La necessità della lotta di classe oggi

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13/01/2016 Giulio Chinappi 5328

La storia di ogni società esistita sinora è storia di lotte di classi”: così si apre il primo capito del Manifesto del Partito Comunista (anche noto come Manifesto dei comunisti) a firma di Karl Marx e Friedrich Engels, che subito dopo spiega: “Liberi e schiavi, patrizi e plebei, baroni e servi della gleba, membri di corporazioni e garzoni, in breve, oppressori e oppressi sono sempre stati in conflitto fra loro, hanno sostenuto una lotta incessante, a volte occulta e a volte palese, una lotta che si è sempre conclusa o con una trasformazione rivoluzionaria dell’intera società o con la comune rovina delle classi in lotta”.

Una domanda che oggi spesso ci si pone, negli ambienti della sinistra ma non solo, è se la lettura di una società divisa in classi in lotta fra loro sia ancora valida ai nostri tempi. Stando alla prima affermazione del testo marxiano, potremmo dire che, per estensione, se ogni società del passato è stata caratterizza da lotte di classi, anche quella odierna non può sottrarsi a questa dinamica. Il fatto che la nostra società sia divisa in classi, del resto, è innegabile a qualunque osservatore, ma resta da stabilire se esista o meno una lotta fra queste classi, e soprattutto se questa lotta sia auspicabile o meno.
Karl Marx scrive che la società del suo tempo si era scissa in due grandi classi contrapposte, quella della borghesia e quella del proletariato. Se oggi l’identità di queste due classi può essere messa in discussione, in quanto certamente non corrispondono più alle descrizioni che ne faceva Marx alla metà del XIX secolo, non si può però non notare che permane la differenziazione tra una classe dominante ed una classe dominata, come vengono definite più genericamente dall’economista franco-egiziano di scuola marxista Samir Amin e da altri autori. Al pari della borghesia industriale del tempo di Marx, la classe dominante è caratterizzata dall’essere composta da un piccolo numero di individui che accentrano nelle proprie mani il potere politico, economico e finanziario, mentre la classe dominata è molto più numerosa ma decisamente meno ricca e potente.

Nonostante questa evidenza, oggi in molti si ostinano ad affermare la non validità della teoria marxiana che vorrebbe la società divisa in classi contrapposte fra loro. Secondo Noam Chomsky, coloro che negano questa evidenza non sono realmente convinti che la società non sia divisa in classi, ma semplicemente vogliono nascondere alla classe dominata l’esistenza di una classe dominante, annullando così la tendenza della classe dominata a lottare per la propria emancipazione. In questo modo, i dominati non potranno sviluppare quella coscienza di classe tanto cara a Karl Marx, mentre la classe dominante potrà condurre una spietata lotta di classe ai danni degli stessi dominati: “Solamente a due gruppi è concesso avere una coscienza di classe”, scriveva Chomsky nel 1993, parlando dell’élite finanziaria e di quella politica. Per lo studioso statunitense di origine ebrea, questi due gruppi, che compongono la classe dominante, temono fortemente il pericolo di una rivolta popolare, e di conseguenza sviluppano una lotta di classe contro i dominati, in quello che lo stesso Chomsky descrive come “un marxismo volgare e rovesciato”. Parte di questa lotta di classe è proprio il far credere alle masse popolari che non esistano le classi: “L’idea è di creare un’immagine fra la popolazione secondo la quale siamo tutti un’unica famiglia felice”.

Ecco dunque il primo motivo per il quale è necessario risvegliare la coscienza di classe fra i dominati, per far sì che questi possano condurre la propria lotta di classe: al giorno d’oggi, la lotta di classe è condotta solamente dalla classe dominante, come sottolinea Chomsky e come viene anche messo in evidenza da Diego Fusaro nella sua introduzione alle Forme di produzione precapitalistiche di Karl Marx. Al pari di quanto avveniva già prima della rivoluzione industriale, nuovamente oggi nell’epoca del capitalismo finanziario c’è una classe che lavora per il sostentamento dei propri oppressori, senza far nulla per affrancarsi da questa situazione, ma anzi collaborando a far sì che questa si perpetui.
Secondo Chomsky, poi, il risveglio della coscienza di classe eliminerebbe anche il razzismo: “Proletari di tutto il mondo, unitevi”, incitava Marx. Le fratture interne alla società tra etnie, religioni, orientamenti sessuali e quant’altro sono infatti da un lato il prodotto di una classe dominante che è quasi sempre rappresentata da persone di etnia caucasica, e dall’altra di una campagna mediatica che viene continuamente fatta per sottolineare le contrapposizioni bianco-nero, cristiano-musulmano, eterosessuale-omosessuale, nascondendo così l’unica vera contrapposizione esistente, quella tra dominanti e dominati.

Uno dei fondamenti della lotta di classe deve dunque essere quello di superare queste divisioni imposte dalla classe dominante, al fine di mettere in atto una lotta di classe a vocazione universalistica. Per semplificare il concetto, la coscienza di classe permetterebbe al lavoratore italiano di capire che il suo vero alleato è il suo collega immigrato, e non invece l’italiano facente parte della classe dominante, che in termini di lotta di classe è invece il suo nemico. Del resto, ad un osservatore esterno, appare chiaro come l’operaio italiano abbia molte più cose in comune con un lavoratore straniero piuttosto che con Sergio Marchionne, ma solamente la coscienza di classe può permettere ai due lavoratori di mettere a fuoco questa verità.
La vocazione internazionalista ed universalistica della lotta di classe non nega però l’esistenza di realtà nazionali specifiche: la lotta di classe va infatti condotta innanzi tutto da ciascuna classe dominata nazionale contro la rispettiva classe dominante nazionale, tenendo conto del contesto reale nel quale questa si svolge. A ricordarlo è ancora Marx: “Benché non lo sia nel contenuto, tuttavia nella forma la lotta del proletariato contro la borghesia è dapprima di carattere nazionale. Il proletariato di ogni Paese, com’è naturale, deve prima farla finita con la propria borghesia”.

OPERE DI RIFERIMENTO

  • Karl Marx & Friedrich Engels, Manifesto del Partito Comunista, 1848.
  • Samir Amin, Classe et nation dans l’histoire et la crise contemporaine, 1979.
  • Noam Chomsky, The prosperous few and the restless many, 1993.
  • Karl Marx, Forme di produzione precapitalistiche, 1857-1858 (saggio introduttivo di Diego Fusaro, 2009).
L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam".

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