Strage di San Bernardino: i dubbi restano

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11/12/2015 Attilio De Alberi 1153

Mentre Donald Trump le spara sempre più grosse sulla politica di prevenzione di atti terroristici negli USA e Obama continua a ripetere il suo mantra contro la vendita incontrollata di armi in un paese dove la NRA (National Rifle Association, la lobby delle armi, n.d.r.) continua a farla da padrona, le indagini sul massacro di San Bernardino continuano indefesse, in uno stato tuttora scosso da quello che viene visto come il 9/11 californiano.

In questo momento gli investigatori dell’FBI si stanno concentrando sul processo di radicalizzazione degli sposini pachistani autori dell’attacco, definiti da DAESH validi supporters e non soldati, e sulla eventuale esistenza di complici, se non altro per ciò che riguarda l’acquisizione dell’arsenale domestico a loro disposizione. Come nel caso della strage che colpì le Torri Gemelle 14 anni fa, rimangono tuttavia dubbi e contraddizioni che non hanno ancora trovato una chiara risposta.

Ne parla a Lettera 43 Jordan Elgrably, ebreo sefardita di origine franco-marocchina e direttore di The Markaz, Arts Center for the Greater Middle East, nato come Levantine Cultural Center, a Los Angeles, scrittore e giornalista devoto all’armonia interculturale, soprattutto tra arabi ed ebrei.

C’è qualcosa di marcio in Danimarca. Tutti i reportage dei media sono quasi identici e ci fanno capire che i giornalisti ottengono il grosso delle loro informazioni dalle autorità. Non perseguono le loro indagini, a parte qualche chiaccherata con un passante o con i parenti

Quindi cos’è che non torna nella presentazione ufficiale dei tragici fatti di San Bernardino?

Uno dei primi grandi misteri è capire cosa è successo alla terza persona che, a quanto pare, ha partecipato alla sparatoria nell’Inland Medical Center. “I primi reportage affermavano che furono tre persone con passamontagna a sparare”.
Infatti la testimone Sally Abdelmageed ha dichiarato alla CNN come anche alla CBS che i killer erano tre, bianchi di pelle, in tenuta militare nera e che avevano una corporatura atletica. Quest’ultimo dettaglio è in contrasto con le caratteristiche fisiche della pakistana Malik, che pesava meno di 50 chili.

Dov’è la prova che Syed e Tasfeen avessero acquistato 2 fucili AR-15 e 2000 colpi? – continua Elgrably – Negli Stati Uniti è facile comprare armi sì, ma bisogna comunque riempire un questionario ufficiale che non esiste. Dov’è poi la prova che uno dei due avesse comprato il materiale per costruire le pipe bomb o che avessero conoscenze sufficienti per farlo

Abbiamo tutti sentito che prima del massacro c’era stato un pesante diverbio tra Farook e un collega, ebreo messianico. Successive testimonianze dicono che in realtà i due avevano chiaccherato tranquillamente e che non c’era stata nessuna lite tra i due.

Perché una giovane madre lascerebbe un bambino di 6 mesi a casa per andare a uccidere un gruppo di estranei – si domanda Elgrably – La coppia aveva lasciato il frigorifero pieno, come se dovessero tornarsene tranquillamente a vivere la loro vita

E qui iniziano le domande sulla supposta radicalizzazione della coppia, della quale, a parte il famoso post su FB della Malik, sotto altro nome, non si hanno prove definitive. E’ interessante notare che dopo l’intervista esclusiva a La Stampa data dal padre di Malik, e riportata ampiamente dai media americani, lo stesso padre ha dichiarato ai media locali di non aver mai detto che il figlio era radicalmente anti-Israele. Intanto il fratello dello stesso Malik, che viveva non lontano dalla coppia, e che si è guadagnato due medaglie nella US Navy nella Guerra Globale al Terrorismo ha dichiarato che i due erano molto religiosi, sì, ma non radicali estremi.
A questo punto è lecito domandarsi: se quelli che sono stati descritti come i Bonnie & Clyde musulmani erano forse estranei ai fatti, chi ha compiuto la strage e perché? Elgrably, tendenzialmente non un complottista, e certamente non il solo a sollevare dei dubbi, ipotizza un coinvolgimento di forze ufficiali ma deviate interessate o ad alimentare l’islamofobia (espressa poi urbi et orbi dal candidato GOP Trump) o a contrastare l’opposizione di Obama all’acquisto indiscriminato di armi, che, perversamente, aumenta ogni volta che nell’eterno Far West USA c’è il massacro du jour.

In diverse occasioni sono state presentati dei disegni di legge nel Congresso per imporre dei controlli sull’acquisto di armi da parte di persone sospettate di potenziale terrorismo, e regolarmente i repubblicani li hanno bocciati – fa notare Elgrably – Non si permette a queste persone di viaggiare, però possono comprare armi. La NRA insieme all’AIPAC (la lobby israeliana n.d.r.) sono delle vere potenze negli USA

Elgrably, come giornalista, ha inviato una mail con i suoi dubbi ai colleghi del Los Angeles Times e del New York Times, senza aver ancora ottenuto risposta. Al tempo stesso, come Direttore del Centro Culturale Levantino di Los Angeles ha inviato il seguente suggerimento a due dei maggiori centri islamici nella regione:

Credo che se vi sentite professionalmente obbligati a offrire delle scuse per i supposti autori della strage, potrebbe valer la pena assumere dei vostri investigatori professionisti e condurre una vostra indagine indipendente per scoprire tutti i fatti.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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