Politica americana: il quadro della situazione attuale

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22/11/2019 Attilio De Alberi

Mentre procedono le audizioni nel Congresso USA per la pratica d’impeachment contro Donald Trump, relativa al caso Ukrainegate, finora pesantemente avversata dal Partito Repubblicano, dalla Fox Television, notoriamente pro-Trump, e, naturalmente, dallo stesso presidente, continua la campagna elettorale in campo democratico per la scelta del candidato che nelle elezioni presidenziali del prossimo anno dovrà contrapporsi a “The Donald”.

Come è ben noto i candidati democratici in questa corsa alle primarie rimangono molti, ed anche se Beto O’ Rourke si è ritirato dalla competizione, ora potrebbe entrare in campo il noto magnate Michael Bloomberg.

Discute di tutto questo con YOUng Stefano Luconi, docente di Storia degli Stati Uniti presso l’Università di Genova.

La recente testimonianza nel processo di impeachment da parte di Gordon Sondland, ambasciatore USA presso la UE, sembra esser stata piuttosto incisiva. Cosa ne pensa?

Sì, è stata incisiva quella di Sondland, ed è stata soprattutto incisiva quella di Laura Cooper, che ha dichiarato che le autorità ucraine sapevano che gli aiuti militari erano stati bloccati, perché uno dei tentativi di Trump di smontare l’accusa è stato quello di dire che non c’è stato un tentativo di scambio perché il presidente ucraino e le autorità ucraine non sapevano che le forniture militari erano state bloccate. Invece Laura Cooper, sottosegretaria alla Difesa per la Russia, l’Ucraina e l’Eurasia ha testimoniato, subito dopo Sondland, dicendo che gli ucraini erano consapevoli del blocco degli aiuti militari. Quindi sembra esserci stata una strumentalizzazione di questi aiuti, e dal punto di vista penale, tutto depone a scapito di Trump. Però, secondo me, il problema è un altro.

Quale sarebbe?

Il procedimento d’impeachment non è una procedura giudiziaria, bensì una procedura politica. Le incriminazioni sono decise dalla Camera dei Rappresentanti, ed il giudizio è espresso dal Senato. Allora, stando così le cose, siccome al Senato c’è una maggioranza di 53 repubblicani, e per rimuovere il presidente c’è bisogno di una maggioranza di 67 voti, non ci sono i numeri per portare l’azione d’impeachment fino in fondo.

Quindi tutto questo processo, alla fin fine, sarà a vuoto…

Il processo d’impeachment dovrebbe servire per discreditare l’immagine di Trump agli occhi degli elettori. Il problema qual è? C’è stato un sondaggio questo lunedì, mi pare dell’ABC, secondo il quale il 51% degli statunitensi ritiene che Trump sia colpevole e che vada rimosso. Ma quello che emerge è un paese estremamente spaccato, così com’era spaccato nel 2016. Ovverossia, queste testimonianze rafforzano tra i democratici la convinzione che Trump sia un poco di buono, che sia inadatto a fare il presidente, che la presidenza Trump sia contrassegnata da un conflitto d’interessi, e, per dirla un pochino più forte, che Trump sia un farabutto. Gli altri, ossia i repubblicani, sono straconvinti che ci sia una cospirazione ai danni di Trump. Tutto questo sembra rafforzare il sostegno dei repubblicani a Trump e l’avversione a Trump tra i democratici. Non si esce da questa impasse.

Questo sembra confermare quello che è già avvenuto nella votazione sul processo d’impeachment alla Camera dei Rappresentanti, laddove la maggioranza dei repubblicani hanno votato contro…

Sì, soltanto due repubblicani hanno dato l’avvallo alla procedura d’impeachment. In Senato l’unico che ha preso le distanze da Trump è stato Mitt Romney, però lì ci sono 52 repubblicani che sono estremamente compatti dietro al presidente. D’altro canto per il Partito Repubblicano sarebbe un suicidio votare per l’impeachment a ridosso delle elezioni presidenziali, perché rafforzerebbe il pericolo di perdere la Casa Bianca.

Ma, ipoteticamente, i repubblicani non potrebbero proporre un altro candidato in contrapposizione a Trump?

Trump è il candidato per le presidenziali perché è difficilissimo per il partito che controlla la Casa Bianca metta in campo dei candidati solidi contro il proprio presidente. Questo significherebbe, politicamente, darsi la zappa sui piedi. Ci sono stati pochissimi casi in passato di sfide consistenti all’interno del partito che aveva espresso il presidente. L’ultimo caso è stato quello di Reagan contro Ford nel 1976, ed è andata malissimo per i repubblicani. E c’è stato il caso di Edward Kennedy contro Jimmy Carter nel 1980, ed è andata altrettanto male. Lo sfidante interno è stato sconfitto nelle primarie, e poi le lacerazioni interne della campagna per le primarie sono state risarcite in tempo per le elezioni generali. Trump è inviso alla dirigenza repubblicana da quando si era candidato nel 2016, però in quasi quattro anni di presidenza la dirigenza repubblicana non è riuscita a costruire un qualche tipo di alternativa. Mitt Romney potrebbe essere un candidato alternativo a Trump, ma Romney ha già perso contro Obama. Quindi questo pregresso pesa. Ci vorrebbe una figura nuova, ma chi potrebbe essere una figura nuova? Non vedo un rappresentante repubblicano che, al momento, possa presentarsi come antagonista a Trump.

Trump continua ad avere una base solida tra i supporter che l’hanno portato alla Casa Bianca nel 2016?  

Trump tra i repubblicani continua ad avere una base solidissima. Diciamo anche che c’è stato uno switch nelle parole chiave utilizzate dai democratici durante l’impeachment, in particolare da parte di Nancy Pelosi. Fino alla settimana scorsa l’espressione a cui veniva fatto ricorso era quella del ‘quid pro quo’, ossia uno scambio di favori. Questa definizione non riusciva a muovere gli incerti: costoro ritenevano che lo scambio di favori rientrasse in una sorta di quadro della legalità. Adesso la Pelosi parla di bribery e di corruption, di corruzione e di estorsione, perché la costituzione mette queste attività tra i capi d’imputazione per i quali, se il presidente è trovato colpevole, deve essere rimosso. Però questa scelta finisce per essere controproducente.

Perché?

Perché la percezione dell’elettore incerto è che i democratici diano già per scontata la colpevolezza di Trump e che quindi la procedura d’impeachment sia politicamente e partiticamente motivata, La posizione dei democratici dovrebbe essere: noi facciamo l’inchiesta, non sappiamo qual è l’esito, ed al momento accusiamo Trump d’intralciare il percorso della giustizia, perché si rifiuta di testimoniare, perché costringe i vertici della sua amministrazione a boicottare le audizioni del Congresso. Sembra quindi che i democratici stiano conducendo una campagna politica, invece di voler cercare la verità. Quindi pare che i democratici siano finiti in un cul-de-sac.

A proposito dei candidati democratici sembra che i favoriti siano Joe Biden, Elizabeth Warren e Bernie Sanders…

Beh, non necessariamente, perché secondo i sondaggi di opinione che sono stati fatti in Iowa, dove si svolgerà il primo caucus nel febbraio dell’anno prossimo, l’attuale sindaco di South Bend, in Indiana, sembra in testa con il 25% contro il 15% della Warren. C’è questa nuova figura che sta emergendo, e che è la figura di un ipermoderato. Buttigieg, un gay dichiarato, con un marito, rientra in quella tipologia del democratico liberal, progressista che ha un certo seguito nella base del partito. Però su altre cose è un gran moderato, e non per caso si definisce un “capitalista democratico”. La Warren vuole ipertassare i super ricchi, e quindi, secondo la percezione europea è una candidata molto di sinistra. Buttigieg invece è molto più in linea con quella che era stata la presidenza di Barack Obama.

Ma anche Biden rientra in quell’area moderata e centrista…

Sì, però Biden sta perdendo consensi ed è in caduta libera.

Come mai?

Innanzitutto per la questione dell’età: se dovesse entrare alla Casa Bianca avrebbe 79 anni. Mi ricordo del dibattito a settembre tra gli aspiranti alla nomination democratica, nel quale Biden ha dimostrato di non ricordarsi quello che aveva detto pochi minuti prima. Quindi c’è un pericolo di senescenza per lui.

Lo stesso forse vale per Sanders…

Sì, e non dimentichiamo che Sanders è stato ricoverato ai primi di ottobre per un problema alle coronarie. Quindi entrambi non sono in salute. Poi Biden, e mi dispiace dirlo perché sembra stia facendo il gioco dei conservatori, non ne esce molto bene da questa vicenda dell’Ucraina: dal momento che sei vice-presidente degli USA, hai sul tuo tavolo il dossier dell’Ucraina, e contemporaneamente hai tuo figlio che fa il lobbista per una grande azienda energetica nota come Burisma. C’è un chiaro conflitto d’interesse. Questo dà l’idea che Biden sia schierato coi poteri forti. Nell’amministrazione Trump il conflitto d’interesse è molto più forte, però Biden non ne esce come una bella figura. Poi quella che pesa è la questione del voto degli afro-americani: è stato di nuovo tirato fuori che Biden era in ottimi rapporti con una serie di senatori segregazionisti, che era contrario al “bussing”, cioè a questo sistema un po’ surrettizio per integrare le scuole pubbliche negli anni ’70. Quindi più si scava nel passato e nel presente, e meno Biden ha la possibilità di attrarre quella parte del Partito Democratico che il partito stesso deve mobilitare se vuole avere qualche chance di strappare la presidenza a Trump.

Anche Sanders non ha grandi chance?

Sanders non ha grandi chance perché gli pesa questa sua definizione di essere un socialista, e l’età non depone a suo favore, con il problema alle coronarie che dimostra come l’età stia avanzando. Ricordiamoci poi che ha già provato e ne è uscito sconfitto nella corsa con Hillary Clinton. Ha questa proposta sicuramente progressista e molto attraente del college gratuito nelle università statali, tuttavia non pensa abbia molte chance.

C’è qualche ulteriore considerazione da fare sul quadro della politica americana?

Manca poco meno di un anno dalle elezioni presidenziali. In casa democratica ci sono ancora 17 candidati, e probabilmente si aggiungerà anche Bloomberg. Il quadro del Partito Democratico lascia un po’ sconcertati. Manca meno di un anno e non c’è un frontrunner (un favorito) definito, e l’immagine è quella di un partito estremamente diviso. Nel dibattito che è stato fatto a metà ottobre c’erano dodici candidati a parlare. Quindi l’elettore che non è già schierato, che non è già convinto di votare per il Partito Democratico ha l’idea di una grandissima confusione, e non ha nemmeno la possibilità di farsi un’opinione sul programma dei singoli candidati, visto che sono così tanti, e durante questi dibattiti hanno pochissimo tempo per esprimersi. C’è poi da aggiungere il dato economico, che è un dato positivo nel complesso: la disoccupazione è al 3,6%, c’è un tasso di crescita intorno al 2-2,4. Dopo tutto gli statunitensi votano anche col portafoglio, ed in questo momento il portafoglio li spinge a votare per Trump.

 

[foto copertina © The Australian]

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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