Recensire l’insurrezione [ Parte III]

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04/09/2015 Stefano Dorigo 841

Questa è la lettura critica di “A nos amis”, l’ultimo libro del gruppo francese che firma le sue opere col nome “Comitato Invisibile”: più che con un collettivo politico, un’area di pensiero che riflette, analizza – e talvolta pratica – il concetto di insurrezione. Un testo dell’antagonismo più duro, ma che in Francia è capace di finire tra i libri più venduti, al pari della loro opera precedente “L’insurrezione che viene”, uscita nel 2007 e che ha raccolto l’attenzione di politici e commentatori da tutto il mondo.

L’articolo riprende e analizza i capitoli più interessanti dell’opera, evidenziando gli aspetti di novità e rottura, ma non risparmiando di mettere in mostra anche le criticità e le debolezze di queste lucide analisi che stanno sempre più influenzando il dibattito in seno ai movimenti sociali globali. Cos’è oggi il potere? Quali sono le forme di resistenza? È ancora possibile oggi una Rivoluzione? Queste e molte altre le domande che suscita la lettura del libro: l’articolo, nei suoi limiti, prova a inserirsi nel solco di una discussione che si sente sempre più urgente.

Leggi la seconda parte

RECENSIRE L’INSURREZIONE #3
Cadute di stile e approssimazioni. (S)Conlusioni.

MENO INTERNET PIÙ CABERNET

È proprio in una elaborazione di una visione utopica comune che il libro mostra la sue crepe. Nel capitolo “Fuck Off Google”, la prima cosa su cui il Comitato inciampa è il suo rapporto con le reti digitali. Un certo negativismo di fondo traspare fin dalle prime righe, giustificato dal fatto che gli ormai noti indignados – forse la componente più cyberutopista dei movimenti degli ultimi anni – e feroci consiglieri dell’antiterrorismo americano possano condividere una medesima “fede nell’utopia di una cittadinanza connessa”. Non è un segreto che il governo americano sia tra le istituzioni più all’avanguardia per cercare di sfruttare a proprio vantaggio il fenomeno Internet. Fu perfino istituito il programma “Open Gouvernement”: “questo programma parte dalla constatazione che la funzione governamentale consiste ormai nel mettere in relazione i cittadini e nel mettergli a disposizione le informazioni conservate nella macchina burocratica. […]Nell’epoca delle reti governare significa garantire l’interconnessione di uomini, oggetti e macchine, così come la libera circolazione, cioè trasparente, cioè controllabile, dell’informazione prodotta in quel modo”.

Eppure, per quanti sforzi vengano fatti, per quanto alte possano essere le ambizioni di controllo, per quante leggi restrittive possano essere promulgate nei vari Stati o come addirittura questi cooperino tra di loro per sviluppare capillari reti di monitoraggio, si ha che fare con un sistema che presenta troppe falle per pensare veramente di controllarlo. Certo, il sistema relazionale su cui si poggia Facebook è ormai diventato il paradigma di cosa sia oggi una forma di governo, ma almeno – a differenza di molti altri gruppi antagonisti assai più catastrofici del Comitato – si riconosce negli strumenti del web determinati vantaggi. “Il fatto che dei rivoluzionari l’abbiano impiegato e continuino a farlo per ritrovarsi in massa nelle strade prova solo che è possibile, in determinati contesti, utilizzare Facebook contro se stesso, contro la sua vocazione essenzialmente poliziesca”.

Nonostante brevi concessioni di metodo, di fondo vi è una forte sfiducia verso uno strumento nato e sviluppato in ambienti militari (Internet venne creato per mantenere le comunicazioni in caso di attacco nucleare), e l’emozione arriva a evolversi in manifesta paranoia una volta che si tira in ballo Google. “Ciò che si cela, con Google, dietro un’innocente interfaccia e di un motore di ricerca di rara efficacia, è un progetto esplicitamente politico. Un’azienda che cartografa il pianeta Terra, sguinzagliando i suoi team in ognuna delle strade delle città del mondo, non può avere solo mire di carattere commerciale. Si cartografa soltanto ciò di cui ci si vuole impadronire. «Don’t be evil!»: lasciatevelo fare”.

Sebbene persone molto diverse possano arrivare ad usare i medesimi termini (“È piuttosto sconcertante constatare che, sia sotto le tende che ricoprivano Zuccotti Park, quanto negli uffici dei gabinetti strategici – cioè un po’ più in alto nel cielo di New York – si pensi la risposta al disastro negli stessi termini: connessione, rete, autorganizzazione”), questo non significa automaticamente che le parole che si usano possano avere per tutti il medesimo significato. Il tanto vituperato proletariato cognitivo ha scoperto sulla propria pelle quanto siano veramente egualitarie le nuove aziende tecnologiche e quanto il loro ambiente di lavoro sia tanto smart e cooperativo, quanto gerarchizzato e competitivo. E l’idea che il comitato si è fatto in merito alla cosiddetta smart people è quanto meno ideologica “Il soggetto occidentale razionale, cosciente dei propri interessi, aspirante al dominio del mondo e perciò stesso governabile, cede il posto alla concezione cibernetica di un essere senza interiorità, di un selfless self, di un Io senza Io, emergente, climatico, costituito dalla sua esteriorità, dalle sue relazioni”.

Carnefici di noi stessi.

Vi è la tendenza a creare una rappresentazione uniforme del potere e dei suoi uomini, senza cogliere la sua intrinseca complessità e frammentazione: che a ben vedere, strutturalmente non è poi così diverso da quello che potremmo essere “noi”. Anzi, vi è quasi la malizia a ritenersi qualcosa di diverso e separato dal potere, quando ognuno di noi – volente o nolente – è a tutti gli effetti un dispositivo di potere. Seppure micro. Dunque gli smart people sono “«dei ricettori e generatori di idee, servizi e soluzioni», come dice uno di loro. In questa visione la metropoli non diventa smart grazie alla decisione e all’azione di un governo centrale, ma emerge come un «ordine spontaneo», quando i suoi abitanti «trovano dei nuovi strumenti per fabbricare, collegare e dare senso ai propri dati».” Il che spiega bene come funziona il processo di gentrificazione di un quartiere, ma rimane sempre una forzatura vedere nella cibernetica un progetto politico di controllo mondiale.

Sostanzialmente il capitolo “Fuck Off Google” non è che una denuncia della cibernetica in quanto ideologia postmoderna. “Un ambiente il cui modello è la città intelligente. Intelligente perché, grazie ai suoi recettori, essa produce l’informazione il cui trattamento in tempo reale permette l’autogestione. E intelligente perché produce ed è prodotta da abitanti intelligenti. L’economia politica regnava sugli esseri umani lasciandoli liberi di perseguire il proprio interesse, la cibernetica invece li controlla lasciandoli liberi di comunicare.” Sfogliando le pagine ci si avventura in un mondo sempre più simile a quello di “minority report” (“Alcuni anni fa la polizia di Los Angeles si è dotata di un nuovo software, chiamato «Prepol». Esso calcola, a partire da una moltitudine di statistiche sul crimine, le probabilità che venga commesso questo o quel delitto, quartiere per quartiere, strada per strada”) dove l’inquietudine del mondo attuale si trasforma in manifesta paranoia, prospettando un mondo dove il 1984 orwelliano non era che una grezza e pallida imitazione: “I servizi di sicurezza iniziano a considerare quindi più credibile un profilo facebook che l’individuo che dovrebbe esservi dietro”.

Se questo fosse vero, sarebbe sufficiente intasare il social network di profili fasulli e guardare l’effetto che fa. Purtroppo la repressione non è così ingenua e continua a cercare riscontri nel reale per riuscire a incastrare i suoi nemici: gli unici capaci di una tale leggerezza sono certi giornalisti che, pur di finire un pezzo entro i tempi stabiliti, non si prendono nemmeno la briga di mettere su Google il nome del malcapitato di turno per scoprirne l’abbozzato passato. Sfugge poi l’attenzione relativa verso i social network: si ragiona come se si fosse ancora all’apice del loro successo, quando ormai pure il più ingenuo ed esibizionista dei suoi utenti ha cominciato a stare attento su quello che pubblica. Gli adolescenti di questi anni Dieci sono su Facebook perché ci stanno tutti, ma per interagire sono passati alle forme più evolute di messaggistica diretta, tra le quali Whatsapp non è nemmeno forse la più diffusa.

Sembra quasi che per il Comitato Invisibile il capitalismo sia una forza ideologica capace di ogni sotterfugio pur di mantenere il suo potere e i suoi privilegi. Ancora si sorprendono nel constatare che “Oggi il valore non si cerca né nelle nuove funzionalità di una merce e nemmeno nella sua desiderabilità o nel suo senso, ma nell’esperienza che offre al consumatore. E quindi, perché non offrire, a questo consumatore, l’esperienza ultima di passare dall’altro lato del processo di creazione? In questa prospettiva, gli hackerspace o i fablab diventano degli spazi dove possono realizzarsi i «progetti» dei «consumatori-innovatori» ed emergere «delle nuove piazze di mercato»”. Il capitalismo non è nientemeno che un rapporto di forze capaci di sussumere ogni cosa e di estrarre valore da ogni cosa, pure da ciò che all’apparenza può non avere valore alcuno o si oppone a ogni principio di valore monetario. Il capitalismo è la forza socio-economica più entusiasta del cambiamento e dagli attori del cambiamento trova nuova linfa per rinnovarsi e perdurare. Ciò che ieri era proibito oggi non sono diviene lecito, ma addirittura vivamente consigliabile e modello di uno stile di vita preferibile. Sarebbe forse la prima volta che un’azienda arrivi a sfruttare un immaginario insurrezionale per vendere qualche prodotto in più?

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IL BUCO NELL’ACQUA

Quello che avrebbe dovuto essere uno dei capitoli di punta dell’opera ultima del Comitato Invisibile (Omnia Sunt Communia), finisce con un paragrafo esortativo della “gioia armata”: “Se è restato un insegnamento dagli ultimi sollevamenti, a parte le tecniche di piazza e il ricorso ormai universale alla maschera a gas – simbolo di un’epoca divenuta definitivamente irrespirabile -, è un’iniziazione alla gioia che vale quanto un’intera educazione politica”. Adesso, venire a parlare di gioia dello scontro quale elemento federatore delle rivolte a chi è già militante è quantomeno puerile. Parlarne a un novizio è da paraculi. A tutti è ben nota l’adrenalina che sale in certi momenti e di come il testosterone arrivi ad annebbiarti euforicamente il cervello. È la scoperta dell’acqua calda.

È assodato che si scende in piazza perché “ce piace”, ma usare questa considerazione come argomentazione politica è piuttosto castrante. Sicuramente ne si ricava un grande appagamento emotivo – a 18 anni tutti si esaltano a coprirsi il viso e “fare brutto” – ma sarebbe cosa saggia cominciare a passare quanto prima alla presa di coscienza su come l’utilizzo di determinate pratiche sia unicamente contingente al contesto. Ci ricordiamo la critica al dualismo pacifismo/radicalismo?

Pare di capire che in questo capitolo il Comitato Invisibile ha mancato il bersaglio che si era dato. Si poteva davvero provare a fornire qualche direttiva pratica indiretta su cosa sia una comune, magari partendo dall’osservazione di esperienze reali, mentre invece si ha preferito limitarsi a una sfuggevole citazione che si evolve rapidamente in un’onirica riflessione fine a se stessa.

Comunalismo medievale, antiautoritarismo post-situazionista, accenni all’anarco-bolscevismo, evoluzioni alla Agamben sul diritto romano. E poi critica. Tanta critica verso chiunque abbia già tentato di elaborare una riflessione più strutturale del concetto di comune, in particolar modo verso il post-operaismo che tramite Negri e associati ha cercato di estendere “la nozione di comune alla totalità di quello che produce il capitalismo, arguendo che essa deriva in ultima istanza dalla cooperazione produttiva tra gli umani, ai quali non rimane che appropriarsene attraverso un’insolita «democrazia del comune»”. Oppure verso chi ha cercato di praticarlo il comune: “tuttavia una falegnameria o un’officina meccanica cooperativa saranno altrettanto penose del lavoro salariato se vengono pensate come un obbiettivo in se stesso, invece di essere concepite come mezzo di cui ci si dota in comune”.

Siamo davanti a quello che probabilmente il capitolo più “tiqquniano” del libro: non vi è certamente la pretesa di indicare qualsivoglia verità supposta, ma la gioia smantellatrice di ciò che la comune non dovrebbe essere non aiuta a fare grandi passi avanti verso ciò che la comune è.

Risulta tuttavia interessante l’intuizione che hanno quando si espone la necessità di superare i “bisogni” umani. “I bisogni sono quello attraverso cui l’economia ha gratificato l’uomo come prezzo del mondo di cui l’ha privato. Noi partiamo da questo, sarebbe vano negarlo. Ma se la comune prende in carico dei bisogni non lo fa per una preoccupazione economica d’autarchia, ma perché la dipendenza economica da questo mondo è un fattore politico non meno che esistenziale d’avvilimento continuo. La comune risponde ai bisogni per annientare in noi l’essere del bisogno. Il suo gesto elementare è, laddove viene accusata una mancanza, di dotarsi dei mezzi per farla scomparire ogni volta che si presenta”. Nell’insieme, un’esortazione à farla finita con un’economia di sussistenza creatrice di bisogni, per giungere a una politica efficace di reale condivisione del benessere e dei beni comuni. Di lusso.

IL POTERE DESTITUITO

Prima di avviare a conclusione questa modesta recensione è utile ritornare sul concetto di destituzione avanzato nel capitolo “Vogliono costringerci a governare, non cadremo in questa provocazione”. Siamo probabilmente nel cuore ontologico dell’opera ed è attorno a ciò che si sta sviluppando un animato dibattito, sebbene le righe che affrontano l’argomento siano più evocative che descrittive. “Destituire il potere significa privarlo della legittimità, condurlo ad assumere il suo carattere arbitrario, a rivelare la sua dimensione contingente. Significa mostrare che può reggere solo nella situazione, dispiegando stratagemmi e artifici – significa farne una configurazione passeggera delle cose che, come tante altre, deve combattere e mistificare per sopravvivere”.

Molti leggono in queste pagine il limite dell’analisi del Comitato. Cosa dovrebbe avvenire una volta che il potere è destituito? Come dovrebbe realizzarsi questo processo? Si passa forse per la fase di presa del potere?

Per comprendere al meglio la questione bisognerebbe adottare una visione antiautoritaria di rifiuto stesso della gestione del potere. Ci si può vedere in questo una concezione anarchica della lotta e della politica, sia come sia si può notare come questo processo consista nello svuotamento di senso dei dispostivi biopolitici (“Destituire il potere significa privarlo del suo fondamento”), spingendo per un’affermazione delle comuni che passa per una disintegrazione del sistema centralizzante e federatore del governo. Combattere gli uomini del potere e vivere come se non esistesse alcun potere (“Significa costringere la polizia a essere nient’altro che una gang e la giustizia un’associazione a delinquere”). Diffondere le esperienze di autonomia e autogestione: diffondere la comune, spostando ogni giorno l’orizzonte più in là. “Autonomia diffusa ovunque” è la parola d’ordine che circola sempre più spesso tra gli ambienti antagonisti.

Per molti rivoluzionari destituzione può facilmente associarsi alla presa del potere: comunque si intenda questo processo, così pensato è fuorviante. Sarebbe forse più corretto ripensare a come si è prodotta la caduta dell’Impero Romano, se proprio vogliamo dotarci di un paragone storico che, per quanto azzardato, può aiutarci a meglio comprendere la questione. Si immagini a un processo di progressivo sgretolamento del suo sistema di gestione e di controllo, unito a una sempre maggiore decadenza culturale e sociale: sempre più pezzi della macchina non rispondono più ai comandi. Ciò che in tempi diversi oggi si va a sostituire non è la barbarie feudale (sebbene il pericolo fascista sia sempre dietro l’angolo), quanto piuttosto la sinergia tra le esperienze biopolitiche metropolitane e le forme di resistenza per la vita delle comunità e individualità migranti.

È dalla potenza che scaturisce da questi incontri che oggi prende forma questo processo rivoluzionario già in atto e che già sta elaborando i primi embrioni di comune. Il Comitato Invisibile non si inventa nulla, ancora una volta. Vi è solamente la lungimiranza di trovare le parole per descrivere quanto sta già avvenendo.

Il futuro non è scritto, ma se vogliamo dimostrarci all’altezza della fase che si sta attraversando non si può fare altro che cominciare dalla produzione di un linguaggio comune che ci permetta di intrepretare a nostro vantaggio il presente. “Ai nostri amici” può essere interpretato in tal senso. Compagni, l’assemblea è aperta.

L'AUTORE
Dottorando in antropologia all'università Paris8, sotto la direzione di Alain Bertho (Les temps des emeutes, Bayard, 2009), nonché autore del romanzo A Riot Of My Own assieme a Pantaleo Elicio (www.ariotofmyown.net). Da sempre appassionato dei nuovi fenomeni sociali urbani e insorgenti, convinto assertore della partecipazione diretta e dell'approfondimento filosofico: per avere una visione a 360 della complessità degli eventi. Dopo aver passato i suoi vent'anni a fare il girovago su e giù tra Francia e Italia, attualmente vive a Parigi, lavorando nella ristorazione per finanziarsi gli studi. Saltuariamente il reporter.

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