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Il Nicaragua sotto assedio, nuovo obiettivo di Washington

Postato il Maggio 4, 2018 Giulio Chinappi 0

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Prosegue l’opera di destabilizzazione e di ribaltamento dei governi dei Paesi progressisti dell’America Latina da parte degli Stati Uniti: dopo i colpi di stato in Honduras, Paraguay e Brasile, dopo le vicende elettorali di Argentina ed Ecuador, e dopo la lunga campagna contro il governo chavista del Venezuela, il Nicaragua è divenuto il nuovo obiettivo di Washington.

IL NICARAGUA NELLO SCACCHIERE REGIONALE E GLOBALE

Piccola repubblica centroamericana abitata da quasi sei milioni di persone, il Nicaragua ha a lungo fatto parte del cosiddetto gruppo delle “Repubbliche delle banane”, composto da quei Paesi (Honduras, Guatemala, Costa Rica, El Salvador e, appunto, Nicaragua) i cui governi altro non erano che fantocci degli Stati Uniti, pronti a svendere le proprie terre per soddisfare gli interessi delle multinazionali nordamericane. Non è infatti un caso che, già agli inizi del XX secolo, gli Stati Uniti avevano individuato il Nicaragua, e non Panama, per la costruzione di un canale che collegasse l’Oceano Atlantico a quello Pacifico (tema sul quale torneremo in seguito).

Per oltre un ventennio, dal 1912 al 1933, il Paese fu occupato dalle truppe a stelle e strisce, fino a quando la guerriglia guidata da Augusto César Sandino non prese il sopravvento. Dopo una serie di colpi di stato ed omicidi politici, il Nicaragua sembrava essere tornato nell’orbita statunitense, ma nel 1961 emerse il Frente Sandinista de Liberación Nacional (FSLN), movimento di ispirazione comunista che traeva il nome proprio da Sandino e che combatteva contro la dittatura dinastica della famiglia Somoza, appoggiata da Washington.

Nel 1979, i sandinisti riuscirono a rovesciare il regime di Somoza, ma allo stesso tempo nacquero i noti gruppi militari denominati Contras, finanziati illegalmente dagli Stati Uniti per ribaltare i legittimi governi in Nicaragua ed Honduras. Anche per via di questa continua opera di destabilizzazione, nel 1989 la destra filostatunitense vinse le elezioni, mettendo fine al processo rivoluzionario e mantenendo il potere fino al 2006, quando il Nicaragua tornò a svoltare a sinistra con l’elezione dell’ex rivoluzionario sandinista Daniel Ortega.

Già capo di stato tra il 1985 ed il 1990, Ortega ha imposto un netto cambiamento di rotta alla politica estera del Nicaragua, allineandosi con il gruppo dei Paesi progressisti del continente, allora guidato dal presidente venezuelano Hugo Chávez, e che in quel momento storico si trovava in una fase di grande espansione. Ortega aderì subito all’ALBA(Alleanza bolivariana per le Americhe), il gruppo, nato nel 2004 come un accordo bilaterale tra Venezuela e Cuba, voluto dallo stesso Chávez per contrastare l’avanzata dell’imperialismo statunitense nel continente latinoamericano.

Come se non bastasse, il governo di Managua ha iniziato a stringere accordi economici e militari importanti con la Cina e con la Russia. Tra questi, il più noto è certamente quello che prevede la costruzione del Canale del Nicaragua, un progetto che riporterebbe in auge proprio quello proposto dagli Stati Uniti all’inizio del secolo scorso. Alla sua realizzazione, questo rappresenterebbe una nuova via di passaggio dall’Oceano Atlantico a quello Pacifico, ed andrebbe chiaramente a ledere gli interessi di Washington a causa della più che probabile concorrenza che il nuovo canale farebbe al Canale di Panama, de facto controllato dagli Stati Uniti anche dopo la restituzione de jure al governo panamense. Come anticipato, la costruzione del canale è stata affidata ad un consorzio cinese (in realtà di Hong Kong, l’HK Nicaragua Canal Development Investment Co.), e parallelamente il governo sandinista ha stretto un’importante alleanza militare con la Russia.

La costruzione del Canale del Nicaragua, tra l’altro, sarebbe funzionale non solamente alla penetrazione cinese del continente, ma anche ad altri due Paesi invisi a Washington: il Venezuela, che potrebbe aumentare le proprie esportazioni di petrolio verso l’Asia, e Cuba, situata nella posizione strategica di scalo quasi obbligato sulle rotte caraibiche, tant’è che L’Avana si è già prodigata nella costruzione del fulcro logistico di Puerto Mariel.

Insomma, come i lettori avranno capito, gli Stati Uniti hanno molteplici interessi per destabilizzare la vita politica del Nicaragua e causare la caduta del governo sandinista guidato da Daniel Ortega.

IN NICARAGUA SI RIPETE LO SCENARIO VENEZUELANO

Come prevedibile, il metodo utilizzato per la destabilizzazione del governo locale ricalca quello già visto in Venezuela ed in altri Paesi del continente. Il fattore scatenante, almeno secondo la narrazione dominante, sarebbe questa volta da ricercarsi nella riforma del istema di previdenza e sicurezza sociale, varata dal governo lo scorso 16 aprile.

I gruppi della destra non hanno mancato l’occasione per lanciare la campagna contro Ortega ed organizzare manifestazioni, spesso degenerate nella violenza e nel saccheggio di negozi, fino ad arrivare all’omicidio del giornalista Ángel Eduardo Gahona, inviato a documentare i fatti nella città di Bluefields: tutti gli elementi che ricordano i “colpi di stato morbidi” che ultimamente vanno di moda nel continente. “L’obiettivo di coloro che dirigono questi piani criminali è quello di distruggere l’immagine del Nicaragua”, ha tuonato Ortega.

Ma quale sarebbe il problema di fondo della riforma voluta dal governo sandinista? Quello di toccare gli interessi dei ricchi e delle grandi imprese. Le misure prese da Ortega, infatti, sono volte ad evitare la privatizzazione del sistema di sicurezza sociale ed ampliare l’accesso alle cure mediche per la popolazione. Al contrario di quanto accade in Europa, inoltre, l’età pensionabile resterebbe la stessa, 60 anni, una delle più basse al mondo, con appena quindici anni di contributi versati.

A far storcere il naso alle destre è stato dunque l’aumento dei contributi richiesti alle imprese, che dovranno versare il 22.5% contro il 19% dovuto in precedenza, mentre la quota dei lavorati resterà pressappoco invariata, passando dal 6.25% al 7%. L’unico pretesto trovato per cercare di coinvolgere la popolazione è stata la decisione di abbassare le pensioni del 5%, omettendo però un punto fondamentale: dal 2006, quando Ortega è tornato al potere, la pensione minima è stata innalzata del 386%, con un netto miglioramento delle condizioni di vita per le classi sociali più povere.

In seguito alle manifestazioni che hanno avuto luogo nel Paese, il partito di governo ha rilasciato un comunicato ufficiale, nel quale si legge: “La previdenza sociale in Nicaragua è stato uno degli aspetti in cui maggiori sono stati i risultati positivi nel miglioramento delle condizioni di vita del popolo. La quantità dei vantaggi resi agli assicurati e la copertura di detti vantaggi nei confronti della popolazione sono aumentati esponenzialmente con il ritorno del sandinismo al potere nel 2007. […] Il Fondo Monetario Internazionale e l’impresa privata organizzata nel Consiglio Superiore dell’Impresa Privata (COSEP), hanno chiesto l’applicazione delle tipiche misure neoliberiste sull’argomento: innalzare l’età pensionabile e la quantità di settimane necessaria per accedervi”. Un diktat al quale il governo di Managua non si è voluto piegare, come avrebbero fatto altri: ecco, dunque, la vera colpa di Daniel Ortega.

CONCLUSIONE: LE TATTICHE DELL’IMPERIALISMO DEL XXI SECOLO

Il Nicaragua, come anticipato, rappresenta l’ennesimo esempio di aggressione imperialista da parte degli Stati Uniti in America Latina. Dall’altra parte dell’Oceano, invece, scenari diversi si svolgono in Africa ed in Medio Oriente, dove, oltre all’imperialismo a stelle e strisce, è presente anche la sua versione europea da parte dei nostalgici della colonizzazione. In base a ciò, possiamo tracciare un breve schema di come gli Stati Uniti abbiano diversificato le proprie tattiche imperialiste, circoscrivendo le operazioni militari.

In America Latina, non abbiamo assistito – per ora – ad interventi armati diretti da parte degli Stati Uniti. Le tattiche adottate si suddividono dunque in:

– colpi di stato giudiziari (in Honduras nel 2009, contro Manuel Zelaya Rosales: in Paraguay nel 2012 contro Fernando Lugo; in Brasile nel 2016 contro Dilma Rousseff ed ora per evitare la candidatura di Lula);

– formazione e sostegno di gruppi antigovernativi al fine rivesciare i governi (in Brasile prima del golpe, in Venezuela contro Nicolás Maduro ed ora in Nicaragua contro Daniel Ortega), tattica applicata anche nei Paesi dell’ex Unione Sovietica attraverso le rivoluzioni colorate con un buon tasso di successo (in Georgia nel 2003, in Ucraina nel 2004 ed in Kirghizistan nel 2005, mentre è fallita quella in Bielorussia contro Alexander Lukashenko);

– campagne di propaganda antigovernativa per favorire l’elezione di candidati filostatunitensi (Mauricio Macri in Argentina nel 2015) o favorire cambi di bandiera da parte dei presidenti eletti (Lenín Moreno in Ecuador nel 2017).

Diverso il discorso per quanto riguarda l’universo africano e mediorientale, nel quale l’intervento militare ha ancora un ruolo preponderante. In questo caso abbiamo due tipi di interventi, tanto da parte degli Stati Uniti quanto da parte delle principali potenze europee:

– quelli per favorire la caduta di presidenti ostili (in Iraq nel 2003 contro Saddam Hussein: in Libia nel 2011 contro Mu’ammar Gheddafi; ora in Siria contro Bashar al-Assad);

– quelli per difendere governi accondiscendenti, operati soprattutto dalla Francia nelle sue ex colonie (in Mali dal 2012, in Repubblica Centrafricana dal 2013), ma anche da Gran Bretagna e Stati Uniti (Somalia in diverse occasioni, nonostante il governo di Mogadiscio abbia un valore quasi nullo).

di GIULIO CHINAPPI

#Canale del Nicaragua#Managua#Nicaragua#stati uniti

Pubblicato da

Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato a Gaeta il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato in "Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale" all'Università "La Sapienza" di Roma, e successivamente in "Scienze della Popolazione e dello Sviluppo" presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha poi conseguito il diploma di insegnante TEFL presso la University of Toronto. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori. Ha pubblicato numerosi articoli su diverse testate online. Nel 2018 ha pubblicato il suo primo libro, "Educazione e socializzazione dei bambini in Vietnam", Paese nel quale risiede tuttora.


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