I doppi standard sono uno dei punti chiave attraverso cui si affronta il tema del sessismo. Oggi ne analizziamo uno che raramente viene preso in considerazione, anche perché va a sfavore degli uomini. il concetto di doppio standard può essere utile per evidenziare disparità di trattamento o differenze inconsce nella visione di uomini e donne; uno di quelli che si citano più spesso riguarda la condotta sessuale libertina, fonte di giudizio e insulto nelle donne e di approvazione negli uomini. Ovviamente si tratta di osservazioni generiche e quindi molto imprecise, ma che danno un’idea del quadro. L’uso dell’esempio del doppio standard diventa un problema quando viene fatto acriticamente, esagerando, cercandolo in modo forzato.
Premesso questo, quindi, riporto un esempio di doppio standard a sfavore degli uomini, e cioè l’ambito del reato violento, in particolare dell’omicidio-suicidio. Solitamente abbiamo notizia di tipi diversi di casi a seconda del sesso: uomini che uccidono le compagne e si suicidano, donne che uccidono i figli e si suicidano. Il primo caso è quello che viene definito ora anche dal punto di vista legislativo come femminicidio; il secondo caso è invece più complesso da denominare, perché parliamo di infanticidio quando una madre uccide il proprio figlio entro le 24 ore di vita, e questa definizione in Italia riguarda solo la madre (chi partorisce cioè); dopo le 24 ore invece si parla genericamente di figlicidio, che lo compia la madre o il padre o chiunque altro.
Quest’ultima parola, figlicidio, è poco diffusa nel quotidiano e raramente la sentiamo sui giornali in occasione di notizie di questo tipo. Tendiamo a usare infanticidio in modo più esteso, ma a dire il vero nemmeno questa parola è troppo frequente: si usano piuttosto perifrasi, come ‘madre butta il figlio dalla finestra’, ‘neonata trovata morta’ ecc.
Sentiamo invece spessissimo il termine femminicidio, ormai da molto tempo. E infatti, l’alone che accompagna queste due parole è un pochino diverso, il che è interessante considerando che si tratta di due gesti molto simili.
Nel caso del femminicidio, noi non possiamo non pensare che si tratti di qualcosa di negativo: chi lo ritiene bello o giusto è una minoranza di persone, che oltretutto sa di poterlo dire soltanto da dietro uno schermo, eccetto contesti particolarmente brutti che senz’altro esisteranno ma che rappresentano eccezioni. È automatica (giustamente) l’associazione tra femminicidio e atto orribile.
Nel caso dell’infanticidio/figlicidio non è lo stesso. La parola rimanda più a un ambito e a un immaginario tecnici che a emotivi: è l’uccisione di un bambino o di un figlio, che poi ovviamente sarà ritenuta una cosa negativa, ma come effetto del concetto e non della parola. Cambia insomma la percezione che ne abbiamo collettivamente, dovuta al modo e alla frequenza con cui se ne parla a livello mediatico.
Sempre di più, recentemente, quando avviene che una madre commetta un figlicidio, si menziona quasi immediatamente un suo possibile malessere. Questo fa scattare un’indulgenza preventiva dovuta alla possibilità che la donna soffrisse di depressione post partum: è ragionevole pensare che abbia commesso un atto così orribile perché gravemente in difficoltà.
Non entro nel merito di questo delicatissimo tema, ma chiarisco solo per fugare dubbi: non sminuisco per niente una simile condizione, né intendo negare che non venga adeguatamente trattata. Il mio unico discorso qui riguarda la percezione pubblica di un omicidio a seconda delle circostanze in cui viene commesso e del sesso di chi lo mette in atto.
Dopo l’associazione infanticidio-depressione post partum, ovviamente per lo più non confermata dagli esperti o dagli investigatori, arriva quella che si risolve nella benevolenza o anche nell’assoluzione: non è colpa della donna, perché stava vivendo una condizione di sofferenza che evidentemente non è stata riconosciuta o presa adeguatamente sul serio. Questa cosa può essere vera in alcuni o anche molti casi, ma è evidente che meccanismo si inneschi: il fatto viene usato come testimonianza ennesima delle discriminazioni sulle donne, in questo caso a livello sanitario e in relazione al momento della maternità.
Di conseguenza, la donna apparirà tanto più una vittima, perché non lo è solo della condizione di malessere ma anche di uno Stato che evita di porgerle aiuto. Questo porta quasi sempre a una partecipazione emotiva molto forte da parte del pubblico nei confronti della madre, e ultimamente anche a qualche giorno di discussioni sul tema della salute mentale in gravidanza e dopo il parto.
Nel caso del femminicidio, invece, la variabile della salute mentale sembra sparire: chi uccide la compagna è un uomo normale, il cosiddetto figlio sano del patriarcato. Il suo gesto viene attribuito o a semplice crudeltà – e questo ovviamente non genera empatia – o alla mentalità sessista in cui l’uomo è stato sempre immerso, di cui però è al contempo ritenuto colpevole. È raro che la prima ipotesi davanti a un femminicidio sia “probabilmente soffriva molto, aveva qualche problema non diagnosticato o sottovalutato”.
Questo non è che derivi da una nostra conoscenza di studi e dati che ci permetta di affermare che una donna che uccide il figlio sarà al 90% depressa e un uomo che uccide la compagna sarà al 90% totalmente lucido e cattivo; deriva solo da una nostra impressione. Lo vediamo anche dal fatto che quando di un colpevole di femminicidio si rivela la situazione clinica e si scopre che c’erano problemi di salute mentale, questo non porta neanche lontanamente a un’assoluzione. Ricordiamo su tutti il ragazzo che si suicidò in carcere dopo la condanna.
Non che un tipo di reazione sia così tanto preferibile rispetto all’altro. L’indulgenza non è una cosa negativa se ci permette di sospendere per un attimo il giudizio, così come non è una cosa negativa la condanna se viene fatta in modo misurato; ma questo perché in generale noi non abbiamo elementi sufficienti per commentare una notizia sulla base di quello che dice il giornale o il criminologo in tv, quindi dovremmo rimanere equilibrati tra la possibilità di comprendere un eventuale disagio e la necessità di condannare un atto violento – le due cose, del resto, non sono in contraddizione.
Anzi, il fatto che non vogliamo minimamente tener conto della condizione mentale di un uomo che uccide una donna è proprio uno dei fattori che portano automaticamente a ritenere il ‘patriarcato’ (più propriamente la mentalità maschilista) la causa primaria del femminicidio. Se anche in questo caso prendessimo in considerazione altre cause, potremmo forse parlare di prevenzione generale sulla salute mentale, oltre che di attenzione specifica alle future e neo madri.








