Addio all’economista marxista Samir Amin

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18/08/2018 Giulio Chinappi 3897

Dopo Domenico Losurdo nel mese di giugno, l’estate del 2018 ci ha portato via un altro dei più grandi pensatori marxisti della nostra epoca, l’economista franco-egiziano Samir Amin, scomparso il 12 agosto a Parigi a seguito di una lunga malattia.

Nato il 3 settembre 1931 a Il Cairo da padre egiziano e madre francese, Amin si è laureato in scienze politiche a Parigi nel 1952, poi anche in scienze statistiche ed in economia. Già durante la sua permanenza nel Paese natio, dove visse principalmente a Port Said, Amin aveva iniziato la propria militanza politica all’interno del Partito Comunista Egiziano, allora illegale, e che dunque doveva condurre attività principalmente clandestine. In Frrancia, si unì immediatamente al Partito Comunista Francese (PCF), ma dal punto di vista teorico assunse posizioni piuttosto maoiste e critiche nei confronti del socialismo sovietico.

Il suo principale interesse si rivolse allora ai cosiddetti Paesi in via di sviluppo, infatti fu tra i fondatori della rivista “Étudiants Anticolonialistes” (“Studenti Anticolonialisti”), e nel 1957 ottenne la laurea in economia con una tesi intitolata “Le origini del sottosviluppo – Accumulazione capitalistica su scala globale”. Nella sua carriera ha lavorato presso numerose università (Parigi, Poitiers, Dakar) ed ha collaborato negli anni ’60 con il governo del Mali come consigliere economico, per poi diventare coordinatore del Forum del Terzo Mondo.

In questo periodo, Amin formulò soprattutto le sue teorie critiche nei confronti dell’eurocentrismo, che lo portarono ad essere collocato nell’area cosiddetta “terzomondista”, etichetta utilizzata in maniera dispregiativa dagli oppositori di queste posizioni. La sua principale teoria, da questo punto di vista, fu quella dello “sviluppo ineguale” tra il centro del mondo capitalistico, comprensivo di apparati produttivi sviluppati e dove il proletariato tendeva a trasformarsi in una classe media consumatrice, e le periferie del mondo capitalistico, utilizzate soprattutto per l’estrazione delle materie prime e dove il proletariato locale non ha nessuna possibilità di scalare le gerarchie sociali. Critico della globalizzazione e teorico dell’altermondialismo, Amin ha sempre affermato che l’unica soluzione sostenibile era rappresentata da uno “sviluppo marxista”, ed ha dedicato molto tempo allo studio dei sistemi economici precapitalistici nei Paesi colonizzati d’Africa e d’Asia.

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Amin è stato un ardente sostenitore del mondo multipolare, soprattutto quando gli Stati Uniti hanno assunto l’egemonia globale, ovvero a partire dagli anni ’90, dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica: “naturalmente – scriveva Amin – questo comporta la sconfitta del progetto egemonico di Washington per il controllo militare del pianeta”. Dal suo punto di vista, l’Europa avrebbe dovuto guardare alla Russia per tentare di costruire un’alleanza in grado di contrastare lo strapotere statunitense, dando la priorità alla “costruzione di un’alleanza politica e strategica Parigi-Berlino-Mosca, da estendere se possibile anche a Pechino e Nuova Delhi” al fine di “mettere in piedi una forza militare del livello necessario per sfidare gli Stati Uniti”.

L’antiamericanismo di Amin andava anche oltre, affermando che Washington pianificava l‘estensione della Dottrina Monroe all’intero globo terracqueo, passando dalla logica “l’America agli americani” a quella “la Terra agli americani”. Nel proprio libro dedicato all’argomento, pubblicato nel 2006, viene cofrontato addirittura il progetto egemonico statunitense a quello della Germania nazista hitleriana: “La creazione di un fronte contro l’egemonismo è la massima priorità odierna, come lo fu la creazione di un’alleanza anti-nazista”.

Proprio questo suo punto di vista lo portò a criticare fortemente il progetto dell’Unione Europea, almeno l’Unione Europea come la conosciamo oggi. Il pensatore franco-egiziano, infatti, spiegava che l’UE non era un progetto “europeista”, ma piuttosto “la parte europea del progetto americano”, dunque pienamente funzionale all’egemonia globale di Washington. Di conseguenza, Amin era favorevole allo scioglimento dell’Unione Europea ed all’abbandono della NATO da parte dei Paesi europei, al fine di mettere a punto un’alleanza eurasiatica con Russia, Cina, India ed il resto del “vecchio mondo”.

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Nei suoi scritti, Amin critica poi la democrazia occidentale, in particolar equella messa in piedi nella cosiddetta “storica triade imperialistica”, composta da Stati Uniti, Europa Occidentale e Giappone, dove il potere assoluto si trova nelle mani delle oligarchie finanziare nazionali ed internazionali. “Queste – scrive Amin – controllano da sole l’intero sistema produttivo nazionale, riuscendo a ridurre al minimo le piccole e medie imprese dell’agricoltura, dell’industria e dei servizi allo stato di subfornitori per il beneficio esclusivo del capitale finanziario”. Le oligarchie finanziarie controllano poi anche il sistema politico, approfittando della democrazia borghese e rappresentativa, in quanto sono riuscite ad “addomesticare tutti i partiti di destra e di sinistra”, grazie anche al controllo dei mezzi di informazione. “Nessuno di questi aspetti della dittuatura dell’oligarchia viene messo in discussione dai movimenti sociali e politici di quei Paesi, soprattuto negli Stati Uniti”, conclude Amin in un articolo scritto dopo l’elezione di Donald Trump.

Infine, soprattutto negli ultimi anni, Amin si è dedicato allo studio dell’Islam politico, che critica sempre da un punto di vista marxista. Piuttosto che concentrarsi sul presunto “scontro culturale” (o “di religioni”) tra mondo occidentale e mondo islamico, Amin fa notare che l’Islam politico tende al mantenimento dello status quo: infatti, pur schierandosi nella retorica contro il mondo occidentale, non mette a repentaglio quelle che sono le fondamenta del sistema capitalista, difendendo la proprietà privata e distogliendo l’attenzione dal conflitto di classe, legittimando dunque le diseguaglianze tra ricchi e poveri e tra uomini e donne, tutti prerequisiti della produzione capitalistica. Nona caso, ricorda spesso come “il jihadismo sia l’inevitabile prodotto del continuo supporto della triade all’Islam politico reazionario ispirato e finanziato dal wahhabismo (l’Arabia Saudita, ndr)” che “allo stesso tempo offre il miglior pretesto per dare un’apparenza di legittimità agli interventi della NATO”.

BIBLIOGRAFIA

AMIN, Samir (1973), Le developpement inegal. Essai sur les formations sociales du capitalisme peripherique
AMIR, Samir & EL KENZ, Ali (2005), Europe and the Arab world; patterns and prospects for the new relationship
AMIN, Samir (2006), Beyond US Hegemony: Assessing the Prospects for a Multipolar World
AMIN, Samir (2008), Modernité, religion et démocratie : Critique de l’eurocentrisme et critique des culturalismes
AMIN, Samir & MEMBREZ, James (2008), The World We Wish To See; Revolutionary Objectives In The Twenty-First Century
AMIN, Samir (2016), The Election of Donald Trump

di GIULIO CHINAPPI

L'AUTORE
Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate del web. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzzione dei bambini in Vietnam".

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