Recensire l’insurrezione [ Parte II]

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04/09/2015 Stefano Dorigo 784

Questa è la lettura critica di “A nos amis”, l’ultimo libro del gruppo francese che firma le sue opere col nome “Comitato Invisibile”: più che con un collettivo politico, un’area di pensiero che riflette, analizza – e talvolta pratica – il concetto di insurrezione. Un testo dell’antagonismo più duro, ma che in Francia è capace di finire tra i libri più venduti, al pari della loro opera precedente “L’insurrezione che viene”, uscita nel 2007 e che ha raccolto l’attenzione di politici e commentatori da tutto il mondo.

L’articolo riprende e analizza i capitoli più interessanti dell’opera, evidenziando gli aspetti di novità e rottura, ma non risparmiando di mettere in mostra anche le criticità e le debolezze di queste lucide analisi che stanno sempre più influenzando il dibattito in seno ai movimenti sociali globali. Cos’è oggi il potere? Quali sono le forme di resistenza? È ancora possibile oggi una Rivoluzione? Queste e molte altre le domande che suscita la lettura del libro: l’articolo, nei suoi limiti, prova a inserirsi nel solco di una discussione che si sente sempre più urgente.

Leggi la prima parte

RECENSIRE L’INSURREZIONE #2
La lunga marcia di una nuova potenza

NON C’È NESSUN POTERE DA PRENDERE

Uno dei capitoli di maggior interesse dell’opera di “Ai nostri amici” è quello riguardante la governance dall’eloquente titolo “Vogliono costringerci a governare. Non cadremo in questa provocazione”.

Si parte da una domanda molto chiara e apparentemente banale: cosa domandano le varie insurrezioni e i movimenti di protesta che sono apparsi e continuano ad apparire? Sono rivolte anonime: “senza leader, senza organizzazione, senza rivendicazione, senza programma. Le parole d’ordine, quando ci sono, sembrano esaurirsi bruscamente nella negazione dell’ordine esistente: «Vattene!», «Il popolo vuole la caduta del sistema!», «Ce ne fottiamo!», «Tayyip, winter is coming».” Eppure, nonostante l’apparente nichilismo, l’esigenza più forte che emerge è quella riguardante una migliore qualità della vita. Del buen vivir: questa è l’affermazione politica principale de movimenti contro l’austerity o delle varie istanze di protesta.

In Occidente, in modo particolare in Europa, si sta sempre di più diffondendo una certa visione protestante del concetto di felicità, basata su una vita austera: “essere lavoratore, economo, sobrio, onesto, diligente, moderato, modesto, discreto […] Quello che andrebbe contrapposto ai piani di austerità è allora un’altra idea della vita, che consiste, per esempio, nel condividere più che nell’economizzare, nel conversare piuttosto che nel non proferir parola, nel battersi e non nel subire, nel celebrare le nostre vittorie invece di evitarle, nell’entrare in contatto piuttosto che nell’essere riservati.”

Il problema è che allo stato attuale, le uniche forze “politiche” che sono all’opera per l’elaborazione di una diversa visione etica della vita come sfida politica sono i jihadisti e i fascisti. Va ammesso che “la forza degli islamisti risiede proprio nel fatto che la loro ideologia politica si presenta innanzitutto come un sistema di prescrizioni etiche. Detto altrimenti, se loro riescono meglio degli altri politici è perché non si pongono centralmente sul terreno della politica. Si potrà allora finirla di piagnucolare o di gridare al lupo ogni volta che un adolescente sincero preferisce raggiungere i ranghi degli «jihadisti» piuttosto che la coorte suicidaria dei salariati del terziario.” La ricorrenza della lotta alla corruzione tra i vari fenomeni insorgenti attesta quanto questi siano etici, prima di essere politici e “fino a quando essere di sinistra significherà negare l’esistenza di verità etiche e sostituire a questa mutilazione una morale, tanto debole quanto opportunista, i fascisti potranno continuare a passare per l’unica forza politica affermativa, essendo i soli a non scusarsi di vivere come vivono. Passeranno di successo in successo e continueranno a ritorcere contro se stessa l’energia delle rivolte nascenti.”

Ogni contesto elabora poi le sue specifiche rivendicazioni, ciò non toglie che il contenuto autentico delle rivolte in atto sia il semplice disgusto per la vita che ci fanno vivere: “il disgusto per una vita in cui siamo tutti soli, soli di fronte alla necessità di ciascuno di guadagnare la propria vita, di trovare il proprio alloggio, di nutrirsi, di svilupparsi o di curarsi […] Quello che è in gioco nelle insurrezioni contemporanee è la domanda di sapere che cos’è una forma desiderabile della vita, e non la natura delle istituzioni che la dominano.”

I processi insurrezionali hanno ben poco di democratico e poche cose sono meno democratiche di un’assemblea: “l’assemblea è il luogo in cui si è costretti ad ascoltare delle stronzate senza potervi replicare, esattamente come davanti alla televisione; inoltre è il luogo di una teatralità estenuante e altrettanto menzognera, in quanto mima la sincerità, l’abbattimento o l’entusiasmo.” Questo non significa necessariamente rinunciare del tutto a uno strumento che può tornare utile, va semplicemente evitato di mitizzarlo e riconoscerne i limiti: “bisogna solo essere consapevoli che da un’assemblea può uscire solo ciò che vi è già contenuto”. “Ciò che un’assemblea attualizza è semplicemente il livello di condivisione esistente” e “l’unica cosa che qualsiasi assemblea può produrre, se ci si prova, è un linguaggio comune”.

La reale vittoria politica che finora emerge dalle insurrezioni non sono quindi i suoi processi assembleari, ma i dispositivi che si che è capaci di attuare per abitare una piazza: “la capacità di autorganizzazione quotidiana che vi si dispiegava e che in certi casi ha permesso di sfamare 3000 persone per ogni pasto, di costruire un villaggio in pochi giorni o di prendersi cura dei rivoltosi feriti, suggella forse la vera vittoria politica del «movimento delle piazze»”.

Non si tratta quindi di trovare nuovi dispositivi democratici capaci di meglio governarci, ma semplicemente e umanamente di prestarsi attenzione. “Solo un dispiegamento onnilaterale dell’attenzione – attenzione non solo a ciò che è detto, ma soprattutto a ciò che non lo è, attenzione alla maniera in cui le cose sono dette, a quello che si legge sui volti e nei silenzi – può liberarci dall’affezione per le procedure democratiche. Si tratta di sommergere il vuoto mantenuto dalla democrazia tra gli atomi individuali con un pieno di attenzione reciproca, con un’attenzione inedita per il mondo comune”.

D’altronde chi non ci presta più attenzione di chi ci governa? Governare “significa guidare le condotte di una popolazione, di una molteplicità sulla quale bisogna vegliare come un pastore sul suo gregge, in modo da massimizzarne il potenziale e orientarne la libertà. Significa quindi tener conto dei suoi desideri, modellare i suoi modi di fare e di pensare, le sue abitudini, i suoi timori, le sue disposizioni, il suo ambiente. Vuol dire dispiegare un insieme di tattiche: tattiche discorsive, poliziesche, materiali, facendo grande attenzione alle emozioni popolari, alle loro misteriose oscillazioni; significa agire a partire da una sensibilità costante alla congiuntura affettiva e politica in modo da prevenire la rivolta e la sovversione. Agire sull’ambiente e modificarne continuamente le variabili, agire sugli uni per influenzare la condotta degli altri, per mantenere il dominio sul gregge. Significa, insomma, condurre una guerra senza che ne abbia il nome e l’apparenza su quasi tutti i piani dell’esistenza umana. Una guerra d’influenza, sottile, psicologica, indiretta”.

Do you remember revolution?

Caratteristica storica delle rivoluzioni è che esse falliscono. Per un motivo o un altro sono portate a tradire le premesse per cui sono nate. Degenerano, si deformano e fagocitano i propri figli. Perché? “Spesso pensiamo ancora la rivoluzione come una dialettica tra il costituente e il costituito”, quando in realtà l’origine del potere non risiede in nient’altro che nei rapporti di forza. Quello che il Comitato Invisibile propone è di destituire il potere, di privarlo delle sue fondamenta della sua legittimità: “significa costringere la polizia a essere nient’altro che una gang e la giustizia un’associazione a delinquere. Nell’insurrezione, il potere in carica è solo una forza tra le altre su un piano di lotta comune, non è più questa meta-forza che regge, ordina o condanna tutte le potenze. Tutte le carogne hanno un indirizzo. Destituire il potere, significa riportarlo sulla terra.”

Le rivoluzioni falliscono inoltre perché hanno la pretesa di instaurare una nuova legittimità di governo: “per rendere la destituzione irreversibile, dobbiamo cominciare dunque col rinunciare alla nostra legittimità. Bisogna abbandonare l’idea che si fa la rivoluzione in nome di qualcosa, che esisterebbe un’entità essenzialmente giusta e innocente che le forze rivoluzionarie avrebbero il compito di rappresentare. Non si riporta il potere sulla terra per innalzare se stessi al di sopra dei cieli”.

L’idea che gli uomini devono essere governati è un’illusione occidentale. Il potere ha la forza di esercitarsi in quanto si ritiene che questo colmi un “vuoto”. Non c’è nessuno vuoto da colmare, ma solo spazi da abitare: così come le piazze occupate delle capitali mondiali. “La questione non è di formare il vuoto dal quale riusciremo finalmente a riprendere quanto ci sfugge, ma di imparare ad abitare meglio ciò che è qui, il che implica riuscire a percepirlo – e questo non ha nulla di evidente per i miopi figli della democrazia. Percepire un mondo popolato non da cose ma da forze, non da soggetti ma da potenze, non da corpi ma da legami. È grazie alla loro pienezza che le forme di vita compiono la destituzione. Qui la sottrazione è affermazione e l’affermazione fa parte dell’attacco”.

IL SAPERE È RIVOLUZIONARIO

Non ci sarà più nessun potere da conquistare, ma permangono tuttavia biopoteri da abbattere e destituire. Se “i parlamenti, i palazzi presidenziali e altre sedi istituzionali” sono edifici “vuoti di potere e ammobiliati con cattivo gusto”, sebbene “tutte le carogne hanno un indirizzo” e si stratta di destituire piuttosto che di costituire nuove poteri: nel concreto dove si trova oggi il potere? “Il potere risiede ormai nelle infrastrutture di questo mondo. Il potere contemporaneo è di natura architettonica e impersonale e non rappresentativa e personale”. Questo è quanto si cerca di analizzare nel capitolo “Il potere è logistico. Blocchiamo tutto!”.

Si prenda ad esempio alle banconote dell’euro, dato che “la moneta non è uno strumento economico, ma una realtà essenzialmente politica.” Cosa vi si trova raffigurato sopra? “Non delle figure umane, né le insegne di una sovranità personale, bensì dei ponti, degli acquedotti, degli archi – delle architetture impersonali il cui cuore è vuoto”.

Da anni si va in giro a reclamare la crisi della rappresentanza politica, eppure i politici stessi sono i primi a esserne coscienti e a non fare nulla per porre rimedio a questo “problema”: “i politici non sono lì per questo, sono lì per distrarci, poiché il potere è altrove”. D’altronde non c’è più nemmeno bisogno di loro affinché la governance prosegua nel suo compito dirigenziale: “il «vuoto di potere» durato più di un anno in Belgio lo attesta inequivocabilmente: il paese ha potuto fare a meno del governo, dei rappresentanti eletti, del parlamento, del dibattito politico, delle elezioni, senza che niente del suo normale funzionamento ne venisse intaccato”.

Ormai il potere è l’ordine stesso delle cose e la polizia incaricata di difenderlo”: cercare di violare il normale funzionamento degli apparati – anche con una banalissima interruzione di un servizio pubblico – equivale ormai a commettere un gravissimo reato di attentato all’ordine democratico e alla sua costituzione. Ed ogni cosa rientra ormai negli apparati di funzionamento della governance, soprattutto il tanto caro “ambiente”: “Tutti i proclami ipocriti sul carattere sacro dell’«ambiente», tutte le sante crociate per la sua difesa, si chiariscono solo alla luce di questa novità: il potere è divenuto esso stesso ambientale, si è fuso nel mobilio urbano. È questo che si invoca a difendere negli appelli ufficiali alla «preservazione dell’ambiente», non certo i pesciolini”. Le insurrezioni attuali sono consce di questo funzionamento e “il ricorso indiscriminato alla devastazione nelle rivolte urbane esprime allo stesso tempo la coscienza di questo stato di cose e una relativa impotenza di fronte a esso”.

L’essere umano è l’unica specie che paga per stare al mondo. Viviamo in grandi città organizzate al dettaglio per soddisfare ogni minimo bisogno: “il quartiere degli uffici, la zona industriale, il quartiere residenziale, gli spazi ricreativi, il quartieri di tendenza dove divertirsi, il posto dove si mangia, quello dove si lavora, quelli dove si rimorchia e l’auto o il bus per collegarli, sono il risultato d’un lavoro di messa in forma della vita che equivale alla devastazione di ogni forma di vita”. Dovremmo essere tutti felici ed appagati per questo, quando in realtà il risultato è ben altro: “deserto e anemia esistenziale”. L’insurrezione permette di spezzare questo dispositivo e ritornare finalmente verso un percorso di conquista della felicità: dalla città organizzata “proviene, al contrario, la gioia palpabile che debordava dalle piazze occupate di Puerta del Sol, di Tahrir, di Gezi o l’attrattiva esercitata dall’occupazione dei terreni a Notre-Dame-des-Landes […] Improvvisamente la vita cessa di essere tagliata in tronconi riconnessi tra loro. Dormire, battersi, mangiare, curarsi, fare festa, cospirare, discutere, scaturiscono da un unico movimento. Niente è organizzato, tutto si organizza. La differenza è notevole. L’una richiede la gestione, l’altra l’attenzione – disposizioni altamente incompatibili.

Come dimostrano le varie esperienze insorgenti susseguitesi negli ultimi anni, l’inziale occupazione di una delle piazze principali evolveva naturalmente in un percorso di blocco delle arterie principali delle città: “Il fatto che uno dei primi riflessi di Occupy Wall Street sia stato quello di andare a bloccare il ponte di Brooklyn o il fatto che la Comune di Oakland abbia cercato, in migliaia, di paralizzare il porto della città durante lo sciopero generale del 12 dicembre 2011, testimoniano del legame intuitivo tra autorganizzazione e blocco”. Bloccare i flussi di circolazione significa interrompere la circolazione della ricchezza e inceppare quindi i meccanismi di governo: “Bloccare questi flussi significava aprire la situazione”.

Parlare oggi di produzione della ricchezza non significa più rifarsi a officine e fabbriche che producono prodotti, bensì fare riferimento a dei nodi, a dei siti, attraverso i quali i prodotti circolano: “la differenza fra la fabbrica e il sito sta nel fatto che una fabbrica è una concentrazione di operai, di competenze, di materie prime, di stock; un sito è solo uno dei nodi su di una mappa di flussi produttivi […] Ogni singolo flusso è un momento della riproduzione d’insieme della società del capitale. Non c’è più alcuna «sfera della riproduzione», della forza-lavoro o dei rapporti sociali, distinta dalla «sfera della produzione». D’altro canto quest’ultima non è più una sfera, quanto piuttosto la trama del mondo e di tutti i rapporti. Attaccare fisicamente questi flussi in un punto qualsiasi significa quindi attaccare politicamente il sistema nella sua totalità. Se il soggetto dello sciopero era la classe operaia, quello del blocco è perfettamente chiunque. È chiunque, chiunque decida di bloccare – prendendo così partito contro la presente organizzazione del mondo”.

Non è crisi. È catastrofe.

Sono lontani quindi gli anni in cui la parola d’ordine era di mettere le fabbriche sotto la gestione operaia: qui va fermato un intero sistema di concezione del mondo, per cercare quanto prima di bloccare la catastrofe in cui tutti noi siamo stati scaraventati: “bisogna vedere ogni tentativo di bloccare il sistema globale, ogni movimento, ogni rivolta, ogni sollevazione, come un tentativo verticale di arrestare il tempo e di biforcare in una direzione meno fatale”.

Viviamo la catastrofe, sebbene le rivolte si diffondano sempre di più, nessuno sa bene dove andare a sbattere la testa: “l’assenza di prospettiva rivoluzionaria credibile spiega la debolezza delle lotte […] Una prospettiva rivoluzionaria non poggia più sulla riorganizzazione istituzionale della società, bensì sulla configurazione tecnica dei mondi […]Perché se questo mondo si mantiene in piedi è prima di tutto grazie alla dipendenza materiale, con cui ciascuno convive per la sua semplice sopravvivenza, dal buon funzionamento generale della macchina sociale”.

Si rinunci quindi a ogni vanità di purezza autoassolutoria e si ammetta che in questa merda ci siamo immersi tutti, fino al collo. Ciascuno di noi, a modo suo, contribuisce al funzionamento di questa macchinetta che si sta divorando ciò che resta del mondo. Se si vuole uscirne, se si vuole inceppare questo meccanismo bisogna prima di tutto studiarlo. Non è una proposta sicuramente nuova, ma ritorna quanto mai attuale in tempi in cui lo scopo principale dei governi è distruggere i luoghi di creazione del sapere: “dobbiamo riprendere un lavoro meticoloso di inchiesta. Dobbiamo cercare di incontrare in tutti i settori, su tutti i territori che abitiamo, coloro che dispongono dei saperi tecnici strategici. Solo a partire da questo dei movimenti oseranno veramente «bloccare tutto» […]Questo processo di accumulazione di sapere, insieme alla creazione di complicità in tutti i campi, è la condizione per un ritorno serio e di massa della questione rivoluzionaria”.

Se si vuole realmente sabotare la macchina, bisogna capire prima come questa funziona: “chi è in grado di far funzionare un sistema sa anche come sabotarlo efficacemente. […]Costruire una forza rivoluzionaria, oggi, significa proprio questo: articolare tutti i mondi e tutte le tecniche rivoluzionariamente necessarie, aggregare tutta l’intelligenza tecnica in una forza storica e non in un sistema di governo”.

RENDERSI ANONIMI PER RENDERSI FORTI

Nel capitolo intitolato “Scompariamo”, il comitato invisibile parte dalla ricostruzione dell’insurrezione greca della primavera 2012, la stagione in cui si stavano approvando misure di austerità sempre più feroci, sotto un governo socialista incapace e succube della Troika europea. Erano i giorni del “movimento delle piazze”, che riusciva a portare per le strade anche 500 000 persone e che più volte aveva cercato di bruciare il Parlamento. “Il 12 febbraio 2012, un ennesimo sciopero generale fu proclamato per opporsi disperatamente all’ennesimo piano di rigore.”. Quel giorno tutta la Grecia era scesa in strada e la capitale aveva ripreso a bruciare. “Quella sera, con il centro città di Atene di nuovo in fiamme, fu come un parossismo di giubilo e di scoraggiamento: il movimento percepì tutta la sua potenza ma realizzò anche il fatto che non sapeva come usarla.”. Quella sera vi erano veramente le condizioni di una presa del parlamento e di una destituzione del potere, ma quest’ultimo riuscì a prendere il movimento di contro-piede. “I greci sono stati messi davanti al ricatto «il governo o il caos»; hanno avuto il governo e il caos. E la miseria come premio”.

Nonostante uno dei movimenti anarchici più forti e un popolo tendenzialmente restio a ogni sorta di governo, all’interno di un quadro statale già fallito di suo, “la Grecia è un caso da manuale delle nostre insurrezioni sconfitte […]Quello che ci insegna il caso greco è che senza un’idea sostanziale di quello che significa una vittoria siamo destinati alla sconfitta. La sola determinazione insurrezionale non è sufficiente; la nostra confusione è ancora troppo fitta. Che lo studio delle nostre disfatte ci serva almeno a dissiparla un po’”.

Il Comitato Invisibile comincia la propria analisi con quella che può essere letta come una critica, o meglio un’autocritica, di quegli ambienti in cui il comitato stesso bazzica e prolifera. Negli ultimi quarant’anni, il conflitto sociale è stato caratterizzato dalla falsa dicotomia pacifista/radicale. Si tratta di una fallace alterità, poiché uno non è che il completamento dell’altro ed entrambi vivono la medesima contraddizione: esistere per se stessi.

Il pacifismo nasce dall’equivoco di fondo di considerare la Grecia classica – la culla della civiltà moderna – come una società pacifica e democratica. In realtà “la pratica dell’assemblea cittadina proviene direttamente dalla pratica dell’assemblea dei guerrieri […] Si è cittadini perché si è dei soldati; da cui quindi l’esclusione delle donne e degli schiavi. […]Il perfetto cittadino greco è colui che è vittorioso nelle armi così come nei discorsi”.

La visione stessa della guerra da parte dei Greci era assai peculiare: la guerra di falange non era nient’altro che un carnaio organizzato: “una forma di guerra in linea che sostituì all’abilità, al coraggio, alla prodezza, alla forza singolare, a qualsiasi genio, la pura e semplice disciplina, la sottomissione assoluta di ciascuno al tutto”. D’altronde è stata questa rigidità di sottomissione che ha permesso di sconfiggere un esercito, quello Persiano, ancora fermo a una visione della guerra come virtù del singolo combattente.

Nella sua critica al pacifismo e alle sue origine elleniche, il Comitato Invisibile piuttosto che ripudiare la guerra, ha la lungimiranza di inserire nel discorso una diversa visione della guerra che si ispira a Sun Tzu e alla tradizione cinese. “I cinesi inventarono un’arte della guerra che consiste al contrario nel minimizzare le perdite, a fuggire per quanto possibile lo scontro diretto, nel tentare di «vincere la battaglia prima della battaglia» […] «Il vero guerriero, diceva Sun Tzu, non è bellicoso; il vero lottatore non è violento; il vincitore evita il combattimento.».” Il Comitato riconosce l’esistenza di diverse sensibilità e alterità, ma questo non significa che una debba prevalere sulle altre, quanto piuttosto mirare a una coesistenza su questa terra: questa è in fondo l’arte della guerra. Esistono le differenze, esistono i conflitti bisogna ammetterlo e ammettere placidamente che la vita è conflitto.

Questa riflessione non significa adottare uno schema di condotta intransigente: “il rifiuto tattico dello scontro non è altro che un’astuzia di guerra. […] Non si tratta di rifiutare la guerra, ma di rifiutare di essere sconfitti in un confronto militare con lo Stato”.

Dall’altro lato del pacifista, vi è la figura complementare dell’estremista, del radicale. “Alla proscrizione morale della violenza da parte di uno, corrisponde nell’altro la sua apologia puramente ideologica […] Tutti e due aspirano alla purezza, uno tramite l’azione violenta, l’altro astenendosene. Ciascuno è l’incubo dell’altro. […] Pacifisti e radicali sono uniti dallo stesso rifiuto del mondo. […]Preferiscono vivere come degli extraterrestri – tale è il comfort che autorizza, ancora per qualche tempo, la vita delle metropoli, il loro biotopo privilegiato”.

Il pacifista e il radicale sono accumunati anche da una visione personalistica della Rivoluzione, vissuta più come momento di auto-valorizzazione personale piuttosto che come obbiettivo strategico. Anche nel radicale vige un equivoco di fondo: che un’azione possa essere di per sé radicale. “Il dramma è che nessuna forma d’azione è in se stessa rivoluzionaria: il sabotaggio è stato infatti praticato dai riformisti così come dai nazisti”.

Il comitato invisibile aveva già affrontato la questione nel testo “Sulla miseria dell’ambiente sovversivo” (quando ancora si firmava Tiqqun), ma in “Ai nostri amici” ha modo di riprenderla brevemente e chiaramente: “chiunque si metta a frequentare gli ambienti radicali si stupisce innanzitutto dello iato che regna tra i loro discorsi e le loro pratiche, tra le loro ambizioni e il loro isolamento. Sembrano come votati a una sorta di autodistruzione permanente. Non si tarda allora a comprendere che non sono occupati a costruire una reale forza rivoluzionaria, ma a mantenersi in una corsa alla radicalità autosufficiente. […]Una vertigine prende a posteriori chi ha disertato questi circoli: come ci si può sottomettere a una pressione così mutilante per degli scopi così enigmatici? Più o meno è lo stesso genere di vertigine che deve prendere qualsiasi ex-impiegato stressato e diventato panettiere, quando ricorda la sua vita precedente”.

Nella sua confutazione delle attitudini pacifiste, così come di quelle estremiste, il comitato avanza una visione che sebbene possa essere vista come situazionista, non è priva di una certa saggezza: “non esiste il gesto in assoluto. Un gesto è rivoluzionario non per il suo contenuto ma per il concatenamento di effetti che genera. È la situazione che determina il senso di un atto e non l’intenzione degli autori. Sun Tzu diceva che «bisogna domandare la vittoria alla situazione». […]Un’azione è rivoluzionaria o meno a seconda del senso che prende a contatto con il mondo”.

Nel terminare la loro critica alle due tendenze, opposte ma complementari, si riconosce nel senso della misura, nel tatto, un valore che si potrebbe definire strategico, se solo queste due parole non suonassero così in contrasto associate assieme. “In quest’epoca bisogna considerare il tatto come la virtù rivoluzionaria cardinale e non la radicalità astratta; e per «tatto» intendiamo l’arte di organizzare i divenire-rivoluzionari”.

L’epoca della guerra civile permanente.

Tutto questo si confronta con un nemico che invece è ben cosciente della sua forza e del difficile tempo che stiamo attraversando: “l’ironia dell’epoca vuole che i soli a situare la guerra lì dove effettivamente viene condotta, e dunque a svelare i piani del governo, si trovano tra gli stessi contro-rivoluzionari”. Siamo in guerra civile e “la contro-insurrezione, da dottrina militare, è diventata principio di governo”: quando Mubarak tagliò tutte le comunicazioni nei quartieri popolari del Cairo non fece nient’altro che applicare rigidamente il rapporto della Nato Urban operations in the year 2020.

Le pratiche d’intervento militare sperimentate in terra straniera vengono puntualmente adottate in patria: lo possiamo vedere in Italia con l’impego degli alpini di rientro dal fronte afgano e stanziati in Val di Susa a difesa del cantiere del Tav. “Ci si tiene pronti per le prossime insurrezioni”.

I rapporti di forza sono totalmente asimmetrici, non serve nemmeno spendere tante parole su questo. Eppure esiste sempre la possibilità di ritorcere contro se stesso la strategia dell’avversario. “È qui, a termine, il monumentale errore della contro-insurrezione: essa, che ha saputo riassorbire così bene l’asimmetria introdotta dalle tattiche di guerriglia, continua comunque a produrre la figura del «terrorista» a partire da ciò che è lei stessa. Qui sta dunque il nostro vantaggio, almeno fino a quando ci si rifiuta di incarnare quella figura. Questo è quello che ogni strategia rivoluzionaria efficace deve prendere come suo punto di partenza. Ne è una testimonianza la sconfitta americana in Irak e in Afghanistan. La contro-insurrezione ha piegato così bene «la popolazione» che l’amministrazione Obama deve assassinare quotidianamente e chirurgicamente tutto quello che, visto da un drone, potrebbe assomigliare a un insorto”.

Siamo dunque in piena guerra civile. Gli stessi ideologhi militari lo confessano: a noi non resta che prendere atto della situazione e agire di conseguenza. Ma come? Cosa può fare il rivoluzionario oggi?

Il Comitato in questo caso rifiuta ogni idea avanguardista di piccolo gruppo organizzato, così come rifiuta qualsiasi differenza tra rivoluzionari e popolo: anzi, non esiste proprio alcun “popolo”, né nessuna “popolazione”. “Noi siamo «i cuori e gli spiriti» che devono conquistare. Noi siamo le folle che vogliono «controllare». Noi siamo l’ambiente nel quale gli agenti governamentali si muovono e che contano di domare, e non un’entità rivale nella corsa al potere. Noi non lottiamo nel popolo «come un pesce nell’acqua»; noi siamo l’acqua stessa in cui sguazzano i nostri nemici – un pesce solubile. […] Bisogna fare in modo che non vi sia più popolazione. La popolazione non è mai stata l’oggetto del governo senza essere prima di tutto il suo prodotto; essa cessa di esistere in quanto tale dal momento che cessa di essere governabile”.

Mirare quindi all’ingovernabilità, sotto ogni aspetto. Non darsi alcun “piano” e rifiutare ogni tentazione estremista e di avanguardia, così come si rifiuta ogni distinzione tra manifestanti buoni e manifestanti cattivi. “Per schiacciare un’insurrezione nulla è più efficace che provocare una scissione in seno al popolo insorto, tra la popolazione innocente o vagamente consenziente e la sua avanguardia militarizzata, necessariamente minoritaria, la maggior parte delle volte clandestina e ben presto «terrorista»”.

In certi ambienti radicali vi è l’idea diffusa che se la polizia comincia ad agire contro di te, questo è un buon segno: dimostra la tua pericolosità sociale. Il Comitato ritiene questa visione autolesionista come una solenne cazzata, però riesce a scorgevi un aspetto della strategia repressiva: “Non crediamo che vogliano distruggerci. Partiamo invece dall’ipotesi che si sta cercando di produrci. Produrci in quanto soggetto politico, in quanto «anarchici», in quanto «Black Bloc», in quanto «anti-sistema», per estrarci dalla popolazione generica appioppandoci un’identità politica”. Quindi “quando la repressione ci colpisce, cominciamo a non prenderci per noi stessi, dissolviamo il soggetto-terrorista fantasmatico che i teorici della contro-insurrezione si sforzano malamente di imitare; un soggetto la cui esposizione serve soprattutto a produrre per contraccolpo la «popolazione»”.

Nell’articolato percorso rivoluzionario i vari ragionamenti teorici vanno sempre contestualizzati e la cosa migliore da fare è cominciare a partire dall’immediato, da ciò che ci circonda. “I rivoluzionari non devono convertire la «popolazione» dall’esterno cavo di non si sa quale «progetto di società». Devono piuttosto partire dalla loro presenza, dai luoghi che abitano, dai territori che gli sono familiari, dai legami che li uniscono a quello che si trama attorno a loro. È dalla vita che emana l’identificazione del nemico, le strategie e le tattiche efficaci, e non da una professione di fede preliminare. La logica dell’accrescimento della potenza, questo è ciò che si può opporre alla presa del potere. Abitare pienamente, ecco quello che si può opporre al paradigma del governo”.

Abitare, ma abitare bene, cercando di portare un contributo che sia capace di arricchire il proprio habitat, invece che annichilirlo o sterilizzarlo. Negli ambienti antagonisti ciò che prevale è una generale tendenza a una continua e mutualistica competizione tra i vari gruppi: “Assumere il conflitto interno quando si presenta da sé non ostacola affatto l’elaborazione concreta di una strategia insurrezionale. Al contrario, per un movimento è la migliore maniera di restare vivo, di mantenere aperte le questioni essenziali, di operare per tempo gli spostamenti necessari”.

Sinergia di competenze ed esperienze.

In questi tre capitoli (“Vogliono costringerci a governare”, “Il potere è logistico”, “Scompariamo”) il Comitato Invisibile dimostra una grande lucidità di lettura della fase attuale e un forte spirito d’azione unito da una buona dose di pragmatismo, scevro da qualsiasi tatticismo ideologico. Certo, vi si riconosce una certa eredità anarchica, specie nelle considerazioni su cosa sia il potere e lo Stato, ma nella lettura del funzionamento dei suoi dispositivi non si può non scorgere l’interpretazione del concetto di “Rizoma” già fatta da Deluze e Guattari. Il comitato propone un metodo di azione molto autonomo e molto elastico, lontano sia da ogni elaborazione centralizzatrice, sia da qualsiasi ingenuità verso le forme spontanee di rivolta. Riconoscono l’esigenza di organizzarsi, ma fanno distinzione con ciò che può essere organizzazione: “Non c’è nessuno da organizzare. Noi siamo questa materia che cresce dall’interno, si organizza e si sviluppa. Qui riposa la vera asimmetria e la nostra reale posizione di forza”.

Si agisce contro forze che sono (apparentemente) immensamente più potenti di quanto potremo mai esserlo noi, ma questo non vuol dire rinunciare a ogni pretesa di riscatto. Significa anzi farsi astuti, studiare le debolezze del nemico e stare attenti a quello che siamo capaci di dare, ma pure in cosa siamo più facili inciampare. Il più onesto contributo di queste pagine non è tanto lo sdoganamento della pratica del Black Block (tattica che va comunque sempre contestualizzata al pari di ogni altra azione), quanto la fine del mito dell’assemblea. Per decenni i movimenti si sono impantanati in pratiche assembleari che risultavano più lente e farraginose delle vecchie burocrazie di partito: completi sconosciuti volevano agire insieme, pur non fidandosi nessuno dell’altro. L’assemblea di per sé non è garante di nulla: sono le persone che la abitano e la animo che le danno senso e valore.

Se le assemblee degli indignados erano delle pagliacciate dove perfino applaudire era proibito, mentre quelle dei No Tav contribuiscono da oltre vent’anni a portare avanti una resistenza popolare, non è perché i valligiani sono bravi mentre in città sono degli stupidi: semplicemente alle assemblee in Val di Susa si ritrovano persone che già si conoscono, che già abitano e vivono insieme quei luoghi e che hanno già avuto (seppur non tutti) esperienza di cosa siano le pratiche politiche. Le assemblee degli indignados erano piene di gente che non si conosceva, che abitavano gli stessi luoghi senza però mai incontrarsi e che soprattutto avevano repulsione verso ogni forma vagamente politica, confondendo questa parola con quello che accade dentro i palazzi di potere.

Il libro del Comitato Invisibile è in questo un tentativo di miscelare le competenze “insurrezionali” degli ambienti militanti con l’abilità a “sopravvivere quotidianamente” dell’uomo comune. Più che il merito di dare nuova linfa a un dibattito antagonista che si era fatto stantio, “Ai nostri amici” ha il pregio di cercare di rendere fattibile il legame tra l’individuo medio normale e certe prospettive, spesso liquidate con faciloneria con il termine di “utopie”.

Per chi ancora si stesse chiedendo se l’ambiente che si sta sviluppando attorno alle riflessioni del nostro comitato sia più anarchico oppure comunista, sappia che si sta prendendo un grande abbaglio. Le persone che transitano in quest’area sono restie a ogni tipo di etichetta e definizione politica, tanto che nel corso del tempo si è sviluppato un modo di dire molto eloquente ed evasivo al tempo stesso: “se ho a che fare con dei comunisti, mi dico anarchico. Se ho a che fare con degli anarchici, mi professo comunista”. Negli ambienti antagonisti, per riuscire a identificarli senza cercare di dare superficiali caratterizzazioni, si è rispolverato il termine di “insurrezionalista”, per quanto questa parola sia altrettanto vaga e possa fare riferimento ad altre anime ben precise dell’anarchismo.

Quello che può essere dato per certo è l’approccio antiautoritario alla vita, al potere e alle lotte: sebbene la loro terminologia possa anche essere “colorata” (quando proprio non sconfina nell’insulto verso altre componenti dei movimenti), la loro condotta è più simile a quella dell’allievo indisciplinato, piuttosto che a quella del leaderino di sorta che aspira all’egemonia. Si riconosce nella gerarchia e nel potere – di qualsiasi tipo – l’origine del sopruso e dell’ingiustizia: il loro modus operandi va letto quindi in questa chiave destituente, anche quando si rivolge verso le forme di governance dei movimenti. Il linguaggio al vetriolo e ingiurioso che riserbano nella critica alle altre sensibilità di lotta va forse visto più come un retaggio culturale dell’ambiente in cui il comitato si è sviluppato: chi ha avuto modo di averci a che fare, sa quanto può essere feroce e ideologico il milieu radicale francese …

L'AUTORE
Dottorando in antropologia all'università Paris8, sotto la direzione di Alain Bertho (Les temps des emeutes, Bayard, 2009), nonché autore del romanzo A Riot Of My Own assieme a Pantaleo Elicio (www.ariotofmyown.net). Da sempre appassionato dei nuovi fenomeni sociali urbani e insorgenti, convinto assertore della partecipazione diretta e dell'approfondimento filosofico: per avere una visione a 360 della complessità degli eventi. Dopo aver passato i suoi vent'anni a fare il girovago su e giù tra Francia e Italia, attualmente vive a Parigi, lavorando nella ristorazione per finanziarsi gli studi. Saltuariamente il reporter.

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