Honduras: si scrive Juan Orlando Hernández, si legge Stati Uniti d’America

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17/01/2018 Giulio Chinappi 639

Dal 2009, l’Honduras non trova una pace politica: era il 28 giugno quando il presidente democraticamente eletto Manuel Zelaya Rosales veniva spodestato da un colpo di stato militare, con Roberto Micheletti che assumeva la presidenza. Il tutto per assicurare che gli interessi statunitensi non venissero toccati in una delle storiche “Repubbliche delle banane”, ovvero quelle cinque repubbliche centroamericane (Costa Rica, Nicaragua, El Salvador, Guatemala e, appunto, Honduras) dove le multinazionali agroalimentari dell’ingombrante vicino nordamericano hanno fatto il bello ed il cattivo tempo per secoli.

Honduras Manuel Zelaya

IN HONDURAS IL PRIMO COLPO DI STATO FIRMATO USA

Il caso dell’Honduras nel 2009 è servito da laboratorio per una serie di colpi di stato successivi che – guarda caso – hanno tutti spodestato un presidente democraticamente eletto, tendente al progressismo e dalle politiche sociali più o meno avanzate, per instaurare un nuovo governo filo-statunitense (sempre per caso, il golpe avvenne poco dopo che Zelaya aveva approvato l’aumento del salario minimo ed altre riforme economiche favorevoli alle classi meno agiate). Ricordiamo, infatti, che l’operazione è proseguita nel 2012, con il colpo di stato ai danni di Fernando Lugo, allora presidente del Paraguay, ed è continuata con la destituzione di Dilma Rousseff in Brasile in favore di Michel Temer e l’elezione – questa volta senza golpe – di Mauricio Macri in Argentina, senza dimenticare i continui tentativi di destabilizzare il Venezuela di Nicolás Maduro.

Dopo il colpo di stato e la breve presidenza di Micheletti, in Honduras si è ristabilita una forma di democrazia solo apparente, dove tra brogli ed altre irregolarità si è fatto in modo di eleggere sempre presidenti compiacenti nei confronti di Washington. A salire al potere è stato il PNH (Partido Nacional de Honduras), che ha eletto nel 2009 Porfirio Lobo Sosa e nel 2013 Juan Orlando Hernández, entrambi laureatisi negli Stati Uniti e strettamente legati al Paese nordamericano. L’attuale presidente, in particolare, si è laureato a New York ed è capo di un impero economico che comprende produzione di caffè (naturalmente in comunione con le multinazionali a stelle e strisce), numerosi mezzi di telecomunicazione e una catena di alberghi.

Durante il suo primo mandato, che si concluderà nel gennaio del nuovo anno, Hernández ha ricevuto accuse di ogni tipo, tutte cadute nel vuoto dal momento in cui il capo di stato ha deciso di genuflettersi completamente agli interessi di Washington. Corruzione, tangenti, favoreggiamento del traffico di droga sono solamente alcune delle colpe che gli sono state imputate, senza dimenticare la scelta della sorella Hilda Hernández per la posizione di Segretario di Stato per la Comunicazione e la Strategia, carica poi revocata poco prima della tragica morte della stessa in un incidente di elicottero.

Honduran President Hernandez sits in his office during an interview with Reuters at the presidential palace in Tegucigalpa

ELEZIONI 2017: ILLEGALI DA TUTTI I PUNTI DI VISTA

Le elezioni generali dello scorso 26 novembre prevedevano la scelta del nuovo capo di stato, dei 128 membri del Congreso Nacional, il parlamento unicamerale dell’Honduras, dei venti membri honduregni del Parlamento Centroamericano e dei sindaci dei comuni del Paese. Sottolineiamo “nuovo capo di stato”, in quanto la costituzione honduregna prevedeva l’impossibilità di ottenere un secondo mandato presidenziale, prima che lo stesso Hernández decidesse di modificarla pro domo sua, forzando oltretutto i tempi dell’emendamento e senza passare per un referendum popolare.

Dopo l’emendamento costituzionale, che ha continuato a suscitare polemiche nell’opposizione honduregna con annesse manifestazioni di protesta represse dalle forze dell’ordine, Juan Orlando Hernández ha dunque potuto candidarsi per il PNH, affrontando come principale rivale Salvador Nasralla, candidato di una coalizione denominata Alleanza dell’Opposizione contro la Dittatura (Alianza de Oposición contra la Dictadura) e composta da Libre (Libertad y Refundación), il nuovo partito socialdemocratico fondato da Zelaya nel 2011, e dal PINU (Partido Innovación y Unidad), altra forza progressista.

Alla vigilia delle elezioni, tutte le proiezioni davano il sessantaquattrenne Nasralla come favorito, ma i risultati comunicati dal Tribunal Supremo Electoral (TSE), i cui membri sono quasi tutti fedelissimi di Hernández, hanno smentito tutte le previsioni. Il presidente uscente è stato infatti accreditato del 42.95% delle preferenze, mentre a Nasralla sarebbero andati il 41.42% dei suffragi, con una differenza di circa 50.000 voti. L’unico altro candidato a ricevere consensi considerevoli è stato Luis Orlando Zelaya (da non confondere con l’ex presidente Manuel Zelaya), che ha ricevuto il 14.74% dei voti per il Partido Liberal de Honduras. L’affluenza alle urne è stata pari al 57.52% degli aventi diritto.

Dopo riconteggi e proteste, e dopo che entrambi i candidati principali si sono autoproclamati vincitori della contesa elettorale, il TSE ha ufficializzato la vittoria di Hernández nella giornata di domenica 17 dicembre. Il tutto nonostante le proteste dell’opposizione e le rimostranze degli osservatori internazionali. Persino l’OSA, l’Organizzazione degli Stati Americani, generalmente allineata con le posizioni statunitensi in materia di politica internazionale, questa volta non ha potuto tacere sulle irregolarità riguardanti sia le operazioni di voto che lo spoglio delle schede. Luis Almagro, segretario dell’OSA, ha addirittura proposto di ripetere la tornata elettorale, posizione naturalmente respinta da Hernández.

Per quanto riguarda i 128 seggi dell’Asemblea Nacional, 61 sono stati assegnati al partito del presidente, 30 a Libre, 26 al Partido Liberal, 4 al PINU, 4 ad Alianza (Alianza Patriótica Hondureña), ed uno a testa per il PUD (Partido Unificación Democrática), la DC (Partido Demócrata Cristiano de Honduras) ed il PAC (Partido Anticorrupción).

GLI STATI UNITI ALLA RICONQUISTA DELL’AMERICA LATINA

Quanto sta accadendo in Honduras si iscrive in una visione più larga che deve prendere in considerazione l’intero continente latinoamericano. Negli ultimi anni, come abbiamo messo in evidenza all’inizio dell’articolo, sta avendo infatti luogo una nuova avanzata dell’imperialismo statunitense nell’America centrale e meridionale. Mentre, fino a pochi anni fa, erano rimasti pochi i Paesi del continente ad avere un governo totalmente fedele agli interessi di Washington, ora ci troviamo in un periodo storico nel quale l’imperialismo nordamericano sta riprendendo la propria avanzata: oltre ai già citati colpi di stato in Paraguay, Honduras e Brasile ed all’elezione di Macri in Argentina, non dobbiamo neppure dimenticare la posizione ambigua che sta assumendo Lenin Moreno in Ecuador. L’obiettivo finale di questa nuova ascesa dell’influenza statunitense in America Latina non può che essere il Venezuela, Paese detentore delle più grandi risorse petrolifere del mondo e leader del fronte dei governi progressisti che si oppongono proprio all’iperliberismo ed alle mire imperialiste di Washington nel continente.

In risposta al Socialismo del XXI secolo lanciato da Chávez, anche i colpi di stato sudamericani hanno cambiato volto, trasformandosi in quelli che possiamo chiamare “golpe del XXI secolo”. Non avremo più golpe militari in stile Argentina o Cile, per citare alcuni casi celebri del passato, ma piuttosto rovesciamenti del governo legittimo che si fanno passare per buoni e giusti, attraverso procedure di impeachment e contemporanea propaganda mediatica. Si cerca di convincere tanto la popolazione locale quanto l’opinione pubblica internazionale che sia il governo in carica quello illegittimo, e che dunque il golpe sia in realtà un modo di ristabilire la pace e la legalità. Nulla di più falso.

Oggi il potere militare non svolge più un ruolo fondamentale: è piuttosto una commistione di potere giudiziario, economico e mediatico a decidere le destituzioni dei governi eletti dai cittadini. Non è neanche più importante l’uomo al potere, in quanto il vero potere è rappresentato dagli interessi economici in ballo: non c’è più bisogno dell’uomo forte come poteva essere, ad esempio, Augusto Pinochet in Cile, ma di un burattino che semplicemente esegua quanto gli viene detto. Tutto apparentemente nelle regole, con tanto di elezioni, ma con il vero ed unico fine di proteggere quegli interessi economici che i governi progressisti avevano messo a repentaglio.

di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam".

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