Clinton o Trump? La Politica USA non sarà comunque più la stessa

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06/11/2016 Attilio De Alberi 3001

Indipendentemente dai risultati dell’ultra-controversa corsa presidenziale americana, prepariamoci a una nuova era nella politica americana, carica di tensioni e di conflitti. Senza dimenticare i potenziali, inquietanti risvolti sulla scena internazionale.

Siamo ormai in dirittura d’arrivo in una delle corse presidenziali più controverse nella storia americana. Mentre le recriminazioni reciproche tra i due campi, e ultimamente anche le ingiurie, si scatenano giorno dopo giorno, il risultato finale sembra rimanere quasi appeso a un filo, dopo la rimonta di The Donald a seguito delle nuove rivelazioni dell’FBI a danno della Clinton.

Ma andiamo un attimo oltre e prepariamoci al dopo elezioni in primo luogo e poi, indipendentemente da chi dei due contendenti s’insedierà alla Casa Bianca, a un mandato presidenziale a dir poco non facile e pieno di pericoli. Qualora vincesse Hillary Clinton, esiste la possibilità che un Partito Repubblicano ormai sul piede di guerra, anche grazie all’impulso di The Donald, decida di provare a mandare avanti una mozione di impeachment contro l’eletta democratica.

A parte questa immediata possibilità, fermo restando un Congresso in mano a una maggioranza GOP, la Clinton avrà un grosso problema nelle nomine della Corte Suprema.

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E poi, qualcuno crede che Trump, in caso di perdita, si decida di tornare alla gestione del suo impero da palazzinaro e ai reality show? Soprattutto prendendo in considerazione il suo patologico narcisismo e il movimento che è riuscito a creare in solo un anno di attivismo politico, The Donald farà di tutto e di più per mettere il bastone tra le ruote della Clinton, sia a livello mediatico che a livello politico, come pungolo di un Partito Repubblicano in buona parte dominato dal suo estremismo di destra (basta pensare al recente endorsement di un personaggio realtivamente moderato come Paul Ryan), o che, pur attaccandolo, sotto sotto la pensa abbastanza come lui.

Al tempo stesso Bernie Sanders, che tra i due mali, ha scelto di appoggiare apertamente la sua avversaria alle primarie, ha già pubblicamente espresso l’intenzione di mandare avanti il suo movimento noto anche come Our Revolution (la Nostra Rivoluzione). Qualcosa ha già ottenuto riuscendo a spostare (relativamente) a sinistra la Clinton per ciò che riguarda la politica economica e sociale.

Comunque si è ormai instaurato in America, la “più grande democrazia del mondo” (e non solo lì) un clima ispirato a quella che viene comunemente chiamata “anti-politica”, un altro modo di dire che sono entrati in gioco degli outsider che ottengono successo proprio perché si scagliano contro un establishment palesemente incapace di soddisfare i bisogni primari dei cittadini. E’ ridicolo però mettere sullo stesso piano Trump, il nuovo arrivato, e Sanders, veterano fin dalla gioventù nella sua genuina e solidale lotta a un sistema corrotto e marcio.

Ma non dimentichiamo che uno dei punti deboli di Bernie è e rimane la politica estera.

Al di là del fatto che ormai la società americana è divisa più che mai su basi sociali e razziali, proprio perché otto anni di Obama non sono riusciti a risolvere fino in fondo i problemi nati dalla delocalizzazione e dalla crisi finanziaria del 2008 (gli USA sono il paese avanzato con il più alto tasso di povertà), è nella politica estera che ci aspettano i più grandi pericoli. Questo naturalmente da una prospettiva di cittadini della “provincia dell’impero”, con un’Europa che non è ancora riuscita a trovare una sua autonomia politica e che le permetterebbe da fare da ponte, o perlomeno da cordone sanitario tra le due superpotenze sempre più ai ferri corti.

Se da un lato avere un personaggio temperamentale come Trump al controllo del bottone nucleare può far paura e può ricordarci un classico film come “Il Dottor Stranamore” di Stanley Kubrick – e al di là delle sue dichiarazioni di isolazionismo dirette comunque a un elettorato che ama concentrarsi più sulle problematiche domestiche – non è che con un personaggio tendenzialmente guerrafondaio come Hillary Clinton nel ruolo di Comandante in Capo potremo faremo necessariamente dei sonni più tranquilli. Soprattutto nel presente clima di Seconda Guerra Fredda.

Un dato rimane: per la prima volta nella storia politica americana il 50% dei due elettorati tradizionali, il democratico e il repubblicano, non apprezza i rispettivi candidati. Un modo statistico per reiterare quello che ha dichiarato il creatore di Wikileaks Julian Assange su The Donald e Hillary: “E’ la scelta tra la peste e la gonorrea”.

E a proposito di Julian Assange v’invito a vedere il video qui sotto, con un ritratto non certo incoraggiante di Hillary Clinton che riceve milioni di dollari da stati come l’Arabia Saudita e il Quatar, pur dichiarando che sono loro a finanziare DAESH. Per chi sospettasse che Wikileaks sia un agente dei russi, arriva la chiara smentita: questa organizzazione è andata a ficcare il naso, e abbondantemente, anche in quel che di marcio c’è nel regime di Putin.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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