"Matrix non vuole che voi siate liberi, vuole che siate dipendenti."
- Andrew Tate
Tutti noi, almeno una volta, abbiamo parlato con un ragazzo che citasse una perla di Andrew Tate. Che lo facesse seriamente o in modo ironico, poco importa: il punto è che lo conosceva. Lo conosceva per via di quelle uscite al limite della misoginia, pensate per intercettare un modello maschile che cercava attivamente quel tipo di riferimento.
Dietro il suo fenomeno c’è un’analisi ben precisa da fare.
Andrew Tate rappresenta un fenomeno di internet profondamente anomalo, perché è una creatura generata interamente dalle logiche della rete. Che circolasse sotto forma di meme o di un post serio, ogni frammento ha finito per convogliare nello stesso imbuto di visibilità, alimentando la sua ascesa (potremmo dire un po’ come Vannacci). Se ci fosse stata una netta e immediata condanna collettiva di quelle “perle”, la traiettoria sarebbe stata ben diversa; invece, internet si è spaccato: chi lo giudica come un completo inetto, schiavo dell’algoritmo, e chi invece si è fatto soggiogare dal suo charme.
LA NASCITA DEL “MITO”
La traiettoria pubblica di Andrew e Tristan Tate non è un semplice incidente di percorso algoritmico, né la classica storia di self-made men sbucati dal nulla. È un’operazione industriale di ingegneria sociale e neuromarketing, costruita sfruttando le vulnerabilità strutturali delle piattaforme digitali e la polarizzazione del dibattito di genere online.

Le radici affondano tra Washington D.C., dove i fratelli nascono il 1° dicembre 1986 (Andrew) e il 15 luglio 1988 (Tristan) da Emory Tate, maestro internazionale di scacchi, e Luton.
Andrew si afferma nel mondo della kickboxing vincendo titoli mondiali ISKA, mentre il primo vero assaggio di esposizione mediatica di massa arriva nel 2016 con la partecipazione di Andrew al Grande Fratello britannico, da cui viene espulso d’urgenza dopo pochi giorni in seguito alla diffusione di un video che solleva immediate polemiche pubbliche. Subito dopo, tra il 2017 e il 2018, i fratelli si stabiliscono a Bucarest, investendo capitali nell’apertura e nella gestione di una catena di webcam studios. Questa infrastruttura imprenditoriale, basata sullo sfruttamento e sull’impiego di numerose donne, diventerà il nucleo centrale delle future inchieste giudiziarie della Direzione per le Investigazioni sulla Criminalità Organizzata e il Terrorismo (DIICOT).
Il vero salto di scala avviene tra il 2020 e il 2022 grazie all’esplosione algoritmica e al modello della Hustler’s University. Sfruttando l’ascesa dei formati brevi durante la pandemia, Andrew Tate istituisce un sistema di marketing piramidale in cui migliaia di utenti vengono incentivati a ripubblicare clip estrapolate dai suoi podcast su TikTok e YouTube Shorts, saturando i feed globali con contenuti incentrati su ricchezza ostentata e iper-mascolinità.
Ed è qui che il personaggio Tate incontra perfettamente la logica dei social, perché il contenuto non deve più essere necessariamente prodotto e distribuito dalla persona che lo ha creato: basta fornire una quantità sufficiente di materiale riconoscibile e lasciare che siano gli stessi utenti a trasformarlo in migliaia di frammenti, dai podcast alle interviste, dalle frasi sulle donne alle automobili, dai discorsi sul denaro alle provocazioni più estreme.
Le clip diventano quindi il vero motore della crescita, perché ogni iscritto ha un incentivo a far circolare il personaggio e ogni piattaforma offre un ambiente nel quale il contenuto breve, polarizzante e facilmente riconoscibile può essere replicato quasi all’infinito.
E QUI ARRIVA IL CLICHÈ DI INTERNET
Ovvero che non era necessario essere d’accordo con Tate per contribuire alla sua popolarità.
Il ragazzo che condivideva una clip perché trovava geniale quello che diceva, quello che la pubblicava per dimostrare quanto fosse misogino e quello che la trasformava in un meme stavano utilizzando motivazioni completamente diverse, alla fine contribuivano tutti alla stessa circolazione del personaggio.
È uno dei meccanismi più importanti dell’economia dell’attenzione, perché la piattaforma non deve necessariamente sapere se stai ridendo con qualcuno o di qualcuno: quello che conta è che tu abbia guardato il video, lo abbia commentato, lo abbia condiviso o abbia prodotto un’altra conversazione intorno a quel contenuto.
Ed è proprio per questo che la polarizzazione può diventare economicamente utile.
MA… ARRIVA IL MATRIX
Nel momento in cui le principali piattaforme iniziano a prendere provvedimenti contro i suoi account nel 2022, la storia avrebbe potuto teoricamente concludersi lì, ma succede esattamente il contrario, perché la rimozione viene incorporata nella narrazione che Tate aveva già costruito:
“Se il sistema ti sta censurando, puoi sostenere che la censura dimostri che il sistema ha paura di te.”
La Matrix, quindi, diventa un concetto praticamente impossibile da confutare dall’interno della narrazione, perché anche l’opposizione può essere interpretata come una conferma dell’esistenza del nemico; ed è probabilmente qui che Tate smette definitivamente di essere soltanto un influencer controverso e diventa qualcosa di più vicino a un’identità collettiva, perché chi lo segue non sta necessariamente comprando soltanto un corso su come fare soldi: sta entrando in una comunità nella quale gli viene proposta una precisa interpretazione del mondo e, soprattutto, una spiegazione molto semplice delle proprie frustrazioni.

IL PUBBLICO, PERÒ, NON È NATO DAL NULLA
Sarebbe, però, facile commettere l’errore opposto e raccontare i suoi follower come una massa di ragazzi semplicemente incapaci di distinguere una provocazione dalla realtà, perché il successo di Tate diventa molto più comprensibile se si osservano le condizioni culturali dentro le quali quella comunicazione si inserisce.
Una parte dei giovani uomini vive infatti una serie di tensioni molto concrete legate al rapporto con il lavoro, al denaro, alla solitudine, alle relazioni, alla costruzione della propria identità e alla difficoltà di individuare modelli di mascolinità che non siano semplicemente la riproposizione di quelli “tradizionali”.
Tate entra precisamente in questo spazio e propone una risposta estremamente ordinata a problemi che ordinati non sono affatto: se non hai successo economico, devi diventare più ambizioso; se non hai relazioni, devi diventare più desiderabile; se ti senti debole, devi costruire forza; se sei frustrato, devi smettere di ascoltare chi ti dice che il problema sia dentro di te.
È una formula molto potente perché trasforma l’insicurezza in un progetto di miglioramento personale, ma contemporaneamente offre anche una spiegazione esterna per tutto ciò che non funziona.
Il problema, naturalmente, è che una società non può essere spiegata interamente attraverso una serie di slogan sulla disciplina, sul denaro e sulla forza, e proprio qui emerge la distanza tra una narrazione estremamente efficace e la complessità della realtà che pretende di descrivere.
Le dichiarazioni sulle donne, infatti, non sono un elemento separato dal resto della costruzione Tate, perché si inseriscono perfettamente dentro il modello di mascolinità che il personaggio propone: l’uomo deve essere dominante, economicamente indipendente, sessualmente desiderato e soprattutto capace di esercitare controllo, mentre le relazioni vengono spesso raccontate attraverso una gerarchia nella quale l’uomo occupa una posizione di comando.
Per questo limitarsi a dire che Tate “dice cose misogine” è corretto ma insufficiente, perché non spiega perché quelle stesse affermazioni siano diventate così funzionali alla sua crescita. La provocazione gli permette di distinguersi, la distinzione genera discussione, la discussione produce distribuzione e la distribuzione porta nuovi utenti davanti al personaggio, che a sua volta può proporre loro non soltanto le proprie idee sulle donne, ma anche un intero modello di vita fatto di ricchezza, disciplina, successo e appartenenza.
La misoginia, quindi, non è semplicemente una caratteristica del personaggio: diventa parte del suo linguaggio di riconoscimento.
MA POI C’È LA QUESTIONE GIUDIZIARIA, CHE LI CACCIA DAL “MATRIX”
Parallelamente alla costruzione del fenomeno digitale, Andrew e Tristan Tate sono diventati protagonisti di procedimenti giudiziari estremamente seri in Romania e nel Regno Unito, ed è proprio qui che il racconto deve necessariamente cambiare registro, perché sarebbe riduttivo continuare a parlare di loro esclusivamente come influencer controversi.
Nel dicembre 2022 i fratelli sono stati arrestati in Romania nell’ambito di un’indagine che comprendeva accuse di tratta di esseri umani, stupro e costituzione di un gruppo criminale organizzato, accuse che entrambi hanno negato; il procedimento ha poi attraversato diverse fasi giudiziarie e nel tempo sono emerse ulteriori contestazioni, anche a livello internazionale.
Questi elementi vanno però raccontati con una precisione che spesso sui social viene completamente persa: un’accusa non è una condanna, e quindi non è corretto presentare come fatti definitivamente accertati circostanze che sono ancora oggetto di procedimento, così come sarebbe scorretto utilizzare l’assenza di una sentenza definitiva per sostenere che quelle vicende giudiziarie siano irrilevanti.
Il punto, per chi osserva il fenomeno mediatico Tate, è che la sua immagine pubblica ormai vive dentro questa contraddizione: da una parte c’è il personaggio che continua a presentarsi come uomo di successo capace di vedere ciò che gli altri non vedono, dall’altra c’è una vicenda giudiziaria internazionale che da anni accompagna la sua esposizione pubblica.








