“Condanno l’aggressione, ma sia un monito per i giornalisti“.
Come spesso si dice, tutto ciò che viene prima della parola ‘ma’ non conta niente: e infatti Francesca Albanese è stata travolta dalle polemiche in seguito al suo commento sull’irruzione alla redazione de La Stampa di Torino. Da aspirante giornalista, ho avuto un sussulto nel leggere quelle parole, vista la rilevanza di Francesca Albanese nel dibattito pubblico italiano. Premessa importante: questo articolo parte da un caso mediatico per affrontare i temi della libertà di stampa e della crisi del giornalismo. Lo scopo di queste riflessioni non è attaccare Francesca Albanese o le cause per cui si batte. Quello che ci interessa capire è come i giornalisti vengono percepiti nel dibattito pubblico. Ma andiamo con ordine.
L’assalto al giornale
Il 28 novembre scorso, un centinaio di manifestanti ha fatto irruzione nella redazione del quotidiano La Stampa a Torino. L’azione sembrerebbe avere come matrice le frange più estreme dei movimenti pro-Pal, staccatesi dal corteo per lo sciopero generale. La redazione era vuota per via dello sciopero dei giornalisti per il rinnovo del contratto collettivo di categoria. Letame contro i cancelli, scritte con vernice spray sulle pareti, pile di libri e di giornali scaraventati a terra. Il vero attacco all’informazione è però la concezione che c’è dietro: quella del ‘giornalista terrorista‘, che fa parte di un sistema da odiare. Il punto non è associare quest’atto vandalico a una causa politica piuttosto che a un’altra. L’aspetto interessante è il modo in cui la redazione di un giornale sia stata percepita dai manifestanti: un luogo che può essere attaccato, sia sul piano fisico che su quello simbolico.

Lo scivolone di Francesca Albanese
Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori palestinesi occupati, ha commentato l’irruzione al giornale torinese mentre si trovava su un palco a Roma. Dopo aver condannato l’irruzione, ha affermato che l’episodio “sia anche un monito alla stampa per tornare a fare il proprio lavoro, per riportare i fatti al centro del nuovo lavoro e, se riuscissero a permetterselo, anche un minimo di analisi e contestualizzazione”. Dopo queste parole sono arrivate numerose polemiche, sia da destra che da sinistra. Interpellata nuovamente, Francesca Albanese non ha cambiato idea: “Chiaro che condanno la violenza, però condanno anche voi giornalisti“. E poi il secondo scivolone: “Io oggi sfogliavo le pagine dei principali quotidiano e non si parlava di quello che è successo ieri a Genova“, e la giornalista risponde “ieri era sciopero, i giornali non hanno lavorato“. Cala il sipario.

Il pessimo tempismo
Il tempismo del monito di Francesca Albanese è stato davvero pessimo. Un commento inopportuno, arrivato quando la redazione del giornale era ancora devastata. E, soprattutto, quando la categoria dei giornalisti stava scioperando per chiedere il rinnovo del contratto collettivo scaduto nel 2016. Una dichiarazione che può sembrare ininfluente, se non si allarga lo sguardo sulla serie di atti fisici, linguistici e normativi che hanno minato la libertà di stampa negli ultimi anni. Tra cui rientra anche l’ultimo attentato a Sigfrido Ranucci, direttore di Report.
Le aggressioni
Soltanto per il primo semestre di quest’anno, l’osservatorio Ossigeno ha registrato 361 giornalisti minacciati in Italia, il 78% in più rispetto al 2024: aumentano aggressioni, SLAPP – le famose querele temerarie – e le intimidazioni da esponenti pubblici. Questi dati ci aiutano a ipotizzare il pensiero che muove i malintenzionati: la voce dei giornalisti può essere facilmente zittita con la violenza fisica e verbale. Una percezione che riguarda anche chi ha invaso la redazione de La Stampa, evidentemente.
In un articolo pubblicato su Il Fatto Quotidiano, Francesca Albanese ha scritto: “Difendo la libertà d’espressione ogni giorno [. . .] Proprio per questo considero gravissimo che oltre 220 giornalisti siano stati uccisi a Gaza negli ultimi 750 giorni, un fatto che in Italia passa quasi sotto silenzio (quando non viene addirittura liquidato con insinuazioni indegne). In un ordine di valori universale, l’uccisione anche di un solo giornalista è decisamente più grave dell’imbrattare un muro”. Tralasciando lo spostamento del discorso, queste parole sottovalutano un problema grave. Non si tratta di muri imbrattati, ma di una categoria di lavoratrici e lavoratori che oggi si trova in difficoltà. Le aggressioni e le minacce, anche se fanno meno clamore delle morti in un teatro di guerra, sono degli ostacoli al diritto a essere informati. Così come l’insostenibilità economica.
Le difficoltà di carriera
Al giorno d’oggi, i giornali non assumono più dipendenti. Le redazioni sono piene di giornalisti con contratti di collaborazione, e il rapporto di praticantato è una specie di miraggio per gli aspiranti. Per non parlare delle rette annuali delle scuole di giornalismo, le quali precludono questa strada alle persone che non vengono da famiglie benestanti. Chi riesce a entrare nel settore, invece, deve fare i conti con i modelli di remunerazione basati su Google AdSense e sulle conversioni online. Le redazioni pagano pochissimo gli articoli dei freelance. Lo Spioncino dei freelance è un sito che permette ai giornalisti di pubblicare in modo anonimo i compensi offerti dai media italiani per i servizi e gli articoli realizzati. Fatevi un giro sul sito e scoprite quanto vale una notizia al giorno d’oggi.
Tra aggressioni, minacce e precariato, come sta messa la libertà di stampa in Italia? Male. Secondo la classifica 2025 di Reporter senza frontiere, l’Italia si attesta al 49esimo posto per libertà di stampa a livello globale. Rispetto all’anno scorso, il nostro Paese ha perso tre posizioni.

Concludendo
Assaltare la redazione di un giornale è un atto riprovevole. Approfittare dell’episodio per attaccare la stampa, invece, è un gesto di pessimo gusto, quasi prepotente. Lo scivolone di Francesca Albanese sarebbe dovuto essere seguito da dichiarazioni riparatorie, ma ciò non è avvenuto. Anzi, è stata accreditata la visione del ‘giornalista terrorista’ e della stampa di sistema, la stessa visione di chi ha invaso e vandalizzato la redazione del giornale torinese. Tuttavia, associare l’irruzione alla causa palestinese è un operazione di disonestà intellettuale, perché il punto non è quello. L’episodio ci ha dimostrato la scarsa reputazione di cui gode il giornalismo agli occhi di molte persone. Cedere alle pressioni e ai ricatti di un centinaio di manifestanti significa barattare un pezzo della libertà di stampa con la partigianeria dei cortei: ecco perché le dichiarazioni di Francesca Albanese sono state irresponsabili. Questo caso dimostra una cosa: che il giornalismo è sotto assedio, e nessuno sembra fare qualcosa per proteggerlo.









