Il relativo declino dell’impero americano

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15/07/2018 Attilio De Alberi 1217

Gli Stati Uniti rimangono, che piaccia o no, una delle maggiori potenze mondiali sia a livello politico che economico. Al tempo stesso non ci troviamo più di fronte al gigante sorto subito dopo la fine della Seconda Guerra mondiale.

Gli Stati Uniti devono contendere il loro potere su scala globale con un certo numero di competitor: un’Europa che, seppure indebolita oggigiorno dalle sue beghe interne, rimane pur sempre una non trascurabile potenza economica, una Russia che grazie al nazionalista Putin ha riscoperto una sua relativa grinta dopo il periodo di debolezza seguito alla dissoluzione dell’URSS; e poi, naturalmente, una Cina che viene vista da non pochi osservatori come la maggiore potenza mondiale entro la metà del 21esimo secolo.

Probabilmente proprio questa sensazione di relativo declino ha spinto il nuovo presidente Donald Trump, campione di sovranismo e nazionalismo, a lanciare durante e dopo la sua campagna elettorale lo slogan: “Let’s make America great” (‘Facciamo l’America grande di nuovo’), oltre al solito refrain “America first” (‘L’America per prima’) che accompagna la guerra dei dazi, definita da Pechino come “la più grande guerra commerciale della storia”. Al tempo stesso “The Donald” è stato descritto come un isolazionista, senza dimenticare che proprio l’isolazionismo è stata una delle ricorrenti attitudini degli Stati Uniti fin dalla loro nascita.

L’INTERVISTA

Discute di tutto questo con YOUng Manlio Graziano, giornalista e docente presso la Sorbonne, e studioso di geopolitica. E’ appena uscito il suo volume “L’isola al centro del mondo. Una geopolitica degli Stati Uniti” (Il Mulino), una prospettiva storica degli USA a partire dalla sua indipendenza dall’Inghilterra, con una particolare attenzione, appunto, all’aspetto geopolitico. Ed è proprio in questo libro che Graziano descrive l’attuale status geopolitico degli Stati Uniti come uno di “declino relativo”.

Com’è nato il suo libro “L’isola al centro del mondo”?

L’idea, nata già prima che Donald Trump venisse eletto, era quella di colmare un vuoto, nel senso che non esiste al mondo un libro sulla geopolitica degli Stati Uniti. Si trattava di mettere in pratica la mia idea della geopolitica, visto che, comunque, è un termine interpretato in varie maniere.

Qual è la sua accezione della geopolitica?

Per me significa raccogliere gli elementi della storia di un paese vagliandoli attraverso l’analisi di quelli che si possono chiamare i vincoli oggettivi. La geopolitica nasce in particolare attraverso lo studio della storia attraverso l’analisi del vincolo geografico.

In che senso?

Nel senso che la geografia viene considerata come l’elemento determinante o perlomeno quello più stabile della vita di un paese. Dopo di che, nella sua evoluzione, la geopolitica ha allargato la sua indagine anche ad altri vincoli.

Per esempio?

Nella prima parte del mio libro, che tratta la nascita della nazione americana, mi sono concentrato sia sugli aspetti geografici, ma soprattutto su quella che chiamo la “geografia dinamica”: la geografia in sé spiega alcune cose, ma senza considerare l’azione dell’uomo non si capisce come altre cose siano potute succedere.

Come ha applicato questo principio all’analisi della nascita della nazione americana.

L’esempio più banale che faccio è che prima dell’arrivo delle spedizioni europee nel ‘500 c’erano quattro o cinque milioni di persone che vivevano a nord del Rio Grande e tra i 50 e 60 milioni che vivevano a sud di esso. Ciò vuol dire che a sud del Rio Grande le condizioni geografiche erano migliori. L’inversione avviene proprio grazie alla colonizzazione di gente proveniente dal paese più avanzato del mondo, la Gran Bretagna.

E che dire sulla nascita degli USA?

Gli Stati Uniti sono nati da una combinazione che in inglese si chiama “unintended consequence” (‘conseguenza non voluta). Mi riferisco al conflitto tra Gran Bretagna e Francia che a partire dalla Guerra dei Sette Anni presenta vari episodi, per poi sfociare nell’appoggio francese alla lotta per l’indipendenza dei coloni americani senza il quale sarebbe fallita. Poi la Rivoluzione Francese blocca la Gran Bretagna sul continente europeo. Segue quindi la cessione della Louisiana, passo molto importante. E infine la guerra del 1812 che la Gran Bretagna, se non fosse di nuovo stata impegnata con le sue truppe nell’Europa di Napoleone, avrebbe potuto vincere.

L’isolazionismo è un po’ nel DNA statunitense, ma al tempo stesso, già nel secolo 19mo, si impone la nota Monroe Doctrine che comincia a trasformare l’intera America Latina nel “cortile dietro casa” degli USA. Non c’è un po’ di schizofrenia in questo?

Sì, la schizofrenia sta nel fatto che gli Stati Uniti sono una grande potenza capitalista e quindi, come tale, ha sempre bisogno di espansione. Quindi la contraddizione non sta negli USA per se, ma nel capitalismo stesso.

In che senso?

Esiste un meccanismo per cui tutti gli stati capitalisti hanno cercato di chiudere le proprie frontiere alla penetrazione esterna, ma al tempo stesso di estendere la propria penetrazione oltre le frontiere altrui. Secondo un geopolitico francese, “Tutti i paesi ad un certo punto sognano di essere un’isola”.

In particolare gli USA?

Gli Stati Uniti avevano questo vantaggio naturale di essere a modo loro un’isola. Dopo aver abbassato la cresta agli inglesi, gli americani si sono trovati in una situazione totalmente insulare, con nessun pericolo né a nord né a sud. Lo stesso Hamilton, prima di diventare Segretario del Tesoro aveva affermato che per gli USA l’ideale era appunto trovarsi in una “insulated situation”.

Ma dopo salta fuori la Dottrina Monroe…

Sì, questa nasce nel 1823, ma in realtà viene messa in pratica dopo la fine della Guerra Civile. L’idea era quella di tenere gli europei lontano dall’emisfero occidentale. La contraddizione è che, non avendo ancora una grossa flotta, si appoggiano in questo alla Gran Bretagna. E questa è un’altra contraddizione: per tutto l’800 ed anche il ‘900 la gran Bretagna è al tempo stesso il miglior alleato ed il peggior rivale. D’altra parte, questa rivalità è quasi auto-intuitiva.

Perché?

Alla fin fine gli USA hanno soppiantato la Gran Bretagna come la maggiore potenza mondiale a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Al tempo stesso sono gli USA che vanno ad aiutare gli inglesi in entrambi i conflitti mondiali.

Sì, ma al tempo stesso sono proprio quelle due situazioni che portano gli USA a diventare la prima potenza mondiale. Attenzione però: bisogna guardarsi dal rischio di vedere le cose in maniera deterministica, magari dicendo che gli USA fecero così perché volevano arrivare a quel traguardo. In realtà la storia umana è sempre il risultato di varie combinazioni e di diverse volontà e circostanze, e non c’è mai una volontà che s’impone sulle altre.

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Bisogna tenere anche conto che gli USA s’impongono nel mondo come potenza industriale alla fine del 19mo secolo.

Esatto: il sorpasso economico già avviene alla fine degli anni 1880 e gli USA diventano la prima potenza industriale del mondo. Per parlare di sorpasso finanziario bisogna aspettare la fine della Prima Guerra Mondiale, e per quello politico la fine della Seconda. L’impero coloniale britannico crolla ed in questo gli USA sono stati coerenti.

Dopo di che gli Stati Uniti ti vanno a creare un impero informale e non-territoriale.

Si tratta di un imperialismo nell’accezione leninista del termine, ossia di un imperialismo di carattere preminentemente economico. Poi c’è l’aspetto militare, perché gli investimenti all’estero devono essere protetti e sono una questione più delicata rispetto alle esportazioni. In questo senso però gli USA non sono stati la sola potenza imperialista al mondo, ma semplicemente quella che ha avuto più successo.

Con la fine della Guerra Fredda e con la dissoluzione dell’URSS, gli USA hanno assunto, tramite la NATO, una nuova posizione espansionistica e per un po’ è sembrato volessero considerarsi i “padroni del mondo.

Questa ideologia da unici “padroni del mondo” è stata senz’altro diffusa sia tra amici che nemici. Nel mio libro ho cercato di dire che in realtà la caduta dell’URSS è stato per gli Stati Uniti più un problema che un vantaggio. C’è poi una teoria per cui il pericolo principale della politica americana del ‘900 è stata il comunismo. Finita la Guerra Fredda, e caduta quindi la scusa ideologica dell’anti-comunismo, la possibilità di un’alleanza russa se non con la Germania con l’Europa stessa viene bloccata con l’estensione della NATO verso est.

Ma non potrebbe esistere un mondo in cui le grandi potenze accettano tranquillamente le sfere d’influenza individuali senza cercare di intromettervisi? Il caso dell’Ucraina è un buon esempio, in senso negativo.

La tesi delle sfere d’influenza – quelle che venivano chiamate le pan-regioni – è una tesi che si è sviluppata molto negli anni 1910 ed anche prima. Il problema è, come dicevo, che la società capitalista è espansiva che ha la necessità fisiologica di crescere un giorno dopo l’altro, e quindi non c’è mai un limite. I limiti che vengono posti sono artificiali. Gli USA stessi, inizialmente, credevano che il loro limite fosse l’emisfero occidentale. Andare oltre era considerata una follia. Ma poi, alla fine del 19mo secolo oltre ci sono andati. Basti a pensare alla guerra contro la Spagna del 1898 che li portò ad essere una potenza sia atlantica che nel Pacifico.

Cosa dire sul supposto isolazionismo trumpiano?

Penso che l’attuale amministrazione sia totalmente ignorante della storia e degli interessi nazionali degli USA. In questo senso c’è una certa continuità, visto che l’ideologia americana è tendenzialmente astorica. L’attuale isolazionismo è in continuità con un atteggiamento psicologico sviluppatosi alla fine della Guerra Fredda, che era stata presentata come una necessità per bloccare la conquista del mondo da parte del comunismo russo, anche se in realtà la Russia non avrebbe mai potuto farlo. Finita la guerra fredda, è ricominciata, sotto Clinton ed inizialmente sotto Bush Jr. una tendenza isolazionista, interrotta però dall’attacco dell’11 settembre.

Poi però è arrivato Obama…

La politica di Obama quando, usando la sua definizione, ha vinto la “guerra di liberazione contro il Dipartimento di Stato”, sostituendo Hillary Clinton con John Kerry nel ruolo di Segretario di Stato, è diventata una di “retrenchment” che traduco come ‘ritirata ordinata’.

Cosa c’era dietro questa politica?

Il riconoscimento che gli USA non ce la fanno più a sostenere tutto il peso della loro esposizione mondiale perché è in corso un loro relativo declino, nel senso che ci sono altre potenze che crescono più velocemente e quindi gli USA devono rinunciare a certi loro impegni. Obama per esempio diceva che l’impegno USA in Medio Oriente invece di migliorare la situazione la peggiora, indicando in particolare l’esempio libico.

E cosa sta avvenendo con l’amministrazione Trump?

Questa amministrazione continua il ritiro, ma in maniera totalmente disordinata ed imprevedibile: non c’è una linea, non c’è un’idea, non c’è una comprensione di niente. Oggi gli USA sono una potenza acefala, non solo perché guidata da una persona che non capisce nulla di politica, ma perché si è data un obiettivo irraggiungibile, ossia rendere “l’America grande di nuovo”, e sta cercando di farlo semplicemente colpendo nel mucchio.

Perché irraggiungibile?

Perché non ci sono i mezzi economici per farlo: gli USA sono oberati da un debito pubblico spaventoso, e da un grosso debito commerciale, ed i debiti commerciali non si possono risolvere mettendo dei dazi, perché in questo modo aggraveranno, inevitabilmente, la situazione economica statunitense e dei cittadini americani, oltre ad aggravare quella mondiale. Secondo un recente studio se gli USA continuano così si potrebbe ripetere una crisi come quella del 2008, con la differenza che questa volta sarebbe una crisi provocata dal governo stesso.

Che dire sull’attitudine di Trump nei confronti della NATO alla luce degli ultimi sviluppi?

È sempre difficile parlare della posizione di Trump su qualunque argomento, perché è sua abitudine cambiare idea più volte al giorno. La questione della NATO è comunque legata alle scelte strategiche che gli Stati Uniti faranno circa la loro relazione con l’Europa; da un punto di vista geopolitico, la necessità americana è di tenere separata l’Europa (o, per meglio dire, la Germania) dalla Russia: dal 1949 ad oggi, la NATO è servita a questo. In questa fase di shifting power, però, non è escluso che l’America cambi tattica. Per esempio, se volesse usare la Russia in chiave tanto anticinese quanto antieuropea, la NATO perderebbe molta della sua ragion d’essere. L’esigenza che gli altri paesi NATO aumentino il loro budget per la difesa potrebbe essere sia una moneta di scambio nella trattativa più globale con l’Europa, sia la creazione di un pretesto per disimpegnarsi dalla NATO, sia l’uso di una tattica che funzionò bene all’epoca di Reagan, di costringere certi paesi a fare uno sforzo economico tale da metterli in difficoltà. Va da sé che creare difficoltà economiche all’Europa significa creare difficoltà economiche anche agli Stati Uniti. Ma questo, i partigiani dell’America First non lo possono capire.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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