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Il lavoro: la strada verso la felicità

Postato il Gennaio 19, 2016 Andrea Paone 0

Per leggere questo articolo ti servono: 3 minuti

Nascere, vivere e morire.

La vita potremmo sintetizzarla con queste tre parole: una persona nasce con l’idea di “diventare”… una persona vive con la voglia di “fare” e, sempre la stessa persona, muore con la consapevolezza di quella che è “stata”.

Homo faber fortunae suae

Il lavoro è un diritto ed è anche un dovere, infatti, è il frutto di una mediazione tra la necessità naturale di sopravvivere, le nostre capacità individuali e la richiesta di mercato.

Il lavoro, permette la sussistenza primaria, permette decenti (non sempre) condizioni di vita, soddisfa il desiderio di acquistare beni voluttuari, o di concedersi piaceri e svaghi vari… Il denaro permette di pagare le tasse che, dovrebbero, garantire un sistema di protezione e agevolazione del nostro apparato sociale.

Il lavoro, a livello umano, è più di tutto ciò. E’ un bisogno primario, un istinto, una pulsione… come mangiare, bere e fare l’amore. L’affermazione sociale è il fulcro della vita di ogni persona, grazie a questo sentimento si forma l’autostima. Il lavoro ci lega pure alla realtà, ci conferisce un ruolo nella società e ci dona dignità. Sentirsi capaci di fare qualcosa inebria la nostra vita.

Un lavoratore con la forza della sua appartenenza sociale e del reddito che il lavoro gli procura, può fare progetti futuri, che gli permetteranno di superare prove e gli eventuali ostacoli che la vita potrà porgli davanti. Attraverso il lavoro si possono migliorare le competenze, approfondire e allargare le reti di amicizie e relazioni. Non a caso il quotidiano “Leggo” ha svolto un’indagine sui pensieri che tormentano i cittadini del nostro stivale. 6 cittadini su 10 dicono che la vera emergenza non sono le tasse bensì la mancanza di lavoro.

È il lavoro dunque che ci permette di diventare chi siamo, che contribuisce a migliorare la nostra vita e, quando il lavoro che svolgiamo ci piace, il che accade molto più frequentemente di quanto si creda, esso diventa anche una delle componenti più importanti della nostra felicità. Lo psicologo Maslow, diceva:

“ […] Un musicista deve fare musica, un artista deve dipingere, un poeta deve scrivere, se vuole essere in pace con sé stesso. Ciò che un uomo può essere, deve essere. Deve essere fedele alla propria natura. Questa necessità si può chiamare auto-realizzazione”

Attraverso il lavoro l’uomo lascia tracce di sè per i posteri: un pittore con i suoi quadri, un cantante con le proprie canzoni, un fabbro con i suoi manufatti. Secondo Erich Fromm, la storia dell’umanità iniziò solamente quando l’uomo cominciò a lavorare, poiché solo in quel momento l’uomo si separò dall’unità con la natura. Con questa separazione, l’uomo modificò sé stesso e anziché esserne parte ne diventò sempre di più il creatore; sviluppando facoltà intellettuali e artistiche tali da poter avere il sopravvento sulla natura.

 ” L’evoluzione umana deve considerarsi fondata sul lavoro, in quanto forza liberatrice, emancipatrice che incentivò lo sviluppo. Il successo sul lavoro consente infatti uno stato di benessere e appartenenza nella società” 

Ovviamente, Fromm non pensava ai lavori più umili o ai lavori scarsamente qualificati, perché chi faceva questi lavori, in tutte le epoche, vedeva il lavoro come un dovere, una fatica per garantire la propria sussistenza e quella dei propri familiari.  Una “schiavitù” che è andata ammorbidendosi con le prime riforme del lavoro: il tempo di lavoro, il tempo di riposo, le ferie ecc che hanno permesso al lavoratore di ritagliarsi propri spazi per godersi la vita al di fuori dell’orario di lavoro.

Una premessa utile a capire come possa sentirsi una persona che il lavoro non riesce a trovarlo, così come chi l’ha perduto. Nel contesto dell’attuale crisi internazionale, nella quale non sembrano esserci prospettive, il tutto non può che apparire ai nostri occhi come un tunnel senza uscita. La sindrome “Hopelessness Depression”, è una depressione, purtroppo, molto frequente nel nostro periodo storico. Hopeless, in inglese, significa, appunto: “mancanza di speranza”: una società apatica, senza stimoli, senza spinte motivazionali, che accusa disturbi del sonno, difficoltà di concentrazione, bassa autostima e molteplici tentativi di suicidio.

Oggi è fondamentale non solo creare nuovi posti di lavoro ma riaccendere quel barlume di speranza che rimetta in moto la società che ha bisogno di tutti, dai ricchi ai meno ricchi, dai potenti ai meno potenti, dagli operai agli intellettuali.

“ Nulla è eterno, su questo pianeta, non lo è l’aria, non lo è l’acqua, non lo è la vita […] sicuramente non lo sarà una crisi economica”

Questo momento passerà, lo dice la storia. Invece di attendere passivamente gli individui dovrebbero intraprendere la strada dell’automiglioramento, acquisendo nuove capacità e competenze perché il presente non perda di significato, visto che, crisi o non crisi, questa è l’unica vita che ci è concesso di vivere.

Andrea Paone

#autorealizzazione#diritti#fromm#Hopelessness Depression#lavoro#maslow#ruolo#società#sussistenza

Pubblicato da

Andrea Paone

Toscano, ma prima di tutto cittadino del mondo. Pubblicista e a tempo perso studente presso la Sapienza di Roma. Lavoro per Mediaset, Rolling Stone, YOUng, Termini TV e SuperNews. Ho 23 anni, ex portiere, mi piace scrivere spaziando dalla cronaca, alla politica fino ad arrivare allo sport.


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