Le armi negli Usa: c’é chi muore e chi guadagna

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07/10/2015 Attilio De Alberi 1361

Pur di poter premere il grilletto tra una guerra e l’altra, gli americani si sono inventati i college – Maurizio Crozza a Di Martedì

Una riflessione sulla cultura americana

Dopo l’ennesimo eccidio in un campus ad opera di un povero sfigato/squilibrato/armato fino ai denti, e, per giunta, questa volta in Oregon, stato notoriamente progressista (ultima novità: a novembre un referendum ha reso legale l’uso del cannabis) il fondamentalmente pacifico (salvo magari qualche bombardamento dell’US Air Force finito male) Presidente Obama è incazzato nero.

E come dargli torto? Lui vorrebbe tanto riuscire a imporre dei controlli più severi sulla vendita delle armi, in un paese dove procurarsi un fucile a ripetizione piuttosto che una Magnum è facile quanto acquistare un hamburger. Ma tutti sappiamo che il diritto a portare armi è tuttora scritto nella costituzione, quasi come se ci fossero ancora degli inglesi e dei pellerossa in agguato dai quali difendersi giornalmente. E come se non bastasse una delle più influenti lobby americane è proprio la famosa N.R.A (National Rifle Association, laddove ‘rifle’ sta appunto per fucile).

Ma lasciamo un attimo da parte una costituzione che, seppure per certi versi è tra le migliori al mondo, in questo campo potrebbe essere descritta come un attimino obsoleta. E lasciamo anche da parte quei pistoleri fanatici dell’NRA che devono avere un gene di cowboy in corpo. Rimane un problema più grosso: una buona fetta della popolazione americana, sia d’ispirazione democratica che repubblicana, vede come fumo negli occhi una legislazione determinata a imporre controlli più severi sulla vendita e l’uso delle armi.

Infatti il problema non è di così semplice soluzione, perché fondamentalmente culturale. E’ un caso che negli USA ci siano 17 volte più crimini pro capite che in Danimarca? Non credo.

Il brillante e al tempo stesso ridicolo Berlusconi locale, sì, proprio lui, il miliardario Donald Trump, che sembra guadagnare punti nella corsa alle primarie repubblicane, critica indirettamente Obama  in una recentissima intervista sostenendo che il problema di tutti questi massacri sia fondamentalmente psichiatrico. E cita posti come Chicago, laddove, nonostante i controlli sulle armi, esiste una diffusa violenza. Pur non essendo un supporter di Trump (spero infatti che il prossimo presidente degli USA possa diventare il “socialista” Bernie Sanders), trovo arduo controbattere alla sua osservazione.

Per capire un po’ meglio il problema nella sua complessità (no, non tutti i problemi sono proprio facili facili) consiglierei di vedere o rivedere il documentario di Michael MooreBowling a Columbine”. Il titolo nasce dal famoso eccidio alla Columbine High School in Colorado il 20 aprile 1999 (ironicamente un altro stato piuttosto ‘progressista’): due ragazzi pianificarono meticolosamente un vero e proprio attacco terroristico che costò la vita a 12 compagni di scuola e ne ferì 21. Poco si sa dei due autori, che poi si suicidarono. Ma dai loro diari si evince che fossero stati ispirati dal famoso attacco al Federal Building di Oklahoma City di 4 anni prima.

Michael Moore è tutto fuorché un conservatore vecchio stampo: non dimentichiamo, tra i tanti, il suo audace exposé sull’attacco alle Torri Gemelle in Farenheit 9/11), mentre è appena uscito al New York Film Festival la sua ultima opera “What to Invade Next”, una satira pacifista soft girata completamente fuori dal suo paese.

Nel suo documentario su Columbine il regista whistle-blower (denunciatore) punta subito il dito alla facilità di procurarsi armi: va di persona in una banca del Michigan per aprire un conto e riceve in regalo un fucile.

Sì, solo negli USA.

Fra i tanti altri esempi che illustrano il rapporto tra i Gringos e le armi da fuoco cita il paesino di Virgin in Utah, dove l’amministrazione ha approvato una legge che richiede ai residenti, volenti o nolenti, di possedere un fucile. Una mamma di Virgin dichiara soddisfatta: ”Questo è un gran bel posto dove allevare i figli”.

E c’è anche una divertente intervista con l’allora presidente dell’NRA, niente po’ po’ di meno che il mitico Charlton Heston, la star di Ben Hur.

Ma alla fin fine il focus di Moore non è tanto sulla facilità di procurarsi armi nel suo paese. L’osservazione chiave è che in Canada c’è una legislazione altrettanto liberale a riguardo, ma, come ben sappiamo, lì non assistiamo alla sfilza di massacri ormai comuni negli USA.

Moore ci offre quindi un montaggio dei principali atti di violenza nel mondo perpetrati dagli USA nella sua storia recente: parte con il rovesciamento di Mossadeq in Iran nel 1953 – il grosso torto del tizio, una specie di Mattei persiano, o se vogliamo, un Chavez ante litteram – fu l’aver cercato di rendersi indipendente dalle ingorde 7 Sorelle – per arrivare ai bombardamenti in Iraq, passando per la guerra in Vietnam e per il colpo di stato contro Allende in Chile. Cita anche un fatto forse dimenticato: nel 1998 il democratico Bill Clinton fece bombardare una fabbrica in Sudan dove credeva si costruissero armi. In realtà vi si producevano aspirine. E come introduzione al suo prossimo progetto sull’attacco dell’11 settembre 2001, fa notare che Osama Bin Laden fu originariamente addestrato dalla CIA. Un altro mostro di Frankenstein, come in realtà lo è l’ISIS.

Ma la vera chicca del documentario è un gustosissimo, seppur inquietante, cartone animato dal titolo: ‘Una breve storia degli USA’, che qui vi ripropongo. 

La tesi fondamentale è che la cultura americana sia basata soprattutto sulla paura. Già i coloni erano fuggiti dall’Inghilterra per paura delle persecuzioni. Arrivano in un continente dove, inevitabilmente, hanno paura dei Nativi che cercano di colonizzare. Poi la madrepatria con le sue tasse genera paura: e scatenano una bella Guerra d’Indipendenza. Quindi importano en masse un bel po’ di manodopera africana per le piantagioni: e cresce la paura di comprensibili ribellioni. E contemporaneamente all’NRA nasce il Ku Klux Clan.

E, mi domando, non è probabilmente la stessa paura che spinge, a braccetto con il razzismo, tanti poliziotti USA a uccidere con grande facilità, e più o meno legalmente, un tot mensile di afroamericani spesso indifesi? E, a onore del vero, anche qualche bianco o latino perde la pelle di fronte alla logica: prima si preme il grilletto e poi si fanno le domande.

E forse, dopo esser diventata una potenza imperiale, gli Stati Uniti, vivevano nella paura di perdere questo nuovo esaltante status. Magari ora stanno capendo che bisogna adattarsi a un mondo multipolare e che devono lavorare insieme ai Russi per far fuori i mostri del Califfato islamico. Un po’ come, anche se in ritardo, si allearono con i sovietici per sgominare quel cattivone di Hitler.

Ironicamente ho appena sentito Di Battista far notare in TV che se oggi c’è un aumento (minimo) del PIL è soprattutto grazie alla crescita di due mercati: quello delle armi e quello delle droghe. Il focoso tribuno pentastellato spiega l’aumento nell’acquisto delle armi con “la paura degli altri”. Aggiungerei che in una situazione di crescente disagio sociale l’aumento della criminalità armata è quasi fisiologico. L’Italia, culturalmente, non è (ancora) il Far West.

Ma torniamo in Oregon e al suo recente massacro. Ok, l’autore era una persona palesemente sola e malata, e se fossi stata la sua madre single gli avrei imposto un sano trattamento psichiatrico preventivo. E, ovviamente, come Stato, non gli avrei reso così facile l’acquisizione di un armamentario à la Rambo.

E qui bisognerebbe aggiungere che pure Hollywood, nel creare certi miti, ha le sue responsabilità. Ma, di nuovo, alla fin fine la cultura cinematografica d’intrattenimento riflette certi tropi del paese dove viene prodotta. E così intere generazioni americane e non solo si sono sorbiti una sfilza di western sanguinari e di esaltati film di guerra.

Ma al di là delle singole patologie (e qui, appunto, non si può dar torto a quello sborrone di Trump), l’analisi di Moore ci aiuta a riflettere su cosa si basa, nel suo profondo, la cultura americana. Temo che, al netto di legislazioni più attente alla vendita e all’uso delle armi da parte dei singoli cittadini, ci vorrà ancora un bel po’ prima che questa cultura cambi.

P.S. Ai cinefili tra voi, consiglierei anche, in questo contesto, di vedere o ri-vedere Taxi Driver, il classico di Martin Scorsese con un giovanissimo Robert De Niro, in una decadente New York: il ritratto dolce-amaro di un anti-eroe pistolero. Sì, quintessenzialmente americano.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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