Siamo abituati a sentir parlare di mascolinità+aggettivo qualsiasi purché negativo: tossica, performativa, egemonica, fragile e così via. Man mano che si va avanti nell’indagine di questi fondamentali aspetti della vita umana sembra che gli studiosi – per chiamarli così – acquisiscano progressivamente sicurezza di sé e ritengano di potersi spingere un po’ più in là.
E così, siccome la storia del patriarcato che rende violenti non è mai abbastanza, si è proceduto a piazzare il problema del maschio in altri contesti. Un po’ dappertutto, cioè; del resto, il maschio è un problema di suo. Una di queste branche di studi meravigliose si chiama ECOFEMMINISMO, e sostiene che le forme di dominio esercitate sugli esseri umani e quelle esercitate sulla natura siano storicamente e culturalmente collegate. Esseri umani maschi, è ovvio.
Un concetto di cui si discute in questa serissima disciplina è quello, appunto, di petromascolinità. Dobbiamo la geniale invenzione alla politologa Cara Daggett, che lo ha introdotto in un articolo del 2018, Petro-masculinity: Fossil Fuels and Authoritarian Desire, pubblicato su Millennium: Journal of International Studies.1 In questa riflessione teorica dalla dubbia validità, l’autrice sostiene che i combustibili fossili sostengano in qualche modo il patriarcato, pertanto il fatto che oggi si cerchi di ridurne l’uso provoca ansia nel maschio etero dominatore, che sente minacciato il suo potere. Di conseguenza, quindi, i combustibili fossili possono anche essere usati come pratica compensatoria in reazione ai problemi sollevati in ambito di genere e climatico. Non scherzo: ho ripreso testualmente l’abstract dell’articolo.
Non si tratta di uno studio, ma di un articolo teorico. Daggett dice esplicitamente che sta facendo una “lettura femminista” del negazionismo climatico e del sostegno ai combustibili fossili e che condurrà una “analisi psicopolitica” dell’autoritarismo, che a quanto pare è legato a doppio filo al carbone. Da questa profonda meditazione esce fuori l’idea che petrolio e compagnia non siano soltanto una questione di profitto, ma anche
di identità. Tutto è identitario oggi.
Precedo le giuste obiezioni: un articolo non è meno valido perché è teorico, e questo, come anche altri, non nasce dal niente ma tiene conto di una tradizione filosofica pregressa a volte anche molto nobile. Il problema è quando le teorie sono campate in aria e basate su fallacie logiche e per di più usano a sostegno ricerche fatte coi piedi, oltre a pretendere di essere realmente predittive del comportamento umano.
L’autrice premette che “sebbene la misoginia e il negazionismo climatico siano spesso trattati come dimensioni separate dei nuovi movimenti autoritari, un’analisi della petromascolinità mostra che si costituiscono reciprocamente, con l’ansia di genere che si insinua insieme all’ansia climatica e la violenza misogina che a volte si manifesta come violenza fossile [legata ai combustibili fossili].”
Misoginia e negazionismo vengono ritenuti separati: inaudito! È palese infatti che l’ansia di genere (?) provochi la VIOLENZA FOSSILE, altro bel neologismo di questo mondo. Si parla anche di violenza estrattiva, insomma sono concetti legati al colonialismo e indicherebbero il fatto che quando si colonizza un luogo se ne sfruttano le risorse ambientali privandone gli indigeni.2 Ovviamente è una cosa vera, il problema è come viene raccontata: tutto è violenza e tutta la violenza è patriarcale.
L’atto di estrarre e bruciare combustibili fossili, secondo questa teoria, è diventato una pratica d’identità associata direttamente alla virilità del maschio bianco e alla sovranità nazionale. La necessità di ridurre le emissioni mette a rischio trilioni i profitti e, di conseguenza, la rete di privilegi imperiali e patriarcali dell’Occidente globalizzato. Parallelamente, l’ascesa dei movimenti femministi, queer ecc mette a rischio i ruoli di genere e il potere del patriarcato tradizionale. Questo scenario genera una profonda ansia climatica e di genere convergenti. L’autrice scrive infatti che “i combustibili fossili sono importanti per i nuovi movimenti autoritari in Occidente a causa dei profitti e degli stili di vita consumistici, ma anche perché le soggettività privilegiate sono intrise di petrolio e polvere di carbone.”
Le soggettività privilegiate (perché dire “le persone” è da sfigati) sono intrise di petrolio”. Il privilegiato è il maschio bianco etero che non vuole dire addio alla sua Fiat Panda perché altrimenti pensa che gli cada l’uccello. È ovvio del resto che il petrolio è una cosa che si trivella e la trivellazione assomiglia molto alla penetrazione nell’atto sessuale!
Ma analizziamo nel dettaglio. Uno dei punti di partenza è un dato reale, mostrato da diversi studi: gli uomini tendono a essere meno interessati al problema climatico rispetto alle donne.3 In particolare questo vale per gli uomini conservatori, che – lo dice la parola stessa – sono ostili alle innovazioni in campo energetico: ci sono diversi studi abbastanza solidi che lo indicano.4
Il primo problema però è passare da “gli uomini si interessano poco del clima” a “gli uomini non fanno niente per il clima” o addirittura “gli uomini, attivamente, ostacolano la risoluzione del problema climatico”. Molti studi commettono questo errore, e i loro risultati sono discutibili, anche perché spesso misurano cose come: quanto sei preoccupato per il cambiamento climatico? Cioè attitudini e tendenze dichiarate, non comportamenti reali. È possibilissimo che una grande fetta di soggetti dichiari di interessarsene ma non sia sincera, ad esempio.
Oltre a questo, c’è un enorme problema attorno al concetto di mascolinità. Considerate che è un concetto che a un certo punto è stato teorizzato e che in questi studi viene assunto come vero, ma non è che lo sia, anche perché come al solito non è chiara la definizione; e una definizione lasca apre la strada a imprecisioni. È chiaro che se io posso interpretare il concetto di mascolinità in vari modi attribuendogli sfumature diverse, posso poi farci coincidere un po’ tutto quello che voglio.5
Se un paper dice che la mascolinità è associata negativamente alla preoccupazione climatica, la prima cosa da chiedere è: ma la mascolinità come l’avete misurata? La risposta spesso è un questionario in cui si chiedono cose tipo: sei d’accordo con l’idea che gli uomini debbano essere forti, competitivi e indipendenti?6 In questo caso, non possiamo certo concludere che gli uomini sono meno ambientalisti perché sono mascolini, ma al massimo che l’adesione a determinate norme tradizionali di mascolinità è associata a certi atteggiamenti ambientali.
E poi c’è la solita questione della correlazione vs causalità. Se uno studio che analizza la correlazione tra mascolinità e negazionismo climatico conclude che quando la mascolinità è minacciata si va verso il negazionismo, bisogna vedere se ha trovato veramente un nesso di causalità: lo studio non indica che un uomo diventa negazionista perché si sente poco mascolino, indica che queste caratteristiche tendono a comparire insieme.¹³
Non è che siccome la maggioranza dei soggetti maschi manifesta questa tendenza significhi che la mascolinità è causa del negazionismo. Potrebbe benissimo esserci un’altra ragione, per esempio il conservatorismo politico, appunto; variabile che spesso non viene separata da quella del genere, quando è molto più discriminante. È ovvio che un conservatore tenderà a sostenere i ruoli tradizionali di genere e a percepire la società odierna come ostile agli uomini; e che preferirà i combustibili fossili alle politiche ambientaliste. In che modo una cosa causa l’altra?
Dovremmo isolare le variabili per essere sicuri; se io nello studio chiedo «quanto senti che la società sta diventando ostile agli uomini?» ma non distinguo tra scettici del clima e ambientalisti, per esempio, chi mi dice che ho misurato la mascolinità e non invece gli altri fattori?
Avrebbe semmai più senso quello che rilevano altri studi: nei Paesi ricchi la transizione climatica comporta costi percepiti maggiori; gli uomini sono mediamente più inseriti nelle gerarchie economiche esistenti, quindi possono percepire maggiormente i costi della trasformazione. Non perché sono maschi, evidentemente.
Comunque non si limitano a criticare, eh, propongono anche le soluzioni: c’è ovviamente un modo giusto di essere maschi e si chiama MASCOLINITÀ ECOLOGICA. Sarebbe un modo interamente nuovo di vivere l’identità maschile nella quotidianità, scardinando il modello tradizionale dell’uomo isolato che deve farcela da solo, non deve mostrare vulnerabilità ed è orientato alla dominazione. L’uomo ecologico esprime una capacità di cura infinita che
si rivolge contemporaneamente a tre livelli: la Terra, gli altri esseri umani e se stesso.8 Nel concreto questa frase da raccolta di aforismi zen vorrebbe dire: scegliere una dieta vegetariana o a ridotto consumo di carne, utilizzare mezzi pubblici o la bicicletta; essere padri presenti ed emotivamente accudenti; schierarsi attivamente a fianco e in solidarietà con le donne, le persone di colore, i queer ecc. Esistono libri pubblicati da editori seri su questo. Fuffa legittimata.
Note
1. Cara Daggett, “Petro-masculinity: Fossil Fuels and Authoritarian Desire”, Millennium: Journal of International Studies, 47(1), 2018, pp. 25–44.
2. Rob Nixon, Slow Violence and the Environmentalism of the Poor, Harvard University Press, 2011; Tamara Spiegel, “Fossil fuel violence and visual practices on Indigenous land”, Energy Research & Social Science, 2021.
3. Una review già nel 1996 rilevava una tendenza delle donne a manifestare maggiore preoccupazione ambientale rispetto agli uomini, pur sottolineando che il risultato non era universale e variava a seconda del tipo di rischio considerato: Debra J. Davidson & William R. Freudenburg, “Gender and Environmental Risk Concerns: A Review and Analysis of Available Research”, Environment and Behavior, 28(3), 1996, pp. 302–339.
4. Aaron M. McCright & Riley E. Dunlap, “Cool dudes: The denial of climate change among conservative white males in the United States”, Global Environmental Change, 21(4), 2011, pp. 1163–1172; Sarah Sunn Bush & Amanda Clayton, “Facing Change: Gender and Climate Change Attitudes Worldwide”, American Political Science Review, 117(2), 2023, pp. 591–608.
5. James R. Mahalik et al., “Development of the Conformity to Masculine Norms Inventory”, Psychology of Men & Masculinity, 4(1), 2003, pp. 3–25.
6. Joseph A. Vandello & Jennifer K. Bosson, “Hard Won and Easily Lost: A Review and Synthesis of Theory and Research on Precarious Manhood”, Psychology of Men & Masculinity, 14(2), 2013, pp. 101–113. La teoria considera la mascolinità uno status sociale percepito come difficile da ottenere e facilmente perdibile.
7. Amanda Remsö, Hanna Bäck & Emma Aurora Renström, “Gender differences in climate change denial in Sweden: the role of threatened masculinity”, Frontiers in Psychology, 2024; “Michael P. Haselhuhn, “Man enough to save the planet? Masculinity concerns predict attitudes toward climate change”, Journal of Environmental Psychology, 107, 2025.
8. Martin Hultman & Paul M. Pulé, Ecological Masculinities: Theoretical Foundations and Practical Guidance, Routledge, 2018.








