Grandezza e limiti del COP24 sui cambiamenti climatici

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19/12/2018 Attilio De Alberi

Si è conclusa sabato scorso a Katowice, in Polonia la conferenza COP24, sulla scia del preciso allarme lanciato dall’IPCC (International Panel on Climate Change – ‘Panel Internazionale sul Cambiamento Climatico’) secondo il quale restano appena 12 anni all’umanità per salvare il clima del Pianeta. Purtroppo, l’incontro della COP24 si è concluso senza alcun chiaro impegno sulle azioni da portare avanti contro i cambiamenti climatici.

Se da un lato la conferenza ha approvato infine un regolamento relativo all’applicazione dell’accordo di Parigi del 2015 sul tema, non si è raggiunto un impegno collettivo per portare a termine i cosiddetti Nationally Determined Contributions (NDC) (‘Contributi Determinati Nazionalmente’), ossia gli obiettivi di azione sul clima a livello nazionale.

Un anno di disastri climatici e il terribile monito lanciato dai migliori climatologi dovevano condurre a risultati molto più incisivi”, ha affermato Jennifer Morgan, Direttrice Esecutiva di Greenpeace International, aggiungendo ”Invece i governi hanno deluso i cittadini e ignorato la scienza e i rischi che corrono le popolazioni più vulnerabili. Riconoscere l’urgenza di un aumento delle ambizioni, e adottare una serie di regole per l’azione per il clima, non è neanche lontanamente sufficiente allorquando intere nazioni rischiano di sparire”.

Discute di questo con YOUng Giuseppe Onufrio, Direttore di Greenpeace Italia, con sede a Roma.

 

L’INTERVISTA

 

Quale doveva essere precisamente l’obiettivo del COP24 a Katowice?

L’obiettivo della COP24 era tecnico ed è stato alla fine raggiunto. L’obiettivo dell’accordo di Parigi del 2015 è quello di contenere la temperatura globale a non oltre 2°C o meglio, al di sotto dei 1,5°C. Per fare questo si devono fissare obiettivi di riduzione volontari su base nazionale, ma è necessario garantire metodi coerenti, comuni e trasparenti in modo da poter confrontare i diversi obiettivi e le azioni dei vari Paesi con la stessa metodologia. Senza di ciò, ogni Paese misurerebbe le cose a modo suo, lo scopo era dunque di avere le basi tecniche per andare avanti. Scopo che, con fatica, è stato raggiunto. Quello che è stato registrato è però un calo di leadership.

In che senso?

Il calo di leadership si è visto fin dall’inizio. Di fronte ai risultati presentati dal Substa, l’organo tecnico nel quadro della convenzione sui cambiamenti climatici, costituito dagli esperti tecnici e scientifici, c’è stato un conflitto su come citare l’ultimo Rapporto dell’IPCC che valuta la differenza degli impatti tra uno scenario di 1,5°C de uno di 2°C di aumento della temperatura globale. Se usare la parolina “welcome” (‘accogliere’) oppure “prendere nota”, che significa prenderne atto senza però necessariamente agire. Sembra un dettaglio, ma in questi contesti una parola significa molto.

Chi in particolare non ha voluto ‘accogliere’ questi risultati dei climatologi?

Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita e Kuwait, tutti produttori di petrolio. Alla fine della COP24 il Rapporto dell’IPCC è stato citato con una formula di compromesso al ribasso, anche perché la COP procede per unanimità, non ci sono votazioni a maggioranza.

Cioè?

Si sono fatti i complimenti per il rapporto presentato nei tempi previsti dall’IPCC, senza però entrare nel merito dei contenuti del rapporto: ciò significa che mentre la discussione tecnica è andata avanti – e devo dire fortunatamente perché ha anche toccato l’aspetto dell’agricoltura, del suolo e delle foreste, entrato in maniera più precisa nella discussione – si è verificata una frattura nella leadership politica che finora non era saltata fuori in questo modo.

Con Trump gli USA però si erano già defilati dall’accordo di Parigi…

Tecnicamente gli USA non sono usciti ancora dall’Accordo di Parigi, cosa che potranno fare solo nel 2020. Sì, dopo l’arrivo di Trump la posizione degli USA è divenuta isolata, come si è visto anche all’ultimo G20. Diversamente da Parigi, dove c’era una leadership globale guidata da USA, Cine e Europa, alla COP24 si è registrato un calo nello di leadership e una frattura provocata dai 4 Paesi sopra citati e da altri come il Brasile di Bolsonaro.

Specificatamente qual è l’aspetto positivo della conferenza COP24?

Si è andati avanti dal punto tecnico, il che era indispensabile: è la base tecnica per consentire al negoziato di andare avanti. Ma c’è un altro elemento positivo: per la prima volta in Polonia, dove una conferenza del genere è stata ospitata per la terza volta, il conflitto sul carbone è scoppiato.

Cos’è avvenuto esattamente?

Innanzitutto si è posta la questione della chiusura del carbone in Polonia entro il 2030. Non è stato deciso, ma almeno si è aperto un dibattito. La Pontificia Accademia delle Scienze del Vaticano, che in Polonia conta parecchio, insieme all’Accademia delle Scienze polacca hanno presentato un documento che chiede una transizione col volto umano che comporta l’uscita dal carbone entro il 2030. Questa posizione è stata attaccata dai sindacati, ma per la prima volta in Polonia il dibattito è stato aperto. Questa problematica è presente anche in altri Paesi europei, ed è bene che la questione sia stata posta in modo chiaro.

Visto che si parla di sindacati, questo ci fa capire che se ci sarà una conversione energetica, bisognerà anche poi prendersi cura dei lavoratori.

Certamente: dev’esserci una “transizione giusta”. Noi abbiamo presentato un seminario proprio sulla transizione equa, nel quale abbiamo detto, che sul piano globale, la de-carbonizzazione produrrà un aumento netto di 12 milioni di posti di lavoro, ma questa trasformazione va gestita in modo equo.

Come avverrà questo aumento?

Bisogna tenere in mente che i settori da chiudere, come quelli del fossile, sono ad altissima intensità di capitale ed a bassa intensità di lavoro, se escludiamo le miniere, che comunque perderanno comunque forza lavoro perché anche qui sta entrando l’automazione. Invece, nelle fonti rinnovabili che sono distribuite e bassa densità c’è in realtà molta più occupazione in funzione dell’energia prodotta.

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Mi ha molto colpito un video sulla Exxon che mostra come l’allarme lanciato dai propri esperti tempo addietro sui danni del fossile sia stato comunque nascosto dai vertici della compagnia.

Beh, basti pensare che il primo rapporto sul tema dell’Associazione Americana dei Petrolieri risale al 1969. Ma dobbiamo essere chiari: la scienza del clima, la climatologia è iniziata con importanti studi già nell’800. Allora si è calcolata la temperatura media sulla Terra grazie all’effetto serra naturale. Il premio Nobel del 1903 per la chimica, lo svedese Svante Arrhenius, scrisse sulla CO2 già nel 1896.Questo, comunque, per dire che i chimici ed i fisici conoscevano il rapporto tra emissioni di CO2 e riscaldamento del pianeta già da più di un secolo.

Qualche commento sull’ecotassa applicata alle auto?

Direi, in generale, che qualsiasi strumento fiscale dev’essere chiaro sul suo obiettivo: chi vuole colpire e chi vuole favorire. L’ecotassa deve avere una valutazione chiara sui vantaggi che ne nascono dal punto di vista ambientale. Poi deve aiutare a togliere le auto, non per aiutare ad aumentare il parco circolante, che deve diminuire.  Infine bisogna chiedersi: i soldi provenienti dall’ecotassa dove li mettiamo? Questi dovrebbero andare in mobilità elettrica ed in quelle strutture di ricarica che la possono rendere operativa, sia a livello privato che pubblico. Bisogna andare in quella direzione e contemporaneamente rilanciare le rinnovabili, che si sono fermate.

Perché si sono fermate?

Perché hanno voluto fermarle. Gli ultimi governi, in questo contesto, hanno fatto una fermata quasi completa, mentre noi, in realtà, abbiamo bisogno di triplicare le rinnovabili. Tra qui ed il 2030 dobbiamo correre. Con questo governo, pur avendo il M5S punti programmatici favorevoli alle rinnovabili, vediamo che le politiche in merito non si discostano troppo da quelle del governo precedente.

Beh, basti pensare al passo indietro sull’ILVA e sulla TAP…

Sì, però sulle rinnovabili si potrebbe fare molto di più, anche in termini di occupazione, ossia mettere insieme l’ambiente e gli interessi economici positivi. Invece il presente governo si è attestato su un ribasso rispetto agli obiettivi europei, che, stranamente, assomiglia a quanto è descritto nel Libro Bianco di Confindustria.

Che cosa dice questo Libro Bianco?

La Confindustria prevede interventi di riduzione di efficienza che vanno bene anche a noi, ma prevede anche una riduzione dei consumi elettrici. E noi contestiamo questo.

Perché?

Perché dobbiamo elettrificare nuovi settori, come i trasporti, come il riscaldamento e aumentare di molto la quota di rinnovabili per produrre elettricità.

Questo non fa trasparire come dietro questa frenata sulle rinnovabili ci sia la pressione delle solite lobby?

Ci sono soprattutto gli interessi del settore del gas. E c’è un motivo storico: se noi guardiamo l’evoluzione del mercato elettrico dal 2007 in poi c’è da chiedersi a scapito di chi sia stato lo sviluppo delle rinnovabili. Fondamentalmente a scapito del gas, che cerca di difendere le sue quote.

E’ una questione di tempo, ma anche di volontà.

Sì, ma anche la volontà di Trump non permette la chiusura progressiva del carbone negli Stati Uniti. Sta solo rallentando il cambiamento sul versante positivo. La sfida che abbiamo davanti a noi è talmente grande che richiede un alto tasso di cooperazione internazionale. Le risorse tecnologiche e finanziarie non mancano, l’unica cosa che manca è il tempo. E tutte queste “resistenze fossili” ci fanno solo perdere tempo. Che è pochissimo.

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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