Gli Stati Uniti dal libero scambio al protezionismo di Donald Trump

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06/07/2018 Giulio Chinappi 1379

Una metamorfosi di tale portata ed in così breve tempo da scatenare un vero terremoto negli equilibri commerciali mondiali: da quando ha varcato le soglie della Casa Bianca, Donald Trump ha apertamente abbandonato la Bibbia dogmatica del libero scambio, per decenni libro sacro intangibile degli Stati Uniti d’America, innalzando barriere protezionistiche dichiaratamente volte a danneggiare le merci provenienti dalla Cina, ma in realtà nocive anche per altri Paesi, come quelli dell’Unione Europa o il Giappone.

Politiche protezionistiche di questo tipo, sebbene non rappresentino una novità assoluta (lo stesso Giappone le ha applicate per anni), fanno invece decisamente scalpore se ad esserne i fautori sono gli Stati Uniti d’America, sia perché si tratta della prima economia mondiale, sia perché sono stati proprio gli USA a promuovere per decenni il libero scambio come bene assoluto, obbligando – di fatto – tanti altri Paesi a piegarsi al mantra del “Free Market“. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno promosso la creazione di aree di libero scambio regionali, come l’Unione Europea o il NAFTA (North American Free Trade Agreement, l’area di libero scambio nordamericana con Canada e Messico), ma sono stati anche i principali artefici dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC o WTO, World Trade Organization) e prima ancora del suo antenato, il GATT (General Agreement on Tariffs and Trade).

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Proprio il WTO è stato per anni lo strumento utilizzato per fare pressione sui Paesi che imponevano barriere doganali, ed il fine ultimo sembrava quello di creare un’unica enorme area di libero scambio globale. Non che questa ipotesi raccolga gli entusiasmi di chi scrive, ma la direzione sembrava dover essere proprio quella. Oggi, invece, questo meccanismo ha subito una brusca battuta d’arresto, tanto che alcune indiscrezioni trapelate da Washington affermano che Donald Trump, dopo aver fatto saltare – fortunatamente – il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership), sarebbe pronto ad abbandonare di punto in bianco il WTO, che a quel punto non potrebbe che fallire completamente.

Alle posizioni di Trump si aggiunge poi il fatto che l’elezione del presidente di sinistra Andrés Manuel López Obrador in Messico potrebbe lanciare una riscrittura (se non l’abbandono) del NAFTA, che potrebbe essere colto favorevolmente anche dallo stesso presidente statunitense. L’accordo di libero scambio ha infatti svantaggiato eccessivamente il Messico, ridotto a fornitore di manodopera a basso costo per le multinazionali nordamericane. AMLO, come viene soprannominato il presidente eletto del Messico, ha anche affermato che il Paese ha bisogno di differenziare le destinazioni delle proprie esportazioni, ora dirette per il 70% verso i partner nordamericani.

Il riassunto di tutto ciò è che oggi, dopo decenni di favole raccontate circa il fantastico mondo del libero mercato, proprio il Paese simbolo di questo modello economico ne ha dichiarato il fallimento. Come si spiega? Si tratta solo dell’ennesima follia del presidente più “pazzo” della storia degli Stati Uniti d’America, oppure ci sono delle ragioni precise?

A nostro modo di vedere, lo slittamento del paradigma economico si spiega con il ruolo che gli Stati Uniti avevano ed hanno nel contesto dell’economia globale. In un’economia mondiale a guida unica statunitense, quale è stata quella del ventennio che va dal crollo dell’Unione Sovietica al primo decennio del nuovo millennio, il libero scambio non poteva che avvantaggiare la superpotenza a stelle e strisce o – più precisamente – le sue multinazionali, in grado di fare il bello ed il cattivo tempo su tutto l’orbe terracqueo. L’emergere di nuove potenze commerciali, ed in particolare la minaccia della Cina che vuole sostituirsi agli USA come nuovo leader globale del settore, ha invece portato Washington a rivedere i propri piani e, come per magia, il libero scambio non è più un dogma intangibile.

Nulla di nuovo sotto il sole: queste dinamiche, infatti, si verificarono anche nel diciannovesimo secolo, quando il Paese che gestiva la maggioranza dei commerci globali era il Regno Unito. Il libero scambio, che poggiava le proprie basi teoriche sugli scritti di Adam Smith e degli altri economisti classici inglesi, fu promosso come bene assoluto quando le imbarcazioni di Sua Maestà avevano il controllo totale dei mari, ed i britannici potevano sfruttare il proprio impero coloniale per commerciare in tutti i continenti. Tuttavia, quando la rivoluzione industriale raggiunse anche altri Paesi, europei e nordamericani, il paradigma fu mutato e, cercando di passarle sotto silenzio, il governo britannico approvò alcune riforme che nulla avevano a che fare con i principi del libero scambio, ma piuttosto con la protezione delle proprie imprese più importanti.

A raccontare la vicenda è Friedrich Engels, nella prefazione alla traduzione inglese de “La condizione della classe operaia in Inghilterra”, dove l’autore tedesco spiega come il principio del libero mercato fu in realtà utilizzato non come un principio assoluto e neutrale, ma come un “aggiustamento delle politiche commerciali e finanziare in accordo con gli interessi dei capitalisti della manifattura”. Venendo inconsapevolmente a sostegno della nostra tesi, Engels esplicita anche che “la teoria del libero mercato si basava su un assunto: che l’Inghilterra fosse l’unico grande centro manifatturiero di un mondo agricolo. Ma la realtà è che questo assunto si è tradotto in una pura delusione”.

Non è un caso, dunque, che il Regno Unito e gli Stati Uniti, in epoche storiche diverse, abbiano promosso il libero scambio quando si trovavano in una posizione di dominio assoluto dei commerci globali, per poi rinnegare il proprio credo al modificarsi degli assetti globali, con l’emergere di nuove potenze concorrenti. Seguendo ancora l’analisi di Engels, si legge anche che “durante il periodo del monopolio industriale dell’Inghilterra, la classe lavoratrice inglese ha condiviso, almeno in parte, i benefici di questo monopolio […]. Con il crollo di questo monopolio, la classe lavoratrice inglese ha perso questa posizione privilegiata [rispetto alle classi lavoratrici degli altri Paesi, ndr]”. Una vicenda che, con i dovuti distinguo dei contesti storici, ricorda il sogno americano e la middle class Made in USA, che ha potuto beneficiare per un certo tempo del dominio a stelle e strisce su scala globale, ma che ora si ritrova pauperizzata.

In ultima battuta, vogliamo ricordare come il mantra del libero mercato sia stato, anche nel periodo di suo massimo splendore, poco più che uno specchietto per le allodole. I Paesi più ricchi, Stati Uniti ed Unione Europea in testa, lo hanno sempre sfruttato per fare concorrenza sleale nei confronti di quelli in via di sviluppo, attraverso una serie di sussidi pubblici a settori strategici, sia agricoli che industriali. Come ci ricorda Noam Chomsky, in fondo “il libero mercato è un sistema di finanziamento pubblico e profitto privato” le cui dottrine “vanno bene per gli uffici economici e per gli editoriali sui giornali, ma nell’ambiente degli affari o nel governo nessuno le prende sul serio”.

BIBLIOGRAFIA

CHOMSKY, Noam (1992), What Uncle Sam really wants?
ENGELS, Friedrich (1845), The Condition of the Working Class in England

di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam".

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