in Vietnam è appena superiore al 2% (in Laos è addirittura l’1.5%, mentre in Cina siamo sul 3.9%).

Proprio la diseguaglianza è un altro fattore da tenere in considerazione. Prendendo in analisi la misura della diseguaglianza più utilizzata, il coefficiente di Gini, il Vietnam fa registrare dati tali da competere con i Paesi occidentali. Secondo la Banca Mondiale, infatti, lo stato asiatico è accreditato di un 34.8%, praticamente lo stesso di Italia (34.7%) ed Australia (34.9%). Ancora molto alta è la diseguaglianza in Cina (42.2%), i cui dati non sono però troppo lontani da quelli dell’altra superpotenza economica mondiale, gli Stati Uniti (41.0%).

Un ultimo fattore che vogliamo sottolineare, è il controllo dei governi centrali sulla propria moneta nazionale, questione da tenere bene a mente nel momento in cui proprio i Paesi europei sono privati di questo importante strumento di politica economica. Negli ultimi anni, abbiamo più volte assistito alle cosiddette svalutazioni competitive dello Yuan da parte della Cina, ma anche il Vietnam ha fatto lo stesso con il Dong, seppur in forma minore.

In conclusione, crediamo che il socialismo di mercato rappresenti un modello economico da analizzare approfonditamente per svariate ragioni: innanzi tutto, questa è oggi l’unica alternativa che sembra poter tenere testa al modello capitalista a guida statunitense, adottato dalla maggior parte del mondo; in secondo luogo, l’analisi dei dati macroeconomici sembra indicare un trend decisamente favorevole a questi Paesi, tale da non poter essere più ignorato, soprattutto paragonandoli con quelli della stessa area geografica. Se la Cina è già una superpotenza economica globale, il Vietnam sta rapidamente scalando le gerarchie, e presto diventerà un cliente da non sottovalutare.

BIBLIOGRAFIA

BERGÈRE, M.-C. (2000), La Cina dal 1949 ai giorni nostri

CHOI, Y. S. (2011), The Evolution of “Socialism with Chinese Characteristics”: Its Elliptical Structure of Socialist Principles and China’s Realities

DOVERT, S. & B. DE TRÉGLODÉ (2004), Viêt Nam contemporain

XUANG, D. C. & A.-D. T. THI (2005), Transition et ouverture économique au Vietnam: une différenciation sectorielle

di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam".

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