E poi ci sono i figli degli Orfanotrofi…chiamateli Case Famiglia

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02/10/2015 Aurora Scudieri 905

In questo Blog parlo di mamme, mamme innamorate, esaurite, preoccupate. Parlo di cambiamenti ed evoluzioni che un figlio regala ad una famiglia. Parlo di vita, nuova, diversa, voluta o non prevista ma comunque accolta con amore.

Ma non sempre le cose vanno così. Ci sono volte in cui nei Tags manca la parola Mamma, Papà, Famiglia. Ci sono figli che non lo saranno di nessuno e verranno abbandonati, rifiutati, ceduti. Sono storie tremende e per me incomprensibili. Una donna che ha affrontato l’inferno per dare alla luce suo figlio non può capire come un’altra, che ha l’immensa fortuna di riuscire a farne uno senza bisogno di punture nella pancia, ormoni e anestesie totali, possa decidere di buttarlo via così, magari senza averlo neppure mai visto.

Si parla spesso di madri depresse, madri non madri, che non volevano esserlo e che hanno ceduto alla disperazione. Io non riesco a parlare di “madri” perché trovo che questa sia una parola troppo bella per essere associata a persone che hanno il cuore di lasciare un fagottino in mani ad estranei.
E purtroppo non stiamo parlando di decine, ma di migliaia di piccoli. In Italia, infatti, sono circa 15 mila i bambini senza famiglia, che vivono in strutture di accoglienza, ossia le “Case famiglia” delle quali parleremo qui. Molti di questi piccoli non vengono mai “portati fuori” e diventano grandi, maggiorenni, adulti, in queste realtà. Si tratta di circa 2000 ragazzi l’anno.

Negli ultimi decenni si è cercato di trasformare il luogo freddo e impersonale che era l’orfanotrofio, in un posto più accogliente, dove i bambini più sfortunati potessero crescere. Prima di tutto, nel 2006, gli è stato cambiato il nome: da orfanotrofio si è passati a Casa famiglia. Quei luoghi da film, gestiti da istitutrici, dove i minori dormivano in camerate e condividevano il bagno, hanno lasciato il posto a delle vere e proprie case adibite per accogliere fino a otto bambini seguiti da diverse figure: psicologi, assistenti sociali ed educatori, che forniscono loro il supporto psicologico necessario a vivere in una realtà che non è quella di provenienza.

La Casa famiglia si pone l’obiettivo di trasmettere al bambino una idea di famiglia, almeno fino a quando non arriveranno dei genitori affidatari. I criteri, di legge, sul quale si basano queste strutture sono contenuti nel decreto ministeriale del Ministro per la Solidarietà Sociale del 21 maggio 2001 n. 308[3] emanato ai sensi dell’art. 11 della legge 8 novembre 2000 n. 328.

Scopo della casa-famiglia è quello di ricreare il più possibile un ambiente simile a quello familiare, assistendo i minori fino a quando non vengono affidati temporaneamente, o definitivamente, a una nuova famiglia, oppure fino alla maggiore età. C’è da dire, però, che non tutti i bambini che vivono in queste strutture sono adottabili: molti, infatti, sono stati allontanati dalle famiglie d’origine perché hanno subito maltrattamenti o per inidoneità genitoriale, e il loro riaffido o meno ai genitori dipende da controversie legali che hanno tempistiche molto lunghe.

Le caratteristiche principali di queste Case famiglia sono:

La presenza di figure parentali che la eleggono a loro famiglia, facendone la propria casa a tutti gli effetti.
Il numero ridotto di persone accolte, per garantire che i rapporti interpersonali siano quelli di una famiglia.
L’idea che la casa debba avere le caratteristiche architettoniche di una comune abitazione familiare, compatibilmente con le norme, eventualmente, stabilite dalle autorità sanitarie.
Il criterio che la casa debba essere radicata nel territorio ed usufruire dei servizi locali (negozi, luoghi di svago, istruzione) e partecipare alla vita sociale della zona.

Quasi 30mila i minori fuori dalle loro case d’origine, di cui 1626 minori di sei anni, oltre 1800 le strutture distribuite da Nord a Sud. Troppi. E dei quali non si sa abbastanza. E’ recente la notizia che in Commissione Infanzia e Adolescenza del Senato siano riprese le audizioni per l’indagine conoscitiva sui minori fuori famiglia affinchè questi bambini non paghino anche per un welfare malfunzionante.

 

L'AUTORE
In viaggio da sempre...per arrivare da te. Ogni volta che guardo mio figlio so quanto ho dovuto lottare, soffrire, perdere, per arrivare da lui. Ma ne è valsa la pena perché adesso la luce è ovunque. Racconto di noi, del percorso di Fecondazioni assistite per arrivare da lui, dei dubbi di una mamma ancora tanto inesperta, dei momenti belli e di quelli difficili che fanno parte del meraviglioso mondo della maternità. La difficoltà nel crescerlo, nel trovare un lavoro, nell'imparare ogni giorno ad essere una mamma migliore. Benvenuti nel nostro piccolo mondo "imperfetto".

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