Erdoğan e il golpe all’italiana

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16/07/2016 Gianrolando Scaringi 4813

Tentativo di colpo di stato in Turchia. Notizie che si rincorrono per tutta la notte, solito zapping personale tra i canali all news, attenzione della politica internazionale, governi cauti, opinionisti accesi, un premier in fuga (o forse no) tra Germania e Qatar, borse asiatiche per nulla toccate dall’argomento ed un’idea personale che questo mese di luglio sia qualcosa da dimenticare.

Il tentativo dei militari di prendere il potere in Turchia dura poche ore. Esplosioni nelle caserme, scontri tra polizia – fedele al presidente Erdoğan – e l’esercito in tutte le principali città. Primi istanti di caos, poi giunge la condanna del presidente (in vacanza lontano dalla capitale) con una videochiamata in diretta tv in cui si scaglia contro tutti i golpisti. Tre ore e mezza di confusione, notizie che si rincorrono e, poi, basta. Il golpe fallisce, si annunciano avvenuti arresti e future condanne.

Mentre scorrono notizie, mi balena l’idea che il colpo di stato sia tutta una grande costruzione messa su per rafforzare ulteriormente il governo ultraconservatore di Erdoğan e che, forse, i generali turchi avrebbero fatto meglio a studiarsi un po’ di storia recente italiana, tuffandosi nelle pagine di un fallito golpe vecchio di 46 anni.

Da buoni provinciali italiani crediamo che i colpi di stato siano una cosa da terzo mondo, da posti barbari e lontani (anche se la Turchia non è né barbara né lontana) ma il golpe fatto in casa lo abbiamo avuto anche noi. Correva l’anno 1970 e nella notte tra il 7 e l’8 dicembre il principe nero Junio Valerio Borghese (già comandante della X Flottiglia MAS dal 1 maggio 1943 ed aderente, dopo l’8 settembre 1943, con il proprio reparto alla Repubblica Sociale Italiana) mette in atto un tentativo di colpo di stata progettato nei minimi particolari in accordo con diversi vertici militari e membri dei Ministeri.

Il copione di Borghese è simile a quello turco: occupazione del Ministero dell’Interno, del Ministero della Difesa, delle sedi RAI e dei mezzi di telecomunicazione (radio e telefoni), deportazione degli oppositori presenti nel Parlamento, rapimento del capo dello stato (allora Giuseppe Saragat) e l’assassinio del capo della polizia. A tutto questo si sarebbe stato accompagnato un proclama ufficiale alla nazione, che Borghese stesso avrebbe letto dagli studi RAI occupati.

Il cronoprogramma del golpe turco si muove sulle stesse righe, riesce l’occupazione della televisione di stato, riesce la presa del Ministero della Difesa, riesce anche la presa del palazzo presidenziale. Riesce anche qualcosa di più moderno, come il blocco dei social network. Ma, proprio la facilità di comunicazione che abbiamo solo noi grazie al web, li incastra. Si fanno sentire il presidente, il premier e gli imam. La popolazione si spacca, sfiorando la guerra civile, ma non salva dalla trappola i militari.

Non credo si possa azzardare un colpo di stato fallendo per strada così come accaduto in Turchia. Sia chiaro, io non patteggio per nessuno, patteggio solo per la democrazia, ma pensare di portare a termine un’operazione così grande (quando si ha possibilità di muovere il secondo esercito più grande della Nato dopo gli Stati Uniti) solo con pochi appoggi – così come è stato dichiarato – ha solo due possibilità: o si è completamente folli, o si è caduti in una trappola.

Oggi Erdoğan ha già annunciato duri provvedimenti contro i responsabili. E non passerà, ne sono convito, troppo tempo per aspettarsi leggi speciali contro coloro che minacciano di minare i fondamenti della Turchia democratica. Insomma, si combatte la paura con il terrore, un copione storicamente giacobino che si insegna nel primo semestre al primo anno del corso ufficiale per dittatori. Qui c’è puzza di trappola ben architettata ed i militari ci sono cascati alla grande.

A questo punto, cosa c’entrano Erdoğan, i generali turchi ed un golpe all’italiana? Centrano, perché il golpe Borgese fallisce, ma non per responsabilità esterne: è lo stesso Valerio Junio Borghese a bloccare tutto.

Nella notte dell’8 dicembre 1970 il colpo di stato italiano era in fase di avanzata esecuzione quando, improvvisamente, Borghese ne ordinò l’immediato annullamento. Questo stop sarebbe stato giustificato da un’azione di immediata repressione dello stesso dalle forze governative tramite un piano di contingenza.

Borghese ferma il piano per la paura che la sua azione sarebbe stata usata come scusa per consentire al governo democristiano di emanare leggi speciali. Resosi conto (o, meglio, avvisato da suoi stessi generali collaboratori) della trappola e si sarebbe dunque fermato giusto in tempo: davanti a lui, si stavano organizzando per il contro golpe l’intero esercito italiano e l’arma dei carabinieri, in ogni parte d’Italia.

Se pensate che sarebbe stato davvero impossibile che un governo democristiano potesse usare un tentativo di golpe come scusa per una repressione a proprio vantaggio, tendo a ricordare che i democristiani non erano sempre teneri e cuccioli come si provava a far intendere, ma sapevano ben usare la bruta forza. Borghese lo sapeva e ricordava bene dopo che un colpo di stato democristiano – anzi, democristianissimo – era andato a buon fine solo tredici anni prima (nel 1957) a San Marino (tra l’appoggio silenzioso degli Stati Uniti e le tensioni internazionali provocate da Ho Chi Minh, ma questa è un’altra storia).

Non credo si possano tracciare molte linee di similitudine tra Giuseppe Saragat e Recep Tayyip Erdoğan, ma sono più che convinto che il finale possa essere lo stesso tristemente intuito da Borghese. Ai generali Turchi è mancata la capacità di intuire le possibili conseguenze oppure si erano portati da casa una buona dose d’incoscienza.

Qualunque sia il finale (sperando nel migliore possibile) non posso non fare il tifo per i turchi e per la Turchia. Dovremmo imparare a guardarla con più rispetto e dignità, piuttosto che considerarla un semplice punto di passaggio alla frontiera d’Europa da usare come freno per le immigrazioni e come baluardo contro le crisi orientali. È un paese dalla grande fierezza e dal grande coraggio – lo stesso che non manca di emozionarmi ogni volta che guardo negli occhi una cara amica turca – ed un laboratorio etnico di grande intensità dal quale avremmo solo da imparare. La Turchia non è affatto il «ripostiglio» d’Europa ma la porta più incredibile verso l’occidente.

L'AUTORE
Giornalista atipico, ha iniziato a scrivere quando aveva 4 anni e non ha più smesso. Comunicatore per scelta, dirige e collabora con numerosi uffici stampa nazionali e non nega la sua passione vitale per il teatro e la radio.

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