Donald Trump, neoliberismo e xenofobia

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21/02/2016 Attilio De Alberi 2669

La storia e la politica, come la vita in generale, sono piene di ironie e contraddizioni. Tutti i media si sono giustamente concentrati sul diverbio tra Donald Trump, l’eccentrico ma pericoloso miliardario che cerca di arrivare alla Casa Bianca, e Papa Francesco, il papa politico. Pomo della discordia: il muro che Trump vorrebbe erigere (a spese del governo messicano) lungo il  confine che separa gli USA dai cosiddetti wetbacks, ossia ‘schiene umide’, termine derogatorio per indicare i messicani ancora bagnati per aver attraversato il Rio Grande (un po’ come da noi si usa il termine ‘terroni’).

Ma andando ad ascoltare il comizio durante il quale il Berlusconi made in USA si è difeso dall’accusa papale di non essere “un vero cristiano”, scopriamo una cosa non poco importante: Trump attacca pesantemente il fenomeno di delocalizzazione che investe molte compagnie americane (cita la Ford tra le ultime) e che spiegano, almeno in parte, la perdita di lavoro nel territorio USA.  

Difficile dargli torto, ma qui scatta l’ironia: la delocalizzazione è proprio una delle maggiori strategie adottate dal neoliberismo negli ultimi 30 anni per massimizzare i profitti. E’ matematico: se vai ad aprire uno stabilimento dove la manodopera costa di meno, i profitti aumentano.

In un certo senso Trump è coerente su questo punto, invocando appunto una forma nazionalistica del capitalismo. L’ironia è che Trump rimane al tempo stesso un paladino DOC del neoliberismo, in un vero e proprio trionfo di schizofrenia retorica, economica e politica.

E questo ci porta a un’altra considerazione di fondo: la xenofobia per la quale va famoso Trump (ma anche i nostri europei Le Pen, Salvini e Orban), altro non è che una delle tante armi di distrazione di massa adottate dal Sistema (neoliberista) per facilitare il controllo delle masse (ignoranti). E’ uno strumento rozzo, ma efficace, per distrarre il cosiddetto ‘popolo bue’ dai veri problemi delle cosiddette ‘società avanzate’ che sono appunto disoccupazione, squilibrio ecologico e crescente deficit di democrazia (per citare i principali). Non è un caso se Varoufakis nel lanciare recentemente a Berlino, la capitale del neoliberismo europeo, il suo DiEM25 (Democracy in Europe Movement) ha citato il fenomeno della xenofobia come una delle caratteristiche più gravi nella generale disgregazione del continente.

La xenofobia si basa sull’ignoranza e, vista la morte del nostro Umberto Eco, mi viene voglia di citarlo: “Essere di sinistra vuol dire prima di tutto sapere”. La citazione, en passant, è stata fatta al congresso Cosmopolitica che si svolge a Roma questo weekend e che consiglio agli interessati di seguire in live streaming

D’altra parte, come lo stesso Varoufakis ribadisce con vigore, stiamo rivivendo oggi quello che è avvenuto in Europa dopo la crisi di Wall Street del 1929, quando, proprio grazie alla rigida insipienza della democrazia borghese nel controbattere la crisi economica, giunse al potere un personaggio come Hitler, che, bisogna ammettere, molto fece per ristabilire l’autonomia economica della Germania (tra le cose positive, la nazionalizzazione delle banche), ma che ci portò anche la Shoa e la Seconda Guerra Mondiale. Ma è un caso se il capitale tedesco (e mondiale), almeno in prima battuta, accettò e fece buon business con Hitler (a cominciare da Krupp)? Come d’altra parte quello italiano non si scandalizzò di fronte all’arrivo di Mussolini anni prima (a cominciare dalla FIAT)? I conti, ahimè tornano.

Naturalmente bisognerà vedere se Trump, ammesso e concesso che giunga al potere (e se dovesse, forse mi rifugerò in Patagonia, o per andare sul sicuro, magari su Marte), metterà in atto le sue promesse anti-delocalizzazioni. Il ‘personaggetto’ non è un esempio di coerenza, avendo detto pubblicamente che si è sempre opposto alla Guerra in Iraq di Bush & Co., mentre in realtà in quei fatali giorni la appoggiò eccome.  

P.S. Consiglio a tutti la lettura di un’inquietante intervista a Noam Chomsky apparsa su Il Manifesto di sabato 20/2, nella quale il famoso linguista e filosofo americano descrive la destra americana come “un pericolo per l’umanità”.  

 

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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